CAMPO DELLA MEMORIA: ONORATO CHI HA COMBATTUTO PER LA PATRIA

Nettuno, 21 Gennaio – Questa mattina, in occasione del LXXVII anniversario dello Sbarco di Nettunia (22 Gennaio 1944) le delegazione ufficiali dei Comuni di Anzio e Nettuno hanno deposto un omaggio floreale al Campo della Memoria, il Sacrario militare dove riposano i combattenti della Repubblica Sociale Italiana che, in quella lontana Primavera del 1944, difesero Roma dall’invasore angloamericano.

Il Comune di Nettuno è stato rappresentato dall’Assessore Claudio Dell’Uomo, mentre Anzio dall’Assessore Gianluca Mazzi. Presenti anche il Consigliere comunale di Anzio Angelo Mercuri e una delegazione della Sezione di Aprilia dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia.

Al termine della breve ma emozionante cerimonia, il Dott. Alberto Indri – responsabile del Campo della Memoria – ha ricordato le valorose gesta dei ragazzi italiani che offrirono la loro vita per l’onore e la libertà della nostra Patria, che hanno legato per sempre il loro nome ad Anzio e Nettuno.

Il loro valore, tra l’altro riconosciuto dagli stessi Angloamericani che al termine delle ostilità decretarono ai sopravvissuti l’onore delle armi, sia da esempio per le giovani generazioni, in nome della pacificazione nazionale e dell’amor di Patria.

AresAN

IL PREMIO “NETTUNIA1944” A PIERLUIGI ROMEO DI COLLOREDO

In occasione del LXXVII anniversario dello Sbarco alleato a Nettunia (22 Gennaio 1944), la Commissione scientifica dell’Accademia Delia, presieduta dal Prof. Alberto Sulpizi, ha selezionato il vincitore del Premio del Libro di Guerra “Nettunia1944”. Un premio unico nel suo genere in Italia, giunto alla sua terza edizione grazie alla collaborazione della Pro Loco Nettuno, istituzione sempre sensibile alla cultura nazionale.

Quest’anno il riconoscimento è andato al Conte Pierluigi Romeo di Colloredo Mels, per il suo pregevole studio in due volumi: Kesselring: una biografia militare dell’Oberbefehlshaber Süd, 1885-1960, edito dalla prestigiosa casa editrice specializzata in storia militare Soldiershop.

Pierluigi Romeo di Colloredo Mels

Colloredo è archeologo e storico, lo ricordiamo come autore di saggi fondamentali sulla storia della Milizia, oltre che di monografie sulle guerre italiane del XX secolo e sulla Campagna d’Italia. La sua biografia del Feldmaresciallo Albert Kesselring è una delle più approfondite mai scritte sulla vita di uno dei migliori strateghi della Seconda Guerra Mondiale, sulla base di una solidissima documentazione, accompagnata da un vasto repertorio iconografico, rivisita obbiettivamente la figura dell’Oberbefehlshäber Süd dalla nascita alla morte, occupandosi di tutte le sue Campagne, dalla Blitzkrieg alla Battaglia d’Inghilterra, dalla lotta aero-navale nel Mediterraneo sino alla Campagna d’Italia, condotta in condizioni di inferiorità numerica di uomini, artiglierie e mezzi, contro un avversario che aveva il dominio assoluto dell’aria, affrontando con oggettività di studioso, sulla base anche di documenti inediti, gli aspetti più controversi della condotta delle operazioni, quali la questione della repressione della guerriglia ed il processo di Venezia, evidenziandone sia le luci che le ombre, senza apologie o denigrazioni preconcette.

Le normative anti-Covid19, purtroppo, hanno impedito l’organizzazione della consueta festa di premiazione. La Commissione, di conseguenza, è stata costretta rimandare la cerimonia a quando i prossimi DPCM permetteranno la ripresa delle attività culturali nella nostra Regione. Sarà l’occasione per ospitare a Nettuno uno storico del calibro di Romeo di Colloredo e fargli conoscere le meraviglie della nostra città.

Pietro Cappellari

Commissione scientifica

Premio “Nettunia1944”

JUGONEGAZIONISTI, GIUSTIFICAZIONISTI, IGNORAZIONISTI

Quando la storia è ostaggio della politica e dell’odio

È inutile. Non passa giorno che l’olocausto degli Italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia – la più grave tragedia che ha colpito la nostra Nazione nel corso della sua storia – non sia al centro delle polemiche politiche. Nonostante l’istituzione del Giorno del Ricordo nel lontano 2004. Avrebbe dovuto costituire un primo passo per la conoscenza pubblica di quel dramma e – ovviamente – per “riparare”, con un atto di giustizia, l’offesa fatta a quegli Italiani e a quelle terre. Ma siamo ancora al punto di partenza. Come se quella Legge – benemerita – abbia costituito solo un “atto di soddisfazione” per una parte politica – che, infatti, l’ha “strappata” in extremis – contro un’altra parte. Una parte soccombente che non smette di gridare per l’affronto subito. I più, certamente, si defilano, non scendono in campo, accontentandosi di una smorfia di disgusto quando sentono parlare delle foibe, ma non mancano certamente i militanti della contestazione a viso aperto. Hanno i nomi più disparati, vengono chiamati in genere jugonegazionisti, proprio per evidenziarne la scelta di campo anti-italiana e filotitina che li stimola a negare addirittura l’esistenza delle foibe con supponenza. Del resto, gente che ha vissuto nel mito del “paradiso dei lavoratori” istaurato nell’Est europeo dal bolscevismo in tutte le sue salse, non può che vivere in una realtà parallela, dove, per l’appunto, è del tutto ovvio che le foibe non siano mai esistite e, se sono esistite, le hanno utilizzate i “faSSisti”. A questi, si affiancano i giustificazionisti, in genere docenti o studiosi di storia (tutti con stipendio statale) che, se certamente oggi non si fanno più fotografare con la bandiera rossa in mano, tendono a giustificare i crimini commessi dai partizan titini, accusando gli Italiani di questo o quel crimine “precedente” che spiegherebbe la “vendetta” del 1945. Infine, ci sono gli ignorazionisti, neologismo coniato dallo studioso Emanuele Mastrangelo, per indicare coloro che, raccontando del confine orientale italiano, ignorano appositamente interi capitoli di storia, presentando quindi il contesto in cui sono avvenuti i crimini di guerra e contro l’umanità degli Slavo-comunisti, in modo del tutto artefatto e accomodante per la vulgata. E nel neologismo non possiamo non evidenziare la parola “azionista”, proprio per sottolineare una visione ideologica della storia che è propria a questa categoria di “narratori” politicizzati, estremisti e moralisti come gli azionisti di un tempo… e di oggi!

Una cosa, comunque, accomuna queste “specie”: sono tutti antifascisti. E il manipolare la realtà dei fatti è funzionale alla politica della storia che intraprese, nel 1945, il PCI. Anche oggi che il PCI non c’è più. Rimangono a sostenere quel catafalco ideologico solo le associazioni neopartigiane ed alcuni istituti della Resistenza, tutti generosamente sovvenzionati dallo Stato italiano.

Sia detto per inciso. Per noi la storia è una scienza, non certo argomento ideologico o teologico. Tutto deve essere sottoposto al vaglio dei documenti, dell’analisi comparativa. Tutto deve essere posto sotto revisione. Anche i dati e le modalità dell’olocausto degli Italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Tuttavia, la nostra critica non si rivolge verso i revisionisti – ben vengano! – ma contro le “specie” suddette che, nel nome di una politica della storia di ispirazione comunista, tendono a distorcere la realtà dei fatti, con i soldi dello Stato, ossia con i soldi di tutti gli Italiani.

Noi siamo convinti che queste persone – che pur vivono in una realtà parallela che li spinge addirittura a rifiutare la propria Patria – siano consapevoli dei crimini commessi dal comunismo e dai titini in particolare e mentono sapendo di mentire, perché nel loro modo di agire e di pensare la questione non è storica, non è più nemmeno politica – essendo il marxismo-leninismo sprofondato negli abissi del proprio fallimento planetario -, ma è essenzialmente m-o-r-a-l-e. Ossia, la loro superiorità morale non ammette annotazioni o critiche di sorta. Se hanno compiuto quel hanno compiuto, lo hanno fatto “a fin di bene”, per una “meta superiore”, che non ammette, per l’appunto, critiche, revisioni, appunti di nessun genere.

Per fortuna, nel grigiore in cui è sprofondata la cultura italiana in questi ultimi decenni, dove si registrano passi indietro nella stessa storiografia – altro che Giorno del Ricordo! -, ogni tanto uno spiraglio di luce viene ad illuminare il cammino di chi fa della storia una scienza per comprendere il passato e non certo uno strumento politico. Tipico il caso di Confine orientale. Italiani e Slavi sull’Amarissimo dal Risorgimento all’Esodo (Eclettica Edizioni, Massa 2020), l’ultimo lavoro di Pierluigi Romeo di Colloredo, fine studioso d’avanguardia e prolifico saggista, che segue il fondamentale Controguerriglia: La 2a Armata italiana e l’occupazione dei Balcani 1941-1943 (Soldiershop, 2020), con cui ha messo a tacere le speculazioni sui crimini di guerra italiani in questo settore.

Pierluigi Romeo di Colloredo, archeologo, saggista, fine studioso della Seconda Guerra Mondiale. Al tema del confine orientale italiano ha contribuito anche con il suo “Controguerrilia”, in cui finalmente mette a tacere tutti coloro che tentano di speculare sui crimini italiani in Balcania al solo scopo di giustificare i crimini di guerra e contro l’umanità compiuti dai partizan slavo-comunisti, spesso con l’aiuto dei comunisti italiani

Confine orientale è uno studio che, finalmente, fa chiarezza sulla storia della Venezia Giulia e sulle pressioni che l’elemento italiano, nel corso dei secoli, ha subito, smascherando tutti i tentativi degli jugonegazionisti, dei giustificazionisti (con stipendio statale) e degli ignorazionisti di stravolgere la realtà dei fatti per fini politici. I fatti parlano chiaro. I dati parlano chiaro. Quei fatti e quei dati che, guarda caso, non si trovano nei testi pubblicati anche da altisonanti case editrici, tutte dedite alla “Cultura” ovviamente! Evidentemente, l’eskimo in quelle redazioni non è ancora passato di moda!

Vorremmo soffermarci in questo breve intervento sui dati della guerra nella ex-Iugoslavia (1941-1945). Le stime ci parlano di oltre un milione di vittime, la maggior parte attribuibili alla guerra civile scoppiata tra le varie nazionalità slave. Circa 600.000 “nemici del popolo” furono sterminati solo dai titini, in gran parte dopo la fine del conflitto, in un bagno di sangue che non ha precedenti e che ha fatto della Slovenia il più grande cimitero a cielo aperto dell’Europa!

In tutto questo allucinante scenario di sangue, alle regolari Forze Armate italiane, legittime belligeranti, che applicavano le convenzioni internazionali di guerra, sono attribuite meno di 10.000 uccisioni!

Senza contare che nel successivo “paradiso dei lavoratori” instaurato da Tito nella risorta artificiale Iugoslavia socialista, tra il 1945 e il 1987, si registrò la morte di altri 500.000 “nemici del popolo”, che fa ammontare il conto delle vittime del comunismo titino alla spaventosa cifra di 1.172.000, tra cui – e venivamo a noi – 10.000, forse 15.000, Italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.

Questi dati dimostrano delle evidenze da sempre sottaciute. Che non esiste nessuna causa-effetto tra la repressione della guerriglia nei Balcani compiuta dagli Italiani tra il 1941 e il 1943 e il successivo genocidio compiuto dagli Slavi-comunisti sulla popolazione istriano-fiumano-dalmata. E se si deve trovare una causa-effetto – peraltro ben contemplata dalle convenzioni internazionali – è quella che lega la repressione dalla guerriglia compiuta dagli Italiani alle barbare azioni degli illegittimi belligeranti titini. Infine, il bagno di sangue con cui Tito battezzò e tenne in piedi la sua Iugoslavia socialista dimostra chiaramente come lo sterminio dei “nemici del popolo” fosse uno strumento di violenza usato su vasta scala contro tutti gli oppositori – o presunti tali – del comunismo, senza che vi fosse un “precedente”, una “provocazione”, un “crimine”, a scatenarlo. Viene meno la novella giustificazionista della “vendetta”… per cosa?

Grazie a Pierluigi Romeo di Colloredo e alla coraggiosa casa editrice Eclettica di Alessandro Amorese, si è fatto un passo in avanti per la comprensione di cosa avvenne, nel corso dei decenni, sul nostro “amarissimo” confine orientale. Ma ancora è lontano quell’atto di giustizia che la dignità di essere una Nazione pretende per riparare a quel torto.

Pietro Cappellari

NEL NOME DI BARLETTA E NOBILI A CENTO ANNI DAL DUPLICE OMICIDIO

Bari, 23 Dicembre – Le delegazioni militanti dei patrioti di Andria e Barletta, su iniziativa del Comitato pro Centenario 1918-1922, si sono recati al Faro dei Martiri fascisti di Minervino Murge per deporre un omaggio floreale in onore di tutti i Caduti per la Patria immortale. Ricorre, infatti, quest’anno il centesimo anniversario del duplice omicidio di Minervino. L’11 Aprile 1920, lo studente Ferruccio Barletta intervenne contro il comizio indetto dai sovversivi finendo pugnalato. Morirà il 13 Aprile seguente. Stessa sorte per la Guardia Municipale Vincenzo Nobile, che era intervenuto in difesa del giovane. Nobile e Barletta saranno i primi Caduti per la Causa nazionale del 1920 e la loro morte scosse diverse coscienze nel circondario, preparando il terreno alla reazione antimassimalista.

«Le restrizioni imposte dai DPCM – ha dichiarato Giuseppe Alberga – hanno impedito di ricordare degnamente l’evento l’Aprile scorso. Oggi, prima dell’entrata in vigore delle nuove restrizioni, i patrioti pugliesi si sono recati a Minervino, città dove avvenne il duplice omicidio, al cospetto del Faro dei Martiri fascisti progettato dall’Architetto barese Aldo Forcignanò. Il monumento, in pietra dura di Minervino, venne inaugurato il 29 Giugno 1932-X, alla presenza del Segretario del PNF, il pugliese Achille Starace. Alla sua sommità fu costruito un faro che lanciava un fascio di luce per un raggio di 80 km, simbolo del sacrificio dei Caduti per la Causa nazionale che illuminava la via a tutti i lavoratori di queste terre, indicando loro la strada del riscatto, della giustizia sociale e della grandezza nazionale. Nel dopoguerra, ne venne chiesto per odio politico l’abbattimento: solo cancellando la storia, si credeva, si poteva seppellire quel passato. Ma le menti primitive non sanno che seppur si distrugge la pietra, restano le idee. La proposta non trovò consensi e si scelse di “depotenziare”, “manipolare” il Faro, lasciandolo poi dimenticare su quel colle».

Oggi, i fiori con i colori della Patria sono tornati ad onorare i Caduti, a far da corona all’epigrafe dettata dal Professor Augusto Cerri: “Più che faro nelle tenebre, più che sole a meriggio, splenderà nei secoli, conforto ai fedeli, rampogna ai traditori, la luce del martirio”.

Il portavoce

Il Faro dei Martiri fascisti di Minervino
L’omaggio floreale ai Caduti per la Patria immortale

Ricordato a Roma il centesimo anniversario de “Il Natale di Sangue” (Fiume, 24-29 dicembre 1920)

Roma, 24 Dicembre – Nel centesimo anniversario del Natale di Sangue (24-29 Dicembre 1920), si è tenuta a Roma, presso il Tempio nazionale del perpetuo suffragio di tutti i Caduti di tutte le guerre, in Piazza Salerno, una Santa Messa in memoria dei Legionari dannunziani e dei soldati del Regio Esercito morti durante quei giorni di battaglia e di tutti gli Italiani caduti per l’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. 
Il 24 Dicembre di cento anni fa si concludeva, con il sangue dello scontro fratricida, l’esperienza di Fiume d’Italia retta da Gabriele d’Annunzio capace di salvare l’onore che l’Italia si era guadagnata con la Vittoria nella Prima Guerra Mondiale e di lasciare una testimonianza indelebile di “poesia al potere”, di italianità creatrice e di sogni capaci di rimanere vivi al sorgere del sole.
“Abbiamo chiamato questo evento Baciami fratello, non mi maledire – dichiara Emanuele Merlino, presidente del Comitato 10 Febbraio – non per ricordare le colpe ma solo l’amore per l’Italia. Sono orgoglioso per le numerosissime adesioni pervenute e nonostante la situazione pandemica abbia limitato le presenze grandissima è stata la partecipazione in spirito. In fin dei conti – prosegue Merlino – è lo stesso d’Annunzio ad averci ricordato che Si spiritus pro nobis qui contra nos. Ringrazio tutte le associazioni che immediatamente hanno voluto condividere l’evento e, soprattutto, Benito D’Eufemia e lo storico Pietro Cappellari per aver proposto e, nei fatti, permesso il ricordo di questo momento della storia d’Italia che, seppur tragico, è nostro dovere commemorare, omaggiare, fare nostro.”
L’iniziativa, ispirata dal Comitato pro Centenario 1918-1922, è stata realizzata dal Comitato 10 Febbraio insieme alla Federesuli, alla Lega Nazionale, all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, all’Associazione Nazionale Dalmata, al Movimento Nazionale Istria Fiume Dalmazia, alla Società di Studi Fiumani, all’Associazione Nazionale Volontari di Guerra, all’Associazione Nazionale Arditi d’Italia, all’Associazione Nazionale Carabinieri Sezione Roma EUR, all’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci “Enrico Toti”, all’Associazione Bersaglieri d’Italia “Guglielmotti”, alla Società Dalmata di Storia Patria, all’Associazione Guardie d’Onore al Pantheon e al Circolo Rex.

Comitato 10 Febbraio

Foto di Flavia Baldini

CENTENARIO DELL’ECCIDIO DI FERRARA: I PATRIOTI RICORDANO I CADUTI

Ferrara, 20 Dicembre. In occasione del centesimo anniversario dell’Eccidio di Ferrara (20 Dicembre 1920), i patrioti dell’Emilia e della Romagna si sono recati, su iniziativa del Comitato pro Centenario 1918-1922, a rendere omaggio a tutti Caduti di quella tragica giornata, quando nelle strade si scontrarono i fascisti con i socialisti. Le Guardie Rosse, appostate sul Castello Estense per tendere un’imboscata ai fascisti, non esitarono a sparare sulla folla. Al termine degli scontri, restarono sul terreno un totale di sei caduti: due socialisti, un passante (Giuseppe Salani) e tre fascisti: Franco Gozzi di 20 anni, Angelo Pagnoni di 24 anni e Natalino Magnani di 15 anni.
La cittadinanza, stanca di due anni di violenze anarco-massimaliste, condannò con decisione l’ennesimo atto di barbarie commesso dai sovversivi: una folla di migliaia di persone accompagnò i funerali dei tre fascisti e gli stessi famigliari del passante ammazzato dalle Guardie Rosse vollero celebrare insieme alle camicie nere l’addio al loro congiunto. Da quel giorno, Ferrara non fu più la stessa: il socialismo aveva capitolato, era finito il Biennio Rosso.
In occasione di questo Centenario, i patrioti dell’Emilia e della Romagna hanno deposto un omaggio floreale davanti al Castello Estense, dove un tempo sorgeva una lapide ricordo dei Caduti, emblematicamente distrutta dai comunisti nel dopoguerra. Poi, si sono recati presso la Basilica di S. Maria in Vado, dove sono ricordati tutti i ferraresi immoltatisi per la gloria della Patria immortale, sostando in silenzio davanti alle lapidi che ne tramandano alle generazioni future l’esempio. Infine, il “Presente!” alla tomba di Gozzi nel cimitero cittadino.

Ferrara, Castello Estense. Il luogo ove sorgeva la lapide in memoria del Martiri del XX Dicembre,
divelta dall’odio politico nel dopoguerra
Ferrara, Basilica di S. Maria in Vado. L’omaggio commosso ai Caduti per la grandezza della Patria
Ferrara, Basilica di S. Maria in Vado.
Mosaico del fascio fiammeggiante su fondo tricolore, simbolo dei Martiri fascisti
Ferrara, Certosa. Il “Presente!” alla tomba di Franco Gozzi, il primo caduto dei tragici eventi del 10 Dicembre, assassinato dai sovversivi

Da oggi la memoria dei Martiri di Ferrara non sia più nascosta nella “fossa comune” della storia cittadina, ma sia posta alla base dell’educazione di tutti i ferraresi, perché nell’amor della Patria si possa raggiungere l’agognata pacificazione nazionale.

Il portavoce

BOLOGNA: RICORDATO GIULIO GIORDANI NEL CENTENARIO DEL SUO OLOCAUSTO PER LA PATRIA IMMORTALE

Bologna, 13 Dicembre 2020 – I patrioti dell’Emilia e della Romagna, su iniziativa del Comitato Pro Centenario 1918 – 1922, in occasione del Centenario dei “fatti di Palazzo D’Accursio” del 21 Novembre 1920, hanno ricordato la figura di Giulio Giordani depositando un mazzo di fiori con i colori della Patria presso la targa commemorativa posta ove il Martire abitava, in Via Guerrazzi. Poco dopo, la stessa delegazione si è recata presso la prima sede del Fascio di Combattimento di Bologna, in Via Marsala n. 30 – quella sede che vide personaggi come Leandro Arpinati, Dino Zanetti, Pietro Nenni, Mario e Giudo Bergamo – deponendo un altro omaggio floreale in ricordo di tutti i Caduti per la Nazione.

Il Consigliere comunale Giulio Giordani, assassinato dai sovversivi in Aula

La mitizzazione che la vulgata resistenziale ha fatto della vicenda storica in questione ha sempre tralasciato due importanti profili. In primo luogo, lo sdegno che scatenò la piazza dei fascisti e dei combattenti a fronte delle scelte dell’Amministrazione socialista neoeletta di issare in luogo del Tricolore la bandiera dell’Internazionale nel Palazzo Comunale; in secondo luogo, la barbara uccisione del Consigliere liberale Giulio Giordani, Avvocato e decorato al Valor Militare della Grande Guerra, nonché fondatore del Comitato d’Azione dei Mutilati di Guerra.

L’omaggio a Via Marsala, prima sede del Fascio di Combattimento di Bologna

L’omaggio in Via Guerrazzi, sull’abitazione del Consigliere Giulio Giordani assassinato dai negatori della Patria

I patrioti bolognesi hanno anche scritto al Sindaco della Città per chiedere che venga ripristinata nell’Aula consigliare l’antico manufatto che ricordava il più tragico episodio mai avvenuto in quell’assise, manufatto poi fatto “sparire” nel dopoguerra. La lapide con busto eretta in Palazzo d’Accurso il 22 Novembre 1925-III recitava solenne:  “Giulio Giordani / due volte combattente e due volte Martire / del destino d’Italia / Mutilato di Guerra / vindice della Santa Vittoria / fu colpito in questa Aula consigliare del Comune / ma risorse nel cielo della Patria / per benedire alla riscossa della romana virtù / per vivere eterno nella luce della sua gloria”.

Il manufatto commemorativo di Giulio Giordani del 1925-III, “scomparso” nel dopoguerra

L’avere ricordato con un semplice gesto l’eroismo di coloro che tornati dal fronte intesero difendere il valore della Vittoria dalle forze politiche antinazionali è oggi motivo per il quale la stessa storiografia debba avviare una rivalutazione di queste vicende superando la retorica antifascista.

Il portavoce

NETTUNO, IL COMITATO “10 FEBBRAIO” INAUGURA VIRTUALMENTE IL PARCO DEDICATO ALLA MEMORIA DEI MARTIRI DELLE FOIBE E DELL’ESODO ISTRIANO-FIUMANO-DALMATA

Nettuno, 6 Dicembre – Con una simbolica cerimonia patriottica, questa mattina è stato ufficialmente inaugurato il Parco della Rimembranza e dei Martiri delle foibe. Hanno aderito l’Assessore Claudio Dell’Uomo, il Consigliere comunale Genesio D’Angeli, il Paracadutista Bruno Sacchi Comandante del Reparto di Nettunia dell’Associazione Nazionale Arditi d’Italia e gli ex-Consiglieri comunali Roberto Gigli e Rodolfo Turano.

«È con particolare emozione – ha dichiarato il Dott. Pietro Cappellari, cittadino onorario del Libero Comune di Capodistria in Esilio e fiduciario locale del Comitato “10 Febbraio” – che riconsacriamo questo giardino al culto della Patria. Dal 1946 si era persa questa memoria storica. Oggi, con questo atto, compiamo un gesto dall’alto valore spirituale che unisce simbolicamente i 600.000 Caduti per il raggiungimento dei sacri confini d’Italia con i Martiri delle foibe. È solo il primo passo. Questo parco, che prossimamente sarà oggetto di un profondo recupero, sarà negli anni a venire il cuore pulsante della nostra Nettuno, meta dei pellegrinaggi delle scolaresche nelle date sacre alla Patria. Abbiamo mantenuto e potenzieremo la proiezione di parco giochi, perché il sorriso dei bambini possa allietare questo ricordo d’amore verso i Caduti della nostra Nazione. Un luogo di amore patriottico che sia da esempio per tutti i Comuni d’Italia. C’è bisogno di una pacificazione nazionale. In tutte le città dove ancor compaiono vie dedicate a Stalin, Tito e Togliatti, si inaugurino vie ai Martiri delle foibe, a Norma Cossetto, agli Eroi dell’ARMIR. Il caso di Reggio Emilia, dove è stata respinta l’intitolazione di una via alla Medaglia d’Oro Cossetto stuprata ed infoibata dai partizan titini, deve far riflettere tutti. Siamo in Italia e Reggio Emilia è e rimarrà la patria di nascita della nostra sacra bandiera tricolore».

Comitato “10 Febbraio”

7 DICEMBRE 1970: 50 ANNI FA IL “GOLPE BORGHESE”…

Una storia d’amore e d’avventura di Pietro Cappellari, ambientata anche a Nettuno e Rieti

Dopo una trentina di saggi, studi storici profondi, ineccepibili ed irripetibili (…un altro Cappellari non lo troveremo mai) “esce” a dispetto del covid e della “dittatura di regime”, il primo romanzo, Tora Tora, “storia d’ amore e d’avventura”, ambientato nel periodo del cosiddetto “golpe Borghese”, proprio dell’amico Cappellari. Dottore in Scienze Politiche, Dottore magistrale in Storia e Società, collabora con la Fondazione della R.S.I., è il Direttore del periodico “L’Ultima Crociata” e della Biblioteca di Storia Contemporanea “Coppola” di Paderno (Forlì); cittadino onorario di Capodistria (in esilio) e, come già accennato, autore di fondamentali studi e saggi sul nostro territorio, ma non solo. Adesso è alla prova con quello che può definirsi un romanzo storico.

In questo racconto, ambientato negli anni Settanta, gli interpreti sono a volte facilmente riconoscibili, almeno per chi conosce le vicende ed i protagonisti, altre volte possono apparire più misteriosi e nascosti, quasi di fantasia.

Proprio in questi giorni ricorre il 50° anniversario degli eventi presi in esame ed il Dottor Cappellari è un classe ‘75, nasce mentre si chiude la guerra del Vietnam, viene inaugurata Gardaland, esce nelle sale Amici miei, muore Pasolini, i Queen pubblicano A night at the opera, il loro quarto album, che consacrerà la band britannica nel panorama del rock mondiale. Nascono oltre al Cappellari, anche Drew Barrymore, Angelina Jolie, Anna Valle, Charlize Theron, Martina Colombari (per fortuna): il Torino vincerà, dopo  27 anni, quello che ad oggi è il suo ultimo titolo nel calcio.

Veniamo ai fatti in cui si ambienta Tora Tora: nella notte tra il 7 e l’8 Dicembre 1970, il Principe Junio Valerio Borghese – ex Comandante della Decima MAS, a capo del Fronte Nazionale – guida un tentativo di colpo di stato, definito in codice Operazione “Tora Tora”. Il riferimento è all’attacco giapponese a Pearl Harbor del 1941.

Il golpe verrà definito come un atto “iscritto in un disegno lucido” ma “velleitario”, nonostante esponenti di Avanguardia Nazionale fossero penetrati, con il consenso delle Forze dell’Ordine (?), fin dentro il Ministero degli Interni, impossessandosi di ben 200 mitra. Si eviterà, inoltre, presumibilmente, di sottolineare il ruolo giocato dai Servizi segreti e i rapporti con le Forze Armate. Le poche condanne comminate (per cospirazione politica e associazione a delinquere) saranno assai miti. La Corte d’Assise d’Appello nel Novembre 1984 assolverà comunque tutti da ogni accusa. Il 24 Marzo 1986, la Cassazione confermerà definitivamente l’assoluzione generale. Per la giustizia, il “golpe Borghese” non era mai avvenuto.

Ai tempi dei fatti, sera del 7 Dicembre 1970, io facevo le scuole medie presso l’Istituto “San Franceso d’Assisi” di Nettuno. Ricordo distintamente mio padre, Loreto Sulpizi, Maresciallo di P.S. e cinofilo alla Caserma “Piave” di Nettuno, rientrare con faccia seria, contrariamente al solito, e dire a mia madre: «Stasera dormo in caserma, ordine di servizio ci rivediamo dopodomani!»…

Duecentoventiquattro pagine, un antefatto, 13 capitoli ed un epilogo: si parte da Nettuno, Marzo 1945, dalla mai dimenticata Piazza Regina Margherita. Io abitavo in Via Bainsizza che dallo stradone del cimitero americano, incrociando Via Ala, Via Zara, Via Monte Grappa e Via IV Novembre, dopo aver accarezzato il bar dei Mille, defluisce in quella che oggi qualcuno tenta di chiamare, nel disinteresse generale, Piazza Garibaldi, davanti al forno dove il mitico Aristodemo “faceva la guardia”… Poi le vicende si spostano a Roma, in Via Quattro Fontane, dove ci sarà il primo, ma non ultimo “tutti a casa”, un copione destinato a ripetersi. Poi, a Bergamo nel 1953, ma soprattutto a Trieste, con Leone estasiato dalle notizie e dal clima patriottico che si viveva in Piazza Unità d’Italia. Il Leone dell’Ultima Crociata, delle notti insonni a comporre articoli e giornali. E, poi, l’Italia del ’69.  Dopo gli anni passati in Congo dal nostro Leone, sono anni rivoluzionari; gli incidenti di Genova; il Concilio Vaticano (purtroppo) II, che cancellerà una Tradizione millenaria, si vende l’anima al diavolo, per esser al passo coi tempi; l’Ungheria; l’invasione della Cecoslovacchia, i ragazzi di Buda, i ragazzi di Pest; Bolzano ‘61, gli  attentati dinamitardi, ma anche, per chi come me aveva dieci anni, l’Italia che vince a Roma contro la Jugoslavia il suo unico Europeo di calcio.

Il 12 Dicembre ‘69, un ordigno esplode nella sede milanese della Banca Nazionale dell’Agricoltura; il 18 Aprile 1970 a Genova il Volontario Ugo Venturini, sarà il primo di una lunga serie di caduti fascisti, mentre difende il palco del comizio di Giorgio Almirante. In un clima di crisi, “strane ombre si aggirano per Roma, con strani cappucci, nonostante scivolino fra piazze religiose, non sono uomini di Chiesa”…

Il romanzo, nella Primavera del ’70, si sposta in luoghi dove ho consumato decine di scarpe da ginnastica: Rieti, il “Quattro Stagioni”, Via Roma, Viale Maraini, il cimitero comunale e poi Posta, Vindoli, Leonessa, Spoleto, Poggio Bustone. Il triangolo Rieti-L’Aquila-Terni non aveva per me segreti: a Rieti, molti militavano in movimenti neofascisti, cameratescamente, tanto e vero che la sede di Avanguardia Nazionale era nei medesimi locali della Federazione del MSI.

Si arriva e si torna nella Capitale, Estate 1970, si intreccia con Firenze, Peschiera e siamo a Settembre, Torino, Sarmana: Autunno caldo, quello che molti speravano stesse per compiersi o forse no!

Ne abbiamo già parlato: i militanti di Avanguardia Nazionale si devono recare in Via dell’Arco della Ciambella, nel cuore di Roma…  e le pagine scorrono sotto forma di romanzo, intorno all’Operazione “Tora Tora”, sullo sfondo di una Italia in fermento, fra ribelli giovani e meno, pronti a sacrificarsi per la Causa a prescindere, ignari di molte cose.

Roma o Mosca, faceva freddo, pioveva, delusione, dubbi, non resta che raggiungere le macchine e riparare a casa… “Saliamo in auto, scompariremo nella nebbia della Salaria”: rimarranno solo due souvenir, per collezione… del resto, il 24 Marzo 1986 la Cassazione confermerà definitivamente l’assoluzione generale.

Bello come un romanzo, teso come un thriller, affascinante e cupo come un noir, misterioso come un giallo di Maigret, scorrono fluide e veloci le oltre 200 pagine. Io l’avrei condito con qualche pagina alla Il postino suona sempre due volte o come Torbido inganno di Lana ed Andy Wachowski: scusa Pietro! Ma fa niente, tanto per la Giustizia, il “golpe Borghese” non è mai avvenuto.

Alberto Sulpizi

Responsabile cultura Proloco Nettuno

Lo storico Cappellari in visita alla tomba di Alfiero Battisti, padre del cantautore Lucio. “La famiglia Battisti fu vittima delle aggressioni comuniste e nel 1947 dovette abbandonare Poggio Bustone”

Poggio Bustone, 28 Novembre 2020 – “La famiglia di Lucio Battisti dovette abbandonare Poggio Bustone nel 1947 perché colpita dall’odio comunista.”

Lo afferma il ricercatore storico Pietro Cappellari, che stamattina nel cimitero di Poggio Bustone (Rieti) ha reso omaggio alla tomba di Alfiero Battisti, padre del noto cantautore Lucio.

“Il padre di Lucio Battisti, Alfiero, classe 1913, militò nella RSI come Brigadiere della Guardia Nazionale Repubblicana. Nel dopoguerra fu arrestato, a seguito di denunce, poi risultate non veritiere, presentate contro di lui da due esponenti del PCI.

Sembra che subì anche un’aggressione personale. A causa dell’odio dei comunisti, con la famiglia dovette abbandonare Poggio Bustone e spostarsi nel 1947 a Vasche di Castel Sant’Angelo, sempre in provincia di Rieti.

Nel 1950 avvenne il definitivo trasferimento nella Capitale della famiglia Battisti, emigrazione forzata che portiamo a conoscenza degli abitanti di Poggio Bustone, i quali giustamente vorrebbero creare un museo e altre iniziative in ricordo di Lucio.”

AresAN