“ECCO CHI SONO I REATINI CHE HANNO COMBATTUTO CON LA RSI”

Seconda edizione per lo studio di Pietro Cappellari sui caduti della RSI in provincia di Rieti

Questo studio sui caduti della RSI in provincia di Rieti nasce all’interno del progetto di ricerca La Repubblica Sociale Italiana sull’Appennino Umbro-Laziale, opera monumentale in tre “sezioni” che vuole analizzare nei dettagli la storia della RSI nelle provincie di Rieti, Terni e Perugia. Il progetto è curato dal Dott. Pietro Cappellari, Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Coppola” di Paderno (Forlì).

Si tratta di un’opera iniziata nella lontana Estate del 2000, della quale sono a tutt’oggi usciti i primi due volumi: Rieti repubblicana 1943-1944 (Herald Editore, Roma 2015) e Terni repubblicana 1943-1944 (Herald Editore, Roma 2020).

Lo studio che Cappellari ha presentato singolarmente, in una seconda edizione aggiornata, sotto l’alto patrocinio morale dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI, è la riproposizione dell’apposito “documento” sui caduti reatini della Repubblica Sociale Italiana già contenuto in Rieti repubblicana.

Con i nuovi dati, i caduti reatini della Repubblica Sociale Italiana regolarmente censiti (su tutto il territorio nazionale) salgono all’importante cifra di 80, cui bisogna aggiungere anche sei cittadini della RSI assassinati dai ribelli sebbene non avessero rapporti organici con la Repubblica di Mussolini e cinque esponenti della RSI fucilati dai Tedeschi per più o meno comprovate violazioni di leggi di guerra.

La Forza Armata maggiormente rappresentata tra i caduti è la Guardia Nazionale Repubblicana.

Della maggior parte di questi caduti si è persa memoria storica, sebbene la legge obblighi tutti i Comuni ad elencare i loro nomi sui Monumenti ai Caduti. Molto c’è ancora da fare.

Particolarmente interessanti sono i 49 eventi luttuosi censiti che si sono verificati all’interno della provincia di Rieti durante la RSI. Quarantanove caduti della RSI registrati nel Reatino tra il 1943 e il 1944. Morti per la maggior parte dovute alle incursioni aeree angloamericane, ma tra le quali spiccano anche le sedici di soppressioni di fascisti – o presunti tali – compiute dai ribelli in quei mesi, cui va aggiunto anche un agghiacciante attentato terroristico antifascista del dopoguerra, durante il quale trovò la morte un bambino. Episodi troppo presto dimenticati, ma sui quali occorre una compiuta analisi storica perché le comunità locali si riapproprino di una storia, la propria, cancellata per odio politico.

Ovviamente, si tratta di numeri che si riferiscono solo al minimo documentabile, con dati ancora da verificare, correggere ed integrare, ma che ci danno un quadro dell’adesione alla RSI nella provincia di Rieti imponente, sul quale vale una giusta riflessione, libera dall’odio dei “gendarmi della memoria”. Perché il loro sacrificio possa aprire finalmente le porte ad una definitiva pacificazione nazionale.

Claudio Cantelmo

Per info:

aresagenziadinotizie@gmail.com

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ANZIO E NETTUNO RICORDANO NORMA COSSETTO

Nella giornata del 4 Ottobre, Anzio e Nettuno hanno reso omaggio alla figura di Norma Cossetto, la Martire istriana, Medaglia d’Oro al Merito Civile della Repubblica Italiana: “Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio”.

Le manifestazioni, promosse nell’ambito della giornata nazionale “Una rosa per Norma Cossetto” del Comitato 10 Febbraio, sono iniziate ad Anzio con una deposizione di una rosa presso il Monumento ai Caduti. Poi, l’omaggio all’Ara ai Caduti del Parco della Rimembranza e dei Martiri delle foibe.

Il portavoce

AL CAMPO DELLA MEMORIA NEL NOME DI NORMA COSSETTO

Nettuno, 2 Ottobre – In occasione della manifestazione nazionale “Un rosa per Norma Cossetto” promossa dal Comitato 10 Febbraio, i Volontari del Campo della Memoria di Nettuno hanno reso omaggio alla Martire istriana deponendo un fiore sul sarcofago centrale del cimitero che raccoglie i resti di sette combattenti della Repubblica Sociale Italiana, caduti per l’onore e la libertà dell’Italia.

Infine, i Volontari si sono raccolti presso la tomba del Marò Gavino Casella del Battaglione “Barbarigo”, immolatosi in difesa dei Sacri confini della Patria sul Monte San Gabriele (Gorizia), il 20 Gennaio 1945, a soli 18 anni. Quel giorno, l’unità della Decima MAS riuscì nuovamente a respingere un attacco titino, sconfiggendo sul campo la Brigata “Gregorcik” dell’Esercito Popolare di Liberazione della Iugoslavia.

Da ricordare che le unità combattenti della RSI furono gli ultimi reparti italiani a difendere i confini della nostra Nazione contro i partizan di Tito, come dovette ammettere anche il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel 1991, ponendo fine ad una damnatio memoriae che persisteva dalla fine della guerra. Grazie alla loro presenza, le unità partigiane furono sempre respinte, difendendo così la popolazione italiana ivi residente dall’odio antifascista. Quella stessa popolazione che, purtroppo, si trovò in balia dei partigiani comunisti quando crollò il fronte e si concluse la guerra. Contro inermi, innocenti, donne, vecchi e bambini, si attuò una pulizia etnica senza precedenti, che ebbe come risultato la scomparsa della civiltà italiana nell’Adriatico orientale.

Oggi, qui al Campo della Memoria, ricordiamo ancora che l’ultima bandiera italiana che garrì libera sull’Istria, nel Goriziano, a Fiume, a Zara fu quella della Repubblica Sociale Italiana.

I Volontari del Campo della Memoria

CHI HA PAURA DI UNA “PIASTRELLA” DEGLI ANNI ’30?

Perugia, 1° Ottobre – Appare del tutto sconcertante che la politica si occupi di una “piastrella” affissa negli anni ’30 in un mercato popolare di Perugia. “Piastrella” degna di attenzione storica ed artistica, recentemente restaurata dalla Soprintendenza. Credevamo che la politica fosse l’arte del governare, di risolvere i problemi dei cittadini, di rendere onore alla propria comunità. Dimenticando disoccupazione, disagi, immigrazione clandestina incontrollata, infrastrutture carenti, corruzione, spaccio di droga e prostituzione fiorente, la politica perugina si è “incartata” in una discussione al di fuori di ogni logica… e dalla storia. Ossia, se sia opportuno conservare la “piastrella” che riporta impresso il Fascio littorio – simbolo di Stato dell’epoca, dove per Stato si intende quello italiano, sia chiaro per gli sprovveduti – oppure, con un’opera degna dei moderni “gendarmi della memoria”, rimuoverla.

Perché? Ma non si tratta di un manufatto che appartiene alla nostra storia? Perugia non ha un passato?

Sì, la nostra città ha un passato. Un passato che ci racconta dei Volontari nella Prima Guerra Mondiale, come nella Seconda, passando per le imprese di Etiopia e di Spagna; un passato che ci ricorda i nostri concittadini illustri uomini di Stato e le loro opere a favore della comunità; fino ad arrivare alla Repubblica Sociale Italiana, quando il nome di “Perugia” fu adottato da uno dei più importanti Battaglioni della Guardia Nazionale Repubblicana. Senza contare, non dimentichiamolo, il sacrificio di tanti perugini caduti per la Patria durante la RSI: il Dott. Pietro Cappellari sta lavorando su un elenco di quasi 400 uomini e donne!

Tutto questo si vorrebbe cancellare? Perché questo istinto talebano dettato solo dalla fasciofobia? Dai neopartigiani ci saremmo aspettati chiarezza. Chiarezza, per esempio, su quello che avvenne nel “quadrilatero della morte” di Pietralunga… Quante persone innocenti scomparvero nel nulla per la paranoia antifascista che si era impossessata di più di qualcuno in quei giorni di “attesa”? Attendiamo risposta.

Quello che ci ha sorpreso di più è stato il Sindaco, che si è prestato al gioco, faticando a dimostrare il suo attaccamento al “nuovo spirito ciellenista”. No, caro Sindaco, non ce ne era proprio bisogno. Perugia ha bisogno di ben altro: lavoro, serenità, speranza, buon Governo. E forse sarebbe il caso di riempire un vuoto: inserire sul Monumento ai Caduti cittadino tutti i Caduti mancanti, iniziando da quelli della RSI. Lo chiede certamente la pietà, ma anche la legge, se lo ricordi. Si cerchi la pacificazione nazionale… non l’epurazione!

Per il resto abbiamo perso già troppo tempo per una questione comica. Però, se qualche talebano fasciofobo ottenesse la rimozione della “piastrella” incriminata, presenteremo regolare denuncia all’Autorità giudiziaria. In tal caso, l’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI ne chiederà la custodia, per ospitarla nella propria chiesa a Paderno (Forlì). La conserverà con cura e rispetto. Noi non abbiamo nulla di cui vergognarci.

A.N.F.C.D.R.S.I.

Antifatalebà

ISTRIA, FIUME, DALMAZIA… ITALIA!

Note a margine di una penosa vicenda, tra ignoranza e immoralità

Ho aspettato qualche giorno prima di intervenire per chiarire una faccenda penosa, dove ignoranza e immoralità sembrano averla fatta da padrone. Del resto, nel merito, ci sono le indagini dei Carabinieri che, spero, faranno luce su questo grottesco spettacolo da Prima Repubblica ciellenista.

Essendo io l’estensore della “famosa” lapide rimossa dall’Ara ai Caduti al Parco della Rimembranza e dei Martiri delle foibe di Nettuno, mi sento in dovere di intervenire per rispetto prima di tutto a quelle vittime che qualcuno, come al solito, ha messo in secondo piano.

La lapide era dantesca, in quanto riportava principalmente la celebre frase del Sommo Poeta Dante, Padre della Patria, in cui indicava Pola, “presso del Carnaro”, i confini culturali e naturali d’Italia. Qualcosa, per l’appunto, di naturale, che richiama addirittura il precedente Strabone e che, in una Nazione civile e degna della propria storia, non dovrebbe sollevare obiezioni di sorta.

Questo piccolo manufatto, in pregevole piastra in porcellana di Deruta, – di cui mi sono “accollato” tutte le spese – è stato regolarmente autorizzato all’unanimità, comprese le scritte ivi impresse, dalla Giunta comunale di Nettuno, senza che nessuno obiettasse nulla. Dopo un mese e mezzo, qualcuno – probabilmente sollecitato dal solito “grillo parlante” che lo ha riportato all’ordine – ha provveduto alla rimozione. Un atto senza precedenti.

Mi sono domandato cosa è stato contestato alla lapide in questione. Secondo quanto trapela dalla stampa – perché io non sono mai stato chiamato in causa in questa penosa e pelosa vicenda di terz’ordine -, si accusava la lapide di voler rivendicare l’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia…

Fermo restando quanto andremo ad evidenziare, dove sarebbe il reato? Reato di fantasia, sia detto per inciso, che ricadrebbe sull’intera Giunta comunale che quella lapide, con quelle scritte, ha approvato all’unanimità. Ma, per l’appunto, non c’è nessun reato. Eppure, qualcuno si è sentito in diritto di intervenire. Promuovendosi giudice-censore, accontentando il sinistro “grillo parlante”, e rimangiandosi la parola data e la firma impressa su un documento. Politica d’oggi, si direbbe. Si direbbe, certo, se in mezzo non ci fossero dei morti, delle vittime, una tragedia di proporzioni colossali per la storia della nostra Nazione.

La censura della lapide dantesca, addirittura nei giorni del 700° anniversario della morte del Sommo Poeta Padre della Patria, è emblematica per comprendere a che livello siamo scesi.

Se chi ha contestato la lapide conoscesse la storia e la geografia della nostra Nazione, avrebbe dovuto evidenziare che Dante pone i “termini” d’Italia “presso del Carnaro”, aggiungendo Arli e il Rodano. E allora avrebbe dovuto argomentare, se fosse in grado di farlo, che noi, riportando la nota dantesca, avremmo rivendicato sì l’Istria, ma avremmo rinunciato alla Dalmazia. Ma non solo. Avremmo rivendicato anche la Provenza e, visto che ci siamo, io avrei anche inserito la Corsica, Tunisi e Gibuti!

Siamo seri! Anche se qui ci sarebbe da piangere davanti a quello che è accaduto, in una terra dove in nome dell’antifascismo morale “spariscono i morti” tra il silenzio delle Istituzioni e si censurano lapidi dantesche con un’arroganza tipica dei “gendarmi della memoria”.

Davanti allo scempio compiuto, più di qualcuno ha cercato di mettere una “pezza” che, come si suol dire, è peggiore del “buco”. Infatti, sorvolando sulla chiara censura ciellenista della frase dantesca, si è detto che la parola “Italia” che succedeva a “Istria, Fiume, Dalmazia” era una prevaricazione nazionalista.

Elencare alcune località geografiche vuol dire tutto e nulla.

Il nazionalismo – checché ne dicano i sinistri “grilli parlanti” – non è certamente un reato, essendosi ancora in regime democratico.

In realtà, la politica non c’entra nulla, qui si sta contestando la storia, oltre che la geografia, perché si ha la coscienza sporca. Si contestano storia e geografia, sempre sulla pelle delle vittime delle foibe e dell’esodo. È come se qualcuno dicesse “Palermo e Messina” e poi aggiungesse “Napoli” e il “grillo parlante” di turno, per un egocentrismo degno più dell’attenzione di Lombroso che della opinione pubblica, si sentisse in dovere di intervenire per accusare l’incauto qualcuno di voler restaurare il Regno delle Due Sicilie, magari chiedendo l’intervento della Magistratura, elevandosi a questurino, giudice e poliziotto. Ma, anche in questo caso, dove è il reato?

Gli unici reati che qui vediamo sono i crimini contro l’umanità compiuti dai partigiani comunisti e, non dimentichiamolo, dai politici italiani del dopoguerra: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie atti violenti diretti e idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza o l’unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni. La pena è aggravata se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti l’esercizio di funzioni pubbliche” (art. 241 del Codice Penale).

Reati per i quali nessuno ha mai pagato e, anzi, per qualcuno costituiscono “medaglie al valore”.

Le parole “Istria, Fiume, Dalmazia, Italia!” che io ho voluto sulla lapide dantesca, oltre a far capire il tributo dell’Ara a chi è rivolto, sono i quattro nomi che le vittime dei partigiani titini hanno portato nel loro cuore durante il loro “calvario”. In nome di queste quattro “patrie” sono stati perseguitati, sono stati uccisi. E qualcuno viene a contestare che “non sta bene” accostare il nome “Italia” all’Istria, a Fiume, alla Dalmazia?

Nel 1972, quando ancora il Maresciallo Tito e i suoi partigiani godevano i favori di tutte le democrazie occidentali, quando c’era il PCI che di quella tragedia – sterminio, abbandono delle terre italiane e persecuzione degli esuli – fu uno degli attori, sul Monte Zurrone, il Sacrario militare che ricordava i Caduti senza Croce, gli istriano-fiumano-dalmati eressero una colonna della memoria, dove lanciarono “il grido eterno di fede e di passione: Italia”. Così fecero in tanti altri luoghi sacri alla Patria. Oggi, nel 2021, qualcuno si arroga il diritto di dire: «Non sta bene».

Non so cosa facciano questi sinistri “grilli parlanti” e questi censori moderni e non so cosa facevano nell’Estate 1995 quando per la prima volta, pubblicamente, presi a parlare dell’olocausto istriano-fiuamano-dalmata. In qualità di fiduciario del Comitato 10 Febbraio e Socio onorario della Fameia Capodistriana della Libera Provincia dell’Istria in Esilio, come oratore ufficiale presso diversi Comuni nel Giorno del Ricordo con tanto di apprezzamento della Presidenza della Repubblica Italiana, non accetto lezioni morali da nessuno. Sia chiaro!

Se per qualche sinistro la tragedia delle foibe e dell’esodo costituisce una cicatrice indelebile sulla propria faccia, non ci interessa. Se per qualche sinistro il Parco della Rimembranza, da me ricostituito dopo lo smantellamento voluto dai comunisti nel 1946, è un affronto, non ci interessa. Se a difendere i Sacri confini dell’Italia, nel 1943-1945, ci furono i combattenti della RSI e a loro non sta bene che si sappia, non ci interessa.

Gli autori, i complici, coloro che hanno le mani sporche di sangue o l’animo ancor più sporco dall’adesione ad una ideologia di terrore, morte e miseria, davanti al Parco della Rimembranza, davanti all’Ara dei Caduti, dovrebbero semplicemente tacere.

Non dimentichiamo cosa è stato compiuto in Istria, a Fiume in Dalmazia in nome dell’antifascismo. Non dimentichiamo chi voleva cedere anche Gorizia e Trieste al “paradiso socialista” di Tito. Non dimentichiamo i Governi italiani che davanti a un massacro senza precedenti – ripetiamo: senza precedenti – nella storia della nostra Nazione si girarono dall’altra parte, lasciando correre. Non dimentichiamo i comunisti, i socialisti, i sindacalisti che a Bologna gettarono sulle rotaie il latte destinato ai bambini esuli che fuggivano dall’Istria in balia dei partigiani antifascisti. Quegli esuli deportati in varie parti d’Italia su carri bestiame, costretti a vivere nei campi di concentramento per anni. Quegli esuli, nostri fratelli italiani, a cui venne negato il diritto alla vita, alla parola, alla memoria, in nome dell’antifascismo.

Ebbene, gli eredi morali ed ideali di costoro, ci dovrebbero dire cosa dobbiamo scrivere su un monumento ai Martiri delle foibe?

Ben strano paese sarebbe quello in cui le Istituzioni inaugurano in pompa magna vie e monumenti a chi è accusato di stupro ed omicidio e, nello stesso tempo, censurano lapidi dantesche perché la parola Italia “non sta bene” al fianco di Istria, Fiume e Dalmazia.

Se a qualcuno brucia dentro la realtà storica, non possiamo farci nulla. Non ci interessa. Continueremo a parlare di libertà.

Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo cedere a questo ricatto. Alla supponenza, alla falsa superiorità morale che cela solo l’odio antifascista e la fasciofobia, opporremo sempre l’amor di Patria che tutto vince, che tutto supera.

Istria, Fiume, Dalmazia… Italia!

Dott. Pietro Cappellari

Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Coppola” di Paderno (Forlì)

Parco della Rimembranza e dei Martiri delle foibe di Nettuno, 20 Luglio 2021: dopo essere stata battezzata con l’acqua del Golfo di Trieste, sull’Ara ai Caduti bruciano i rami raccolti dalla foiba di Basovizza

IN RICORDO DI AUGUSTO SINDICI, POETA “NETTUNESE”

Il 19 Settembre 1921,  sono cento anni dalla morte di Augusto Sindici, poeta italiano e dialettale  molto legato al nostro territorio. Sindici, discendente di una nobile famiglia ceccanese, ha scritto numerose opere in dialetto romanesco, per le quali è molto ammirato da Gabriele d’Annunzio. Comincia a pubblicare dal 1895, dopo aver partecipato ad alcune campagne militari come Ufficiale di Cavalleria. La sua opera più famosa sono le XIV leggende della campagna romana, dedicate a molte località del nostro territorio come: Pantano de l’Intossicata (a Sud di Borgo Montello, frazione di Latina); Femmina morta (tra Aprilia e Latina); Cinquescudi (al confine tra Latina e Nettuno);  L’Acqua der Turco, Campo de Carne (oggi Campo di Carne, frazione del Comune di Aprilia), Cavallo Morto (vicino ad Anzio e Borriposo, oggi tra Roma e Nettuno sulla Via Cecchina).

Dice della poesia dell’amico Sindici,  Gabriele d’Annunzio,  che gli dedica la prefazione alla seconda edizione:  “Tra un sonetto e l’altro, nella pausa, udivo la sinfonia del  mare neroniano ove sembra propagarsi la malinconia possente della campagna che ti ha fatto poeta (…) mentre… per la spiaggia latina le giumente cariche di carbone in lunghe file vanno dalle carbonere di Conca agli imposti di Anzio (…) e che  le beccacce si levino dinanzi ai tuoi cani e molte altre rime dinanzi ai tuoi sogni”…

Patriota, come abbiamo detto, prende parte alle Campagne del 1859, del 1866 e del 1870, in qualità di Ufficiale di Cavalleria. Si distingue per una serie di azioni patriottiche nel 1858 e nel 1870.

Il suo esordio da poeta avviene con la raccolta di sonetti in romanesco cui abbiamo appena accennato, per questo motivo viene chiamato “il poeta della Campagna romana”.

“Nel contrasto fra la vitapastorale e i tetri paesaggi pieni di memoria di fatti tragici divenuti leggendari, egli saprà infondere un tono di serenità che forma il pregio maggiore dei suoi versi”. Egli, infatti, dell’agro conosce persone, personaggi e luoghi. Sposa Francesca Stuart di vent’anni più giovane, pittrice spagnola allieva di Eduardo Dalbono e Domenico Morelli all’Accademia di Belle Arti in Napoli.  

Il villino Sindici sulla costa di Anzio e Nettuno è poco distante da Villa Borghese, viene edificato nel 1879 da Francesca, la moglie spagnola di Augusto. Deriva dall’ ampliamento di un precedente villino appartenuto al medico chirurgo portodanzese Innocenzo Liuzzi, peraltro il primo, sulla splendida riviera dei Cesari, già nel 1865. In seguito passerà al Marchese Filippo Ferrajoli. Spesso ospita d’ Annunzio,  che lo frequenta per la stima verso Sindici,  ma  anche per la notevole fama di cuoco dell’amico  poeta, che ammalia il palato del Vate con le sue ricette, tanto che d’Annunzio gli lascerà scritto questi versi: “A te gloria ed onor cuoco novello / degno di un Re di Francia e di Alemagna / rampollo della stirpe di vatello / nato nella città ove se magna / tu che rendi soave il vil tortello / e fai parer sublime una lasagna”… non saranno versi indimenticabili,  il Vate scherza. E pensare che al miglior poeta del Novecento e non solo, che a Nettuno scrive La figlia di Jorio nell’Agosto del 1903; rivede, corregge i versi dell’Alcione; non è dedicata neanche una via, e quella che aveva, gli è stata tolta, inspiegabilmente nel dopoguerra. Un paese che dimentica i suoi figli, seppur adottivi, figli che hanno amato il nostro territorio, mettendolo in rima, e purtroppo non ricorda neanche  quei figli che hanno combattuto in quei pantani che Sindici descrive con passione,  neanche una parola ufficiale, neanche una parola per lo scempio perpetrato al Campo della Memoria, il fatto più grave e squallido della storia millenaria del paese… del resto un’altra importante pagina della memoria storica locale è stata macchiata con l’aver divelto una frase di Dante nel  700° anniversario della sua morte… in ricordo dei Martiri delle Foibe. Censura che ci lascia perlomeno perplessi, visto che anche sulla stele del suggestivo e maestoso Monte Zurrone, nei pressi di Roccaraso, dai primi anni settanta il grido degli esuli istriani-fiumani-dalmati riecheggia nella valle con l’aggiunta di Italia tutta… ma, evidentemente, si possono dimenticare d’Annunzio, Sindici, gli esuli, lasciare le ossa dei morti dove or le bagna e move il vento, in nome di un buonismo in salsa bolscevica dal pessimo sapore.

 Prof. Alberto Sulpizi

Presidente Comitato Nettunese Pro Gabriele d’Annunzio

Presidente Comitato Pro Centenario Convenzioni di Nettuno

Responsabile Culturale Pro loco Nettuno

Responsabile Associazione NettunoNelMondo

Villino Sindici, una memoria cancellata…

Nettuno (Roma): divelta la targa con frase di Dante Alighieri sul monumento che ricorda i Martiri delle foibe. Emanuele Merlino (Presidente Comitato 10 Febbraio) “Atto inqualificabile, qualcuno ne risponderà. Il Sindaco Coppola dia una spiegazione”

Con una delibera della Giunta comunale di Nettuno (Roma), approvata all’unanimità il 17 settembre dell’anno scorso, è stata accolta la proposta del Dottor Pietro Cappellari, fiduciario locale del Comitato 10 Febbraio, di intitolare il giardino compreso tra Via XXIV Maggio, Via S. Maria e Via IV Novembre alla memoria dei Martiri delle foibe e dell’esodo istriano-fiumano-dalmata.

Il giardino, ripulito dai volontari, ha preso quindi ufficialmente il nome di “Parco della Rimembranza e dei Martiri delle foibe”.

“Un’importante pagina di democrazia e memoria storica per la nobile città di Nettuno – dichiara il presidente nazionale del C10F, Emanuele Merlino – purtroppo sporcata nei giorni scorsi da ignoti che hanno divelto la targa apposta sul monumento. L’apposizione della targa, i cui costi sono stati integralmente sostenuti da noi, era stata autorizzata con delibera di giunta il 17 febbraio 2021. E, ovviamente, il testo inciso era stato inviato all’amministrazione comunale, con PEC, precedentemente all’approvazione stessa.

I giornali suggeriscono che il distacco della targa sia stata una decisione del Sindaco ma, ci domandiamo, con quale motivazione e perché il primo cittadino avrebbe deciso di rimangiarsi una decisione sottoscritta all’unanimità da lui stesso e da tutta la Giunta?”

Forse la rimozione è motivata dalla sinistra polemica politica che contestava l’utilizzo della frase dantesca del IX canto dell’Inferno: “sì com’ a Pola, presso del Carnaro ch’Italia chiude e suoi termini bagna”. Polemica sterile, che paradossalmente avrebbe causato la “censura” del Sommo Poeta proprio nel 700° anniversario della morte.

Successivamente alla rimozione, il consigliere comunale Genesio D’Angeli ha presentato una denuncia penale per capire chi ha tolto la targa e con quale motivazione. Infatti, una volta deliberata l’apposizione, l’epigrafe non è più di proprietà personale di nessuno ma di tutta la città e, per rimuoverla, occorre una delibera, che non risulta esserci stata. Se fosse stato un atto unilaterale del Sindaco, sarebbe gravissimo, oltre che illegittimo.  

“Vogliamo, quindi, che venga fatta luce sulla vicenda – prosegue Merlino – che la targa sia rimessa al suo posto e se ci sono stati reati venga perseguito il responsabile materiale e chi ha ordinato l’asportazione della targa. In particolare, chiediamo al Sindaco Alessandro Coppola di spiegare cosa sia successo, se è vero che si sia trattata di una sua scelta e, nel caso, con quali motivazioni ideali e formali.

Chiamiamo a raccolta le forze sane della città – conclude il Presidente del C10F, Merlino – affinché sia unanime la condanna contro chi nega le foibe e cerca di nascondere la storia e i drammi vissuti dalla popolazione italiana al confine orientale d’Italia.”

Comitato 10 Febbraio

20 settembre 2021

OR LE BAGNA LA PIOGGIA E MOVE IL VENTO…

Non  posso sottacere, anzi è con senso di orgoglio per l’amicizia che mi lega al Dottor Pietro Cappellari, che sento il dovere di segnalare come il Direttore del Mausoleo delle Fosse Ardeatine, Col. Francesco Sardone e responsabile dell’alta vigilanza dei Sacrari militari del Lazio, Toscana,  Marche e Sardegna,  abbia voluto ringraziare per la preziosa collaborazione che ha voluto prestare nella sgradevole vicenda del Campo della Memoria di Nettuno, lo stesso Cappellari, e personalmente sento il dovere di voler ricordare lo scempio di resti gloriosi abbandonati chissà dove,  chissà perché…

Queste ossa al vento ed alla pioggia rimandano ancora una volta a Dante nei 700 anni dalla morte ed a poche settimane dalla ingiustificata rimozione di una lapide commemorativa al Parco dei Martiri delle Foibe… a  quando Dante, incontra Manfredi, Divina Commedia, Purgatorio, e dice:  «Io son Manfredi, / nepote di Costanza imperadrice; / ond’io ti priego che, quando tu riedi, / vadi a mia bella figlia, genitrice / de l’onor di Cicilia e d’Aragona, / e dichi ‘l vero a lei, s’altro si dice. / Poscia ch’io ebbi rotta la persona / di due punte mortali, io mi rendei, / piangendo, a quei che volontier perdona».                 

«Io sono Manfredi, nipote dell’Imperatrice Costanza; allora io ti prego, quando tornerai sulla Terra, di andare dalla mia bella figlia (Costanza), madre dei due eredi della Corona di Sicilia e Aragona, e di dirle la verità su di me, se si racconta altro sulla mia sorte ultraterrena. Dopo che io ricevetti (a Benevento) due ferite mortali, io mi rivolsi pentito e in lacrime a Colui che perdona volentieri».

«Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia / di me fu messo per Clemente allora, / avesse in Dio ben letta questa faccia, / l’ossa del corpo mio sarieno ancora / in co del ponte presso a Benevento, /sotto la guardia de la grave mora. / Or le bagna la pioggia e move il vento /di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde, /dov’e’ le trasmutò a lume spento».  

«Se il Vescovo di Cosenza, che allora fu incitato contro di me da Papa Clemente IV, avesse letto questo volto del perdono di Dio, le ossa del mio corpo sarebbero ancora sepolte sotto il mucchio di sassi presso la testa del ponte, a Benevento. Ora invece le bagna la pioggia e le disperde il vento fuori dal Regno di Napoli, quasi lungo il fiume Liri, dove egli le fece traslare a lume spento».

Or le bagna la pioggia e move il vento…. questo rimane dell’oltraggio al Campo della Memoria di Nettuno.

Alberto Sulpizi

Responsabile Associazione “NettunoNelMondo”

Presidente Comitato Nettunese Pro Gabriele d’Annunzio

Responsabile Cultura Proloco Nettuno

L’ITALIA DI PIAZZALE LORETO NON MUORE MAI…

Nuovamente profanato il Campo della Memoria: tradimenti dell’8 Settembre, sorrisi antifascisti

Nettuno, 10 Settembre 2021 – Una cronaca che non avremmo mai voluto scrivere. Non solo per lo sbigottimento che abbiamo provato questa mattina osservando la scena della nuova profanazione subita dal Campo della Memoria, ma perché sappiamo di non poter esser capiti dai più, quelli che confondono con la politica ciò che politico non è.

Quello che è avvenuto questa mattina al Cimitero militare italiano di Nettuno ci ha lasciato senza parole. È maturato in un clima surreale e richiamare la data dell’8 Settembre, quella del tradimento e del passaggio al nemico della nostra Nazione durante la Seconda Guerra Mondiale, non sembra davvero fuori luogo, ma perfettamente, quanto misteriosamente, calzante. La giornata del 9 Settembre, infatti, era iniziata con un certo clamore: “Qualcuno”, incredibilmente, aveva fatto rimuovere la targa dantesca affissa sull’Ara ai Caduti del Parco della Rimembranza e dei Martiri delle Foibe. Targa innocente, legittima, la cui affissione era stata regolarmente autorizzata all’unanimità dalla Giunta comunale. Eppure, all’alba del 9 Settembre, l’Ara ai Caduti veniva mutilata. Perché? Chi ha dato questo ordine incomprensibile? Chi ha ceduto alle pressioni politiche di un solitario Consigliere comunale mosso dal “fato”, animato dal fuoco della “giustizia rossa”? Domande a cui il tempo, e chi di dovere, daranno una risposta.

Il 9 Settembre, per la nostra città, è anche il giorno che “Qualcuno” ha falsificato, dipingendolo come il giorno della “insurrezione del popolo nettunese contro i nazifascisti”. E quando un ricercatore, documenti alla mano, ha fatto notare quello che realmente era accaduto – che il “popolo” non c’entrava nulla; che la politica, l’antifascismo, la Resistenza, non c’entravano nulla; tanto è vero che a sparare contro i Tedeschi furono le Camicie Nere e non certo inesistenti antifascisti – è stato messo al bando dalla “comunità civile”.

Chi non ricorda quei quattro Consiglieri comunali che, come novelli moschettieri, stilarono un indignato comunicato contro quello studioso che “disonorava”, con la sua sola presenza, la città, minacciando che avrebbero fatto di tutto per impedire che egli potesse parlare… democratici per convinzione o vili per professione?

Ebbene, in questo clima goliardico, ci si perdoni il termine, nella notte del 9 Settembre, l’apoteosi di una giornata iniziata nel solco della vergogna: ignoti penetravano nel Campo della Memoria spaccando i loculi che contengono i resti dei Caduti della RSI e portando via due cassette avvolte ancora nel tricolore. Una terza gettata a terra. Un fornetto distrutto, un altro lesionato. L’opera era stata disturbata da qualcuno. La fuga ha impedito che il disastro assumesse addirittura dimensioni più gravi.

Diciamolo chiaro. Purtroppo lo dobbiamo ammettere. Alle profanazioni ci siamo abituati. Addirittura a questo punto siamo arrivati. Ma, di solito, è bastato un po’ di lavoro per riconsacrare il Campo e dimenticare la volgarità compiuta, ora da antifascisti allo sbando, ora da bande di predoni d’altre Nazioni. Ma vedere a terra la cassetta del C.te Umberto Bardelli, la Medaglia d’Oro della RSI, assassinato dai partigiani a tradimento, ha tutt’altro effetto. È come vedere ancora il suo corpo sanguinante, straziato sul selciato di Ozegna, dopo che era stato profanato dalla furia barbarica degli antifascisti. Questa mattina Bardelli era lì, a terra, ucciso una seconda volta. Ma era lì e c’era addirittura di peggio. Due loculi vuoti. Mancavano all’appello due nostri Caduti, un giovane combattente immolatosi per la Patria sul Fronte di Nettunia mentre respingeva l’invasione angloamericana; e un quindicenne, assassinato dai partigiani a guerra ormai finita. Mancavano all’appello e il cuore si è come fermato. Ci siamo sentiti come colpevoli. Colpevoli di non averli difesi dalla follia compiuta nella notte del 9 Settembre. Erano qui per riposare in pace. Ma pace non hanno mai avuto. Le polemiche politiche dei fasciofobi locali, le denunce gratuite in assenza di qualsiasi reato, le interrogazioni parlamentari “a pagamento” che dal 1993 accompagnano la vita di questo Campo non lo hanno permesso. Ma non dimentichiamo le stelle rosse e le falci e martello dipinte sui muri, il motto “Ora e sempre Resistenza” a sporcare le tombe e turbare il sonno degli eroi più puri. Non dimentichiamo i nomi e i volti dei politici che hanno vilipeso il Campo in questi anni. Ci sono gli esecutori. Ci sono i mandanti morali.

Domani avremmo dovuto festeggiare i 94 anni del Marò Ennio Appetecchia. Quel ragazzino, Volontario di Guerra, che raccolse sul selciato il corpo del C.te Bardelli martoriato dagli antifascisti, in quel lontano 1944. Oggi abbiamo nuovamente raccolto quel corpo, abbandonato a terra, oltraggiato, e lo abbiamo rialzato, come fece Appetecchia tanti anni fa. La storia, incredibilmente, si è ripetuta. Oggi siamo veramente tutti Marò del Battaglione “Barbarigo”…

8 Settembre, data fortemente simbolica; “salme” che scompaiono. Se fossimo romanzieri il pensiero andrebbe a quella ritualità massonica in voga nella Toscana “rossa”, in quelle ville orgiastiche in cui si cela il mistero del Mostro di Firenze e la morte di David Rossi… Forse troppo dirà qualcuno, ma cosa c’è di peggio di due “salme” che scompaiono? Come dare una risposta?

E che tempi. Tempi in cui si censura una lapide dantesca negli stessi giorni in cui tutta Italia – tranne Nettuno – ricorda il settecentenario della morte del Sommo Poeta Padre della Patria. Ma lo sapete chi era Dante?

Incoscienti!

Del resto, sono anni che monumenti e lapidi del nostro più glorioso passato vengono impunemente rimossi dalla follia progressista e del politicamente corretto. Pensiamo a cosa avviene negli USA, ma anche in Spagna.

Un caro amico, reduce da missioni all’estero, nel commentare la profanazione di oggi ha esclamato: «Ma che siamo in Somalia?». No caro amico, non serve andare tanto lontano. Ricordiamo durante la Guerra di Spagna (1936-1939) chi erano coloro che entravano nei cimiteri e disseppellivano i morti per oltraggiarli. I “rossi”. Quelli stessi che oggi, in Spagna, abbattono i monumenti e le lapidi di chi li ha sconfitti liberando la penisola iberica dall’orrore del bolscevismo.

A Nettuno si censurano le lapidi dantesche e si dissotterrano i morti. Corsi e ricorsi storici. Bella civiltà ci avete regalato. Bravi. Ma non tutto è perduto. Questa notte alcuni giovani si ritroveranno al di fuori del Campo della Memoria e veglieranno fino all’alba. Faranno compagnia al C.te Bardelli e a tutti i ragazzi caduti per l’Onore d’Italia, per una migliore Italia. E forse sarà gettato il seme di una nuova umanità.

Pietro Cappellari

RICORDATO MELITO AMOROSI NEL CENTENARIO DELLA MORTE

Deposti fiori sulla tomba e in via del Paradiso dove venne aggredito da estremisti di sinistra

Viterbo, 7 Settembre 2021 – Ricordato stamattina il centenario della morte di Melito Amorosi, il fascista aggredito da avversari politici e deceduto il 7 Settembre 1921 in ospedale per le gravi ferite.

Una delegazione del Comitato Pro Centenario di Viterbo, guidata dal Paracadutista della RSI Senatore Ferdinando Signorelli e da Gennaro Ramacciani, ha deposto un omaggio floreale in Via del Paradiso, dove l’Amorosi venne picchiato e accoltellato dagli Arditi del Popolo, e sulla tomba del martire.

Melito (in alcuni documenti è indicato anche come Mellito) Amorosi nasce a Marta (Viterbo) il 15 Marzo 1888, e al momento del decesso è residente a Sermugnano, frazione del Comune di Castiglione in Teverina.

Dopo aver prestato servizio di leva in Artiglieria, il 31 Ottobre 1920 è riformato dall’ospedale militare di Roma per una lesione molto importante all’avambraccio sinistro, avvenuta durante la sua attività lavorativa di fabbricante di fuochi d’artificio.

Aderisce al Fascismo e si distingue per ardimento e coraggio nonostante la grave mutilazione. Il 28 Agosto 1921 è a Viterbo per preparare lo spettacolo pirotecnico in onore della Santa patrona della città, Santa Rosa, che si celebra con una solenne processione la sera del 3 Settembre.

La sua presenza a Viterbo è segnalata agli antifascisti locali, che organizzano un’aggressione.

I sovversivi, nei giorni precedenti, hanno dichiarato pubblicamente di essere pronti a saldare il conto con l’Amorosi se si farà vedere in città. Preparano quindi con cura l’agguato, rompono le lampadine dell’illuminazione stradale e si appostano nei pressi del magazzino temporaneo di fuochi d’artificio, situato fuori dal centro abitato, in Via del Paradiso.

Quando l’Amorosi giunge all’inizio della via, accompagnato da un suo operaio, tale Giovanni Roncio, si accorge che la strada è buia. Improvvisamente, usciti dal loro nascondiglio, alcuni sovversivi si lanciano sull’Amorosi. Si tratta degli Arditi del Popolo, la formazione squadristica composta da estremisti di sinistra. Il povero Amorosi è circondato, pugnalato quattordici volte e colpito ripetutamente con mazze ferrate. Benché preso di sorpresa, si difende come può. Quando gli aggressori fuggono, si alza faticosamente in piedi e raggiunge barcollando il Bar Garbini, poco fuori Porta Fiorentina. Qui viene soccorso da alcuni giovani e trasportato in ospedale, dove è interrogato dai Carabinieri e, nonostante il dolore lancinante causato dalle pugnalate e dai colpi di mazza ricevuti, riesce a dare indicazioni agli investigatori per individuare gli aggressori.

Melito Amorosi muore nella notte tra il 7 e l’8 Settembre 1921. Lascia una bambina di otto anni. Il suo corpo, seppellito in una fossa comune, nel 1924 sarà riesumato e troverà una definitiva e degna sistemazione.

Comitato Pro Centenario 1918-1922 Viterbo