Inizia l’abbattimento di un altro storico edificio nettunese
Nettuno, 5 Luglio – Il progressismo, si sa, è una macchina ideologica che, distruggendo il nostro glorioso passato, ci regala un presente di rovine e un futuro fatto di vuoto. In questi ultimi lustri ci siamo quasi abituati agli scempi storici, morali, sociali ed urbanistici tanto da non farci più caso. Eppure c’è ancora chi si indigna e non si omologa a un sistema decadente. Per questo l’abbattimento dell’edificio un tempo sede della S.T.I.O. (Società Trasporti Italia e Oltremare) ha destato in noi un certo interesse.
È vero che da anni ormai era in abbandono e la vecchia società che nel suo nome ricordava l’espansione imperiale della nostra Patria non sopravvisse alle distruzioni che, nel 1944, arrecarono i “liberatori” angloamericani alle nostre città. Eppure quell’edificio era lì, ci ricordava – per quei pochi nettunesi che sopravvivono come minoranza a Nettuno – un passato di cui essere orgogliosi. Un passato di cui dovevamo essere gli eredi, ma che qualcuno, troppo piccolo per esserne all’altezza, ha deciso di cancellare. Del resto, la cementificazione che ha distrutto la nostra costa abbattendo i graziosi villini liberty per far posto a palazzi di sei piani stile Spinaceto; quei “luminari” che hanno edificato un porto-parcheggio a ridosso di un borgo medioevale stravolgendo un paradiso fatto dalla natura e che ci parlava di Roma; questo hanno voluto.
Quel vecchio edificio, cui hanno guardato i miei bisnonni, i miei nonni, i miei genitori – ma già i miei figli non ricorderanno – rappresentava Nettuno. La sua Storia. Il tram che la legava con Anzio (cfr. P. Cappellari, Il fascismo ad Anzio e Nettuno, Herald Editore, Roma 2014) era la modernità che, in armonia con la natura dell’uomo, annunciava un futuro fatto di speranze e conquiste, avanguardia di quel filobus che negli anni ’40 avrebbe dovuto unire Nettunia ad Ostia e Littoria (cfr. P. Cappellari, Nettunia, una città fascista, Herald Editore, Roma 2011). Poi, gli Angloamericani pensarono di ridurre a ben poca cosa l’“ardire” di noi Italiani… e qualcuno si adeguò, dando origine a quello che possiamo chiamare il “sacco di Nettuno”.
Sono passati tanti anni e quel che rimane della Nettuno di un tempo viene buttato giù. Lo denunciamo senza nessuna nostalgia, sia chiaro. Lo facciamo per coscienza civile. Perché questo che ci avete “regalato” non è il migliore dei mondi possibili. Lo sappiamo e non abbiamo paura di dirlo.
Avremmo avuto desiderio che l’intera area fosse espropriata e, mantenendo la sua architettura, trasformata in Casa della Cultura, con tanto di piccolo cinema-teatro che si poteva realizzare in quella che un tempo era stata la rimessa del romantico tram e dei “ruggenti” filobus. Ma in una città che non ha mai avuto una politica culturale, di cosa parliamo? Del nulla che avanza. In nome della modernità, ma non in nostro nome, sia chiaro. Valga ancora il monito del maestro Julius Evola: “Si lascino pure gli uomini del tempo nostro parlare, con maggiore o minore sufficienza e improntitudine, di anacronismo e di antistoria. […] Li si lascino alle loro ‘verità’ e ad un’unica cosa si badi: a tenersi in piedi in un mondo di rovine”.
Pietro Cappellari


















