MATTEOTTI? MA CHI SI RICORDA DI ARMANDO CASALINI?

Il centenario della rappresaglia antifascista che costò la vita al Deputato Armando Casalini

Forlì, 30 Maggio – In occasione del centenario del delitto Matteotti, molte sono e saranno le iniziative – tutte ben foraggiate da soldi pubblici – in ricordo del Segretario del Partito Socialista Unitario vittima dello squadrismo, un omicidio preterintenzionale che sostiene da quasi un secolo la retorica antifascista. Il giusto ricordo di Matteotti, però, ha lasciato dei vuoti, tra questo quello della rappresaglia antifascista che seguì il ritrovamento del corpo del Deputato socialista, di cui fu vittima – questa volta si trattò di omicidio volontario! – un altro Deputato, tale Armando Casalini, che essendo fascista ed essendo il suo ricordo non funzionale alla ricostruzione ideologica della storia d’Italia fatta dai “gendarmi della memoria”, è stato cancellato dai libri.
Oggi, la Herald Editore, annuncia l’uscita del primo studio sulla vita di Armando Casalini. Un tomo affidato alla penna del Dott. Pietro Cappellari, Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Goffredo Coppola” di Paderno (Forlì).
Nel 1924 si verificarono tre omicidi eccellenti che contraddistingueranno gli sviluppi futuri della storia d’Italia: Nicola Bonservizi (26 Marzo), Giacomo Matteotti (10 Giugno) e Armando Casalini (12 Settembre). Se il socialista-unitario Matteotti, dopo la sua morte, venne “santificato”, Bonservizi e Casalini – in quanto fascisti assassinati dai sovversivi – vennero semplicemente cancellati dalla memoria collettiva.
Con questo studio si è voluta indagare la figura di Armando Casalini. Veniva dalla sinistra italiana, animatore della Settimana Rossa del 1914, aveva scalato i vertici del Partito Repubblicano, divenendone Segretario nazionale: “Interventista intervenuto”, si definiva un socialista, credente nel riscatto del proletariato nell’etica del dovere e della elevazione spirituale prima che materiale. Il suo incontro con il fascismo fu inevitabile. Di lui ci rimane l’impegno sindacalista nelle Corporazioni fasciste, di cui divenne Vicesegretario e poi il Martirio, colpito barbaramente, da mano fratricida che pure aveva aiutato nel momento del bisogno.

Era stato eletto Deputato della Lista Nazionale approntata dal PNF nelle trionfali elezioni del 6 Aprile 1924, quando a stravincere – legittimamente – era stato proprio il conterraneo e coetaneo Benito Mussolini che lo volle candidato.

In Casalini si riscontra l’amore per la Patria; l’essere Italiano e socialista e cioè fascista; la speranza del riscatto dei lavoratori; l’essere a disposizione di chiunque ne avesse bisogno, senza distinzione di partito. Studioso di problemi sociali, mistico del sacrificio diremo, alieno da ogni forma di violenza gratuita eppure elevato dai sovversivi a simbolo del “male assoluto”. Inerme ed indifeso, però espressione più pura dell’essere fascista, un’espressione reale che cozzava con la visione ideologica della sinistra, che voleva tutti i mussoliniani come rozzi violenti al soldo del capitalismo. Ecco, Casalini smentiva, ancora una volta, questa visione. E venne colpito a tradimento, da un antifascista che lo conosceva di persona e che aveva aiutato nelle difficoltà quotidiane, per rappresaglia al delitto Matteotti sostenne, come se l’omicidio di un innocente potesse avere una giustificazione o una legittimazione. A tradimento, dicevamo, come sempre avevano fatto – e faranno! – gli apologeti della “libertà” (a senso unico) della sinistra italiana.
Casalini, mutuando le parole d’omaggio incise sul marmo dalla mano di Italo Balbo, “oltre la vita” e “oltre la morte”, rappresentò l’Idea fascista “che il piombo non spense”, che con il suo Martirio “ripalpitò purpurea nell’anima d’Italia, anch’essa rinata nel sacrificio”: chi volle uccidere Casalini credendo di colpire un’Idea contribuì ad accelerare il processo rivoluzionario fascista, che si rifaceva al mito del sacrificio ed il cui pantheon era popolato da centinaia di Martiri, caduti sulla strada dell’edificazione di un Nuova Italia.

Lemmonio Boreo

GIACOMO BONI: COLUI CHE SOGNO’ IL RITORNO DEI BOSCHI SACRI AD ANZIO E E NETTUNO

Vita e visioni di uno dei più grandi studiosi italiani

Sandro Consolato ha scritto per le edizioni Altaforte un pregevole studio dal titolo Giacomo Boni. Scavi, misteri e utopie della Terza Roma (2022), in cui finalmente si è posta in evidenza l’opera di uno dei più grandi archeologi italiani di tutti tempi, un uomo di cultura che rischiava di scomparire per colpa dei “gendarmi della memoria”, che non gli hanno mai perdonato l’entusiastica adesione al fascismo, visto come il movimento della restaurazione della Romanità.
Che il fascismo abbia attratto il fior fiore della cultura degli anni ’30, che abbia al suo attivo una produzione culturale di altissimo livello, sarebbe ovvietà se la storia della nostra Nazione non fosse ostaggio di una nomenklatura bulgara che considera questo passato come “cosa nostra” e come mafiosi si comportano contro chi, libero da ideologie e condizionamenti politici, dimostra, documenti alla mano, tutta la falsità di quanto è stato scritto fino a oggi. Senza dilungarci su questo importante tema, rimandando al lettore al fondamentale studio di Tarmo Kunnas, Il fascino del fascismo. L’adesione degli intellettuali europei (Settimo Sigillo, 2017), dobbiamo pensare che questa “mannaia inquisitoriale” in mano alla sinistra italiana, quando non ha potuto eliminare fisicamente l’intellettuale fascista – si pensi ai clamorosi casi di Giovanni Gentile e Pericle Ducati durante la RSI –, ha provveduto a fagocitarlo con minacce, lusinghe e denari e, se restio, a cancellarlo dalla memoria collettiva. Giacomo Boni è uno di questi “cancellati” e bene ha fatto Sandro Consolato a dedicare al grande archeologo fascista un saggio. Anche perché si rischierebbe di perdere quei riferimenti storici fondamentali in un periodo di rigurgiti antifascisti che, con la consolidata arma della disinformatja militante, si sono addirittura spinti nel recupero in salsa antifascista di giganti della cultura fascista come d’Annunzio e Marconi. Del resto, l’antifascismo si basa su una visione romanzata della storia, secondo la quale tutto è possibile scrivere, violando anche la decenza, in quanto “a fin di bene”.
Giacomo Boni nacque a Venezia il 25 Aprile 1859, perciò quando giunse la Marcia su Roma era già uno studioso affermato e famoso, anche al di fuori d’Italia. Ebbene, proprio questa sua straordinaria formazione gli permise di interpretare il fascismo come quel movimento che avrebbe portato alla restaurazione imperiale della Romanità. La sua adesione non fu istintiva, non fu un amore giovanile, né opportunismo italiota. Egli aveva avuto già tutto dalla vita e poteva osservare dall’alto lo svolgersi delle vicende umane, con disinteresse. Invece, il suo sguardo, dal Palatino fatto suo “regno”, si posò fatalmente sul fascismo.
Studioso e profondo interprete delle origini sacre di Roma, egli indagò questo passato ancestrale trovando i primordi della civiltà europea, e quindi romana, nella migrazione delle stirpi ariane dall’Europa dell’Est: “Il suo richiamarsi ai primordi ‘ariani’ anche a fini etico-politici fa di Boni un precursore [di] Evola. […] L’archeologo veneziano, contrariamente al filosofo romano, vedeva però nei Sabini e nel Re Numa dei puri rappresentanti della ‘razza’ ario-italica, ed è per questo che, per celebrare l’unione della Sabina alla provincia di Roma progettava per il 21 Aprile 1923: ‘Trenta fanciulle patrine e matrime di razza sabina, come quelle che davano un nome alle Curiae romulee, pianteranno gli olivi sacri sul clivo orientale del Palatino – dominato dal tempio di Apollo e rivolto ai monti di Alba ed al santuario di Giove Laziale – seminandovi il farro e i grani selezionati nel terreno sperimentale di Rieti’” (pag. 248).
A Boni si devono scoperte sensazionali, che smentivano i suoi illustri e supponenti colleghi “razionalisti”, che consideravano le storie sull’origine sacra di Roma pure leggende lontane dalla realtà. Boni non la pensava assolutamente così e lo dimostrò stracciando decenni di studi materialisti, scoprendo, tra l’altro, il Lapis niger. Il sogno di ritrovare il Lupercale, la grotta che aveva accolto Romolo e Remo, in un antro sotto la Chiesa di S. Anastasia, dove non a caso i primi Pontefici cristiani celebravano il Natale di Cristo. Tempio oggi incredibilmente abbandonato a se stesso.
Nominato Senatore del Regno d’Italia, il suo ultimo intervento fu per il voto di fiducia al Governo Mussolini (Febbraio 1925) con cui sugellò il suo rapporto di fede con il fascismo che vedeva come il movimento politico restauratore della Romanità. Non a caso, nel 1923, fu proprio lui a disegnare il fascio littorio che di lì a poco divenne simbolo ufficiale del PNF ed emblema di Stato (fino al 1924 il simbolo del movimento mussoliniano sarà il fascio repubblicano, ossia quello con l’ascia in alto; Boni ne disegnò uno studiando la Tradizione romana, quello con la scure a lato, poi adottato ufficialmente).

Morì il 10 Luglio 1925, dopo una vita di impegno culturale e politico: tra le sue ultime attività l’inaugurazione del dopolavoristico Circolo di Lettura “Benito Mussolini” di Monte San Pietrangeli, nelle Marche, “circolo che in una lettera disse ‘sorto dalle ceneri del circolo politico che era degenerato in nido di comunisti’” (pag. 379).
Abbiamo accennato anche alla sua attività politica, intimamente connessa all’impegno culturale: “Boni fu a suo modo un socialista, [critico del] liberalismo e [dell’]industrialismo. Nel bolscevismo affermatosi in Russia […] egli vide invece ancora una volta, per via della radice marxista, un male d’origine tedesca” (pag. 409). Si batté per una legge sulla caccia che preservasse le specie migratorie ed abolisse pratiche crudeli, così come in difesa dell’ambiente. Da qui la legge sull’aviofauna, la creazione dei primi parchi nazionali e le grandi campagne per il rimboschimento. Sempre legate ad una visione spirituale e romana della vita: “Lungo la spiaggia latina, fino ad Anzio e al Circeo, rivivano i luci di Giove indigente e di Pilumnus; i boschi sacri a Marte, a Diana, a Giunone Sopita tornino ad inghirlandare i Colli Albani. Tutta l’Italia restituisca i boschi che il Poeta celebrava santuari di civiltà, accumulatori di onorata ricchezza, testimoni silenziosi del vero amore di Patria” (pag. 399). Non furono parole vane: dobbiamo ricordare che da una superficie boschiva nazionale di 4,5 milioni di ettari del 1919, proprio grazie a questa politica, si raggiunsero i 6 milioni di ettari nel 1938…
“Mussolini stesso si impegnò nell’educazione zoofila della Nazione, con slogan come ‘Chi maltratta gli animali non è Italiano’, recepiti dall’art. 727 del Codice Rocco (1930), relativo al maltrattamento, alle sevizie, agli usi impropri delle specie animali. Nel 1938 si ebbe la nascita dell’Ente Nazionale Fascista per la Protezione degli Animali guidato dal 1939 dalla sorella di Bottai, Maria Vezzani Bottai, che nel 1940 ottenne l’appoggio del Governo anche sul controllo dei laboratori di vivisezione” (pagg. 426-427).
E non si possono non vedere le idee di Boni nelle leggi del 1939 sulla tutela delle cose di interesse artistico e storico e sulla tutela delle bellezze paesistiche: «Il volto della Patria – disse Mussolini – dev’essere salvo dagli attentati di coloro che solo si preoccupano dei loro interessi affaristici […] e deve rimanere ad ogni costo integro nella sua bellezza» (pag. 427).
Boni rimase a “vegliare” sulle vestigia della Romanità per lunghi anni, come ricordò Nino D’Aroma in un suo articolo del 1938 sulla fondazione della città di Pomezia, rievocando una visita di “noi ragazzi” (presumibilmente del 1923) alle foci del fiume sacro ad Enea, il Numicio (o Numico), situato proprio nel territorio della sorgente Pomezia, “ove erano stati ‘devotamente’ condotti proprio ‘ dalla sapiente vecchiezza di Giacomo Boni’” (pag. 428 nota 1129).
Ma non solo. Di lui c’è giunto il carburante per automobili estratto dalla barbabietola; “progetti di depurazione e utilizzazione industriale e agricola delle immondizie, previa un’azione di differenziazione delle stesse” (pag. 405); ma anche progetti di bonifica e distribuzione delle terre a famiglie di contadini-reduci; la lotta all’alcolismo; la prima Festa dell’Uva celebrata sul Palatino per nell’Ottobre 1921 e poi diffusasi in tutta Italia con sagre giunte fino ai nostri giorni: “Una solennità nazionale, in cui figurerebbero non soli i prodotti delle viti italiane, ma i cori, le danze e le poesie dialettali di ogni regione d’Italia, ambientate dai vecchi costumi paesani raccolti nel Museo etnografico” (pag. 414).
Davanti a tutto ciò, svaniscono nel nulla le provocazioni infantili degli ecocretini contemporanei come le assurde politiche dell’Unione Europea sull’ambiente. Boni, un secolo fa, era più avanti e, soprattutto, compì opere fondamentali su cui, ancor oggi, si basa tutta la legislazione per la difesa del territorio, della flora e della fauna. Ecco perché di lui deve essere vietato parlare.
Chi oggi si reca al Palatino ancora può scorgere l’opera di Boni che lo donò a noi Italiani in tutto il suo splendore sacrale prima che materiale. “Nella sua visione di vita e morte delle civiltà entrava certamente anche una interpretazione ‘razziale’ […]. Fondamentalmente egli imputava la distruzione di una civiltà come la romana agli elementi etnici di quella stessa civiltà che non ne erano i creatori, che vi erano stati assorbiti in quanto popoli vinti, ne avevano goduto per lo più passivamente i frutti e l’avevano corrosa dal di dentro: si è detto di come leggesse lo stesso cristianesimo primitivo quale testa d’ariete di una vendetta punica su Roma ‘ariana’” (pagg. 444-445). “La fotografia del 4 Giugno 1944 in cui si vedono due soldati americani che si portano via un grosso cartello con su scritto ROMA in un certo senso può essere l’emblema non solo della caduta dell’idea mussoliniana di ricreare una comunità imperiale, ma perfino nella vanificazione del realizzato obiettivo di rendere Roma capitale di una Italia ‘Nazione soddisfatta’ nella pressoché integrale riacquisizione dei suoi confini naturali e storici entro uno Stato nazionale nella pienezza della sua sovranità” (pag. 437).
Boni non c’è più, come sembra tramontato il sogno di una Quarta Roma. Eppure, proprio Boni, ci insegnò a non disperare: “Malgrado l’infezione dovuta a germi estranei, malgrado l’ignoranza del più necessario alla vita, la popolazione d’Italia, agglomerato di molteplici razze, offre materiale umano prezioso, atto a comporsi in sintesi armoniche per utilità e bellezza”. “Dolenti di vivere allorché appunto l’argine subiva nuove elevazioni ed aumentava sempre il letto del fiume sul livello delle circostanti campagne, è dovere nostro correre ai ripari e lavorare. Lavorare indefessamente, senza tregua, notte e giorno, a guisa delle formiche se ne vien calpestato il nido; delle api, se venga sconvolto l’alveare” (pag. 448).
Lo spirito di Boni oggi vive sul Palatino, accarezzando le sue rose, le querce sacre agli dei, aspettando la resurrezione di Augusto dalla fossa della Torre delle Milizie. Non disperare dunque, ma compiere ognuno il proprio dovere, tenendo sempre a mente il monito mazziniano del grande archeologo fascista: “Per avere una Patria, bisogna essersela meritata”.

Pietro Cappellari
(Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea
“Goffredo Coppola” di Paderno
)

Capanna di Romolo

“COME NASCE UNA RIVOLUZIONE”

Successo del convegno di studi storici sul diciannovismo

Grottaferrata (Roma), 11 Maggio – Si è tenuto presso la prestigiosa cornice del Teatro “Sacro Cuore”, nella centralissima Via Garibaldi, l’atteso convegno di studi storici organizzato dalle Associazioni culturali “Curie Albane”, “Colle Oppio Istria Dalmazia” e “Spirito Libero”, che sono riuscite a portare nella nostra città due illustri studiosi di caratura internazionale, il Prof. Marco Cimmino di Bergamo, tra i più importanti storici militari della Grande Guerra e il Dott. Pietro Cappellari, Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Goffredo Coppola” di Paderno (Forlì) autore, fra l’altro, di due caposaldi della storiografia indipendente sul periodo in questione: Fiume trincea d’Italia e Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma (quattro volumi!).
Grande partecipazione di pubblico, anche per la reazione della cittadinanza al tentativo dei soliti Efialte nostrani, nostalgici del comunismo e della guerra civile, di costruire un Antifaschistischer Schutzwal, con cui impedire di parlare agli storici indipendenti. Il “muro di protezione antifascista” è stata solo una più illusione di qualche emarginato.
Dopo le introduzioni di Enrico Marchiori, Stefano Silvagni e Giancarla Lazzari, il folto pubblico accorso ha potuto assistere “rapito” alla brillante ricostruzione storica degli eventi che vanno dalla Grande Guerra al Biennio Rosso (1919-1920), quando l’Italia venne sconvolta da una sequela di violenze e sommosse senza precedenti, provocate dai socialisti nel tentativo di scatenare la rivoluzione bolcèvica abbattendo lo Stato liberale e democratico. «Fare come in Russia!», si diceva allora, realizzando, invece della rivoluzione, solo barbari episodi di follia collettiva, che vanno dagli stupri di Ottobiano, quanto educande e suore di ritorno da un pellegrinaggio vennero violentate dai socialisti locali; alla strage dell’Assunta, quando avvinazzati marxisti sfogarono il loro ateismo militante attaccando una processione, finendo per ammazzare, “ai piedi dell’altare”, un frate. Scene quotidiane di bestialità: dalla bestemmia dei valori patriottici all’offesa dei mutilati e dei reduci, alla proibizione dei cortei religiosi; fino al linciaggio del nemico di classe, come accadde al povero Carabiniere Ugolini, poi Medaglia d’Oro, straziato in quel Piazzale Loreto che anni dopo vedrà un’altra barbara scena di macelleria messicana, orgoglio della sinistra italiana.
Poi, la reazione delle coscienze, la ribellione dell’opinione pubblica ad una situazione divenuta intollerabile, la nascita, quindi, dello squadrismo, l’attacco diretto alle fonti del disordine e della barbarie marxista. Ma il successo della reazione squadrista non può essere compreso se non si pensa ad un altro fenomeno epocale: la nascita dei sindacati fascisti nelle campagne che abbatterono la dittatura delle Leghe Rosse. E nulla poté fare il PSI, ormai in balia dell’eventi, per fermare lo squagliamento dei suoi militanti che, giorno dopo giorno, ammainavano la bandiera rossa sostituendola con il tricolore della Patria e dell’annunciata rivoluzione fascista. Lo stesso Matteotti, inviato d’urgenza nel Polesine, dovette assistere esterrefatto allo scioglimento convulso delle Leghe Rosse e al sorgere dei sindacati fascisti: un fenomeno che atterrì i dirigenti socialisti ben più dell’azione squadrista, sia detto.
Quest’ultimo passaggio è di fondamentale importanza per comprendere il consenso che, fin dalle prime settimane del 1921, ottenne il fascismo: già nel Maggio seguente, i Fasci Italiani di Combattimento erano diventati il più grande movimento politico della storia d’Italia. Qualcosa senza precedenti che sarà solo il preludio della Marcia su Roma.

Claudio Cantelmo

MARIO BERTONI, UN EROE NETTUNESE

Tra i cittadini illustri di Nettuno, anche un Generale delle Camicie Nere che merita essere conosciuto

Nei nostri studi sul primo Novecento ad Anzio e Nettuno abbiamo dato largo spazio a tutti gli eroi di guerra che queste cittadine hanno dato la Patria[1]. Oggi, purtroppo, essi sono dimenticati, anche se la toponomastica – ancora non epurata dai negatori dei valori nazionali – ci tramanda qualche nome. Nomi scanditi negli anni che, se non ce li hanno fatti conoscere realmente, almeno ce li rendono famigliari. Pensiamo a Guido Cicco, il trombettiere della Guerra Italo-Turca, o la Medaglia d’Oro Umberto Donati e la Medaglia d’Argento Dante Canducci. Certo, siamo davvero molto lontani da quando gli eroi di guerra erano venerati e posti ad esempio alle giovani generazioni, tanto che una scuola di Anzio, tra l’indifferenza generale, ha provveduto bene anche di cambiar nome, in quanto quello del Martire Cesare Battisti a cui era da sempre dedicata non era considerato più alla “altezza” della pedagogia progressista ed inclusiva, quella che sforna ragazzi deboli, ignoranti, senza radici, identità… e senza futuro.

Nelle nostre opere, dicevamo, abbiamo studiato a fondo quei giovani di Anzio e Nettuno che, nel passato, offrirono la loro vita alla Patria, per un ideale superiore e, tra questi, spiccava il nome di Ferdinando Capponi, caduto nell’assalto delle truppe britanniche in Somaliland, e quello di Anacleto Ianni, da annoverare tra i più illustri decorati al Valor Militare del nostro litorale.

Oggi, però, da Treviso, il ricercatore Bruno Marazzina ci segnala una novità storiografica di cui nessuno sapeva nulla: a comandare i reparti di Camicie Nere in Russia, durante la Crociata contro il bolscevismo del 1941-1943, vi era un nettunese . Il suo nome è Mario Bertoni.

In realtà, conoscevano già il personaggio per averlo “incontrato” nei nostri studi e, in particolare, per un evento di cui si era reso protagonista quando era Comandante squadrista a Nettuno: nel Gennaio 1923, fu denunciato per una spedizione punitiva – “fuori tempo massimo”, visto che Mussolini era già al potere – alla locale sede del Partito Popolare. Poi, però, il suo nome era scomparso dalle cronache e dalla stessa città e nessuno aveva più saputo nulla di lui.

In realtà, l’incendiario Comandante squadrista nettunese aveva intrapreso una fulgida carriera militare come Ufficiale della neonata Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale che lo porterà a calcare i campi di battaglia di mezza Europa, come atto di dedizione alla Patria e all’Idea.

Mario Alberto Bertoni era nato in Via S. Maria a Nettuno il 2 Ottobre 1897, da Emanuele ed Agnese Mattoni. Durante la Prima Guerra Mondiale era partito Volontario e si era distinto come Tenente del LXXII Reparto Arditi, meritandosi una Croce di Guerra e una Medaglia d’Argento al V.M.

Traghettato il Piave coi primi nuclei Arditi, impegnava sulla sponda nemica un aspro combattimento, validamente sostenendo lo sbarco della propria Compagnia. Occupata quindi la linea avversaria, volontariamente, e con mirabile audacia, attraversava il Piave a nuoto, nonostante la particolare violenza della corrente, e recava al Comando del Reparto notizie della Compagnia che aveva considerato perduta. Dando poi insuperabile prova di fermezza e di sprezzo del pericolo, sotto il violento fuoco nemico, in barca tornava presso la Compagnia stessa, portando viveri e munizioni” (MAVM – Falzè di Piave, Casa Mira, 26-29 Ottobre 1918).

Accorreva prontamente in aiuto di altra Compagnia impegnatasi contro forze nemiche superiori contribuendo a mettere il nemico in fuga” (CGVM – Ponte delle Alpi, Polpet, 1° Novembre 1918).

Tornato dalla guerra, aveva aderito con entusiasmo al nascente movimento fascista, divenendo, come abbiamo accennato, un attivo squadrista e partecipando alla Marcia su Roma. Dopo la conquista del potere da parte di Mussolini, era entrato nella MVSN, meritandosi nel 1932 la prestigiosa Sciarpa Littorio.

La sua vita fu tutta dedicata alla Patria: ovunque essa chiamò lui fu presente: nella Conquista dell’Impero (1935-1936) come nella Cruzada spagnola (1936-1939), al comando della Bandera “Toro” (2a Divisione Camicie Nere), dove si guadagnò tre Medaglie di Bronzo al V.M. e una promozione a Primo Seniore. Partecipò anche alla Battaglia di Guadalajara, che una strombazzante quanto falsa propaganda antifascista ci tramanda ancor oggi come una sconfitta fascista[2].

Comandante di Battaglione lanciato all’attacco di dominante e munita posizione nemica, durante sette ore di combattimento, sempre materialmente alla testa dei reparti avanzati, raggiungeva gli obiettivi assegnatigli, superando la tenacissima resistenza avversaria. Esempio di ardire e sprezzo del pericolo” (MBVM – Ventas de Zaffaraja, 5 Febbraio 1937-XV).

Comandante di un Battaglione di primo scaglione lo conduceva con perizia all’attacco di munitissime posizioni avversarie, che conquistava a malgrado dell’accanita resistenza del nemico, dando magnifico esempio di valore personale e assoluto sprezzo del pericolo” (MBVM – Quota 1168, 15 Agosto 1937-XV).

Comandante di Battaglione in un delicato settore impegnava dura lotta contro il nemico che, favorito dal terreno, ostacolava il movimento dei suoi reparti, riuscendo a rettificare vantaggiosamente le posizioni che aveva avuto in consegna. Ferito da scheggia di granata si rifiutava di lasciare il suo posto e restava al comando del suo Battaglione” (MBVM – Alcaniz, 16-18 Marzo 1938-XVI).

Decorarono il suo petto anche il cavalierato dei Santi Maurizio e Lazzaro e l’ufficialato dell’Ordine della Corona d’Italia.

Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fu ancora presente, in prima linea, in quella che fu l’epopea eroica dell’Armata Italiana in Russia. Come Console Comandante del Gruppo Battaglioni Camicie Nere “Valle Scrivia”, si guadagnò in battaglia una Medaglia d’Argento al V.M., una di Bronzo e una promozione straordinaria per meriti di guerra.

In un azione di contrattacco intesa ad eliminare una vasta e solida testa di ponte nemica, ha disposto personalmente le colonne d’attacco sulle basi di partenza e a contatto quasi delle posizioni avanzate nemiche e percorrendo buona parte del fronte, sprezzante delle insidie avversarie e, incitando con l’esempio i suoi reparti, si è bravamente diretto verso l’obiettivo che fu raggiunto in breve tempo travolgendo ogni resistenza, nonostante la intensa e micidiale reazione di fuoco avversaria” (MBVM – Sawinjuka, 12 Settembre 1942-XX).

Comandante di Battaglione inviato in rinforzo ad una Divisione di Fanteria violentemente attaccata da ingenti forze nemiche, dava valido contributo alla difesa delle nostre posizioni. Incaricato di arginare l’avanzata nemica entro un settore particolarmente delicato del ponte divisionale, si impegna in aspra e cruenta lotta e riusciva a contrastare i progressi dell’avversario. In tutto lo sviluppo delle azioni dava prova di coraggio personale e di noncuranza del pericolo, di serena fermezza e di elevato spirito di abnegazione” (MAVM – Fiume Don, Ansa di Werk Mamon, Russia, 11-17 Dicembre 1942-XXI).

Dopo l’8 Settembre, fedele alla parola data, per amor di Patria e riaffermazione ideale, aderì alla Repubblica Sociale Italiana: in qualità di Maggiore Generale, lo ritroveremo a ricoprire il prestigioso incarico di Ispettore generale della GNR per la Liguria. Purtroppo, pochissime sono le notizie sulla sua attività. Neanche un’indagine sommaria presso l’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI della Liguria, l’Archivio di Stato di Genova e l’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea ha dato esito positivo. Dall’ANFCDRSI ci sono giunte solo delle fotografie e la notizia di una sua partenza per il Sudamerica, appena finita la guerra, per non incappare nei grotteschi processi che si sarebbero allestiti per giudicare i “vinti” e dar sfogo all’odio antifascista. Quell’Italia nata nella vendetta non lo poteva rappresentare: apparteneva ad un’altra Patria. Di lui si persero così per sempre notizie.

Con questo breve articolo speriamo di aver fatto conoscere un nettunese che, oggi, probabilmente non avrà il vanto di una via – e visto a chi sono state dedicate ultimamente, meglio così – ma che, a differenza degli “altri”, ha scritto, con il suo sangue, la storia d’Italia.

Pietro Cappellari

(Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Goffredo Coppola” di Paderno – Forlì)


[1] Cfr. P. Cappellari, Il fascismo ad Anzio e Nettuno 1919-1939, Herald Editore, Roma 2014; e P. Cappellari, Nettunia una città fascista 1940-1945, Herald Editore, Roma 2011.

[2] Cfr. P. Romeo di Colloredo Mels, Guadalajara 1937: la disfatta che non ci fu, Italia Storica, 2017.

Il Magg. Gen. Mario Bertoni, Ispettore generale della GNR per la Liguria. A sinistra si intravede l’Ausiliaria Rocino

Genova, Natale 1944-XII. Il Gen. Mario Bertoni (a sinistra), Ispettore generale della GNR in Liguria, in visita ai degenti ricoverati nel reparto militare dell’Ospedale San Martino. L’Ufficiale a destra è il Maggiore di Artiglieria Franceschelli

NICOLA BONSERVIZI È TORNATO


È crollato il “muro di protezione antifascista”, i Martiri nostri sono risorti

Urbisaglia (Macerata), 13 Aprile – Si sono tenute nella ridente cittadina marchigiana le solenni celebrazioni in occasione del centenario della morte di Nicola Bonservizi, organizzate dalle Associazioni culturali “Aries” e “Nuove Sintesi”, sotto l’alto patrocinio morale dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI.
Bonservizi, attivista socialista, tra i primi collaboratori di Mussolini nell’avventura de “Il Popolo d’Italia”, “interventista intervenuto”, inviato speciale del giornale di Via Paolo da Cannobbio a Parigi, fondatore di quel Fascio e de “L’Italie Nuovelle”, fu esempio di rettitudine e moderazione. Alieno da ogni violenza gratuita, impedì le rappresaglie degli squadristi contro gli antifascisti in Francia, aiutò tutti gli Italiani che gli chiesero aiuto senza distinzione di partito. La montagna d’odio creata dall’antifascismo armò la mano di un anarchico che, il 20 Febbraio 1924, vigliaccamente e a tradimento, gli sparò in faccia. Morì il 26 Marzo seguente.
Nel dopoguerra, i “gendarmi della memoria” provvidero a cancellare ogni ricordo di Nicola Bonservizi innalzando il consueto Antifaschistischer Schutzwall, il famoso “muro di protezione antifascista”, e di lui si perse ogni traccia.
In occasione del centesimo anniversario del martirio, però, i patrioti marchigiani, guidati da Simone Perticarini, non hanno dimenticato il suo sacrificio e si sono recati al cimitero di Urbisaglia a rendere omaggio ad un Italiano che, con il suo sangue, santificò la missione di redenzione dei lavoratori e della Patria.
Nel pomeriggio, nell’affascinante scenario dell’Abbadia di Fiastra, Rachele Giacinti ha presentato il libro Nicola Bonservizi. Fondatore del Fascio di Parigi, vittima dell’antifascismo (1890-1924), appena pubblicato dalla Herald Editore. Presenti anche i due autori, il ricercatore monzese Luca Bonanno e il Dott. Pietro Cappellari, Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Goffredo Coppola” di Paderno (Forlì), e un discendente di Bonservizi, che ha intrattenuto i presenti con aneddoti poco conosciuti, soffermandosi sul messaggio d’amore che ha ispirato la vita del Martire.

Un numeroso pubblico ha gremito la sala per una conferenza culturale che sa storia, senza precedenti nel territorio.
Dopo 80 anni di odio, violenza, censura e ignoranza, torna ad Urbisaglia il suo figlio prediletto”. Dopo 80 anni è finalmente crollato il “muro di protezione antifascista”, come le bibliche mura di Gerico. Ma questa volta non sono servite le trombe, è bastato un mazzo di fiori e un libro di storia.
Bonservizi è tornato dicevamo. E rimarrà per sempre nei cuori di chi crede ancora nella Patria e nella redenzione dei lavoratori, come lui sognò, come lui volle.

Primo Arcovazzi

SCOPERTI NUOVI CRIMINI DEI “LIBERATORI” A NETTUNIA

Dall’archivio dell’ANVM un episodio dimenticato o cancellato?

Nettuno, 30 Marzo – Parlare dei crimini commessi dai soldati angloamericani durante l’occupazione del 1944 di Nettunia, come allora si chiamavano gli attuali Comuni di Anzio e Nettuno, è sempre molto “pericoloso”. Si rischia di non essere compresi e di suscitare l’indignazione dei “gendarmi della memoria”, sempre pronti a manipolare la storia, sempre pronti a censurare tutti quei fatti realmente accaduti che cozzano con la loro costruzione ideologica del nostro passato.
Nello studio Lo sbarco di Nettunia e la battaglia per Roma (Herald Editore, 2010) facemmo un primo quadro della situazione relativo a questa scottante tematica. Un quadro certamente parziale per il numero degli episodi citati, ma che ci ha permesso di parlare – per la prima volta! – delle vittime innocenti di quell’occupazione militare, in primis della diciassettenne Giulia Tartaglia, la cui storia è il simbolo di come certi eventi luttuosi sono stati gestiti dalla politica: con la cancellazione dalla memoria collettiva.
Anche successivamente all’uscita del nostro studio siamo stati costretti a tornare su questo argomento, con un saggio in cui si elencavano altre violenze compiute dai cosiddetti “liberatori” ed anche questa volta l’argomento è stato ignorato da tutte le varie Amministrazioni che si sono succedute alla guida dei Comuni di Anzio e Nettuno, che hanno preferito chiudere gli occhi per mera sudditanza politica e morale ai “padroni del vapore”.
Oggi, dagli archivi della benemerita Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate, grazie all’instancabile opera di catalogazione dei crimini commessi in Italia dagli occupanti angloamericani del suo Presidente Emiliano Ciotti, un nuovo episodio viene alla luce: il 14 Luglio 1944, alle ore 14.30 circa, al bivio “Villa Borghese” nell’Agro di Nettunia, un’autovettura alleata guidata da un soldato afroamericano mai identificato, investì mortalmente il quattordicenne Armando Mariani. Secondo le testimonianze, l’autovettura procedeva a una velocità elevatissima e al momento dell’incidente si trovava anche sul lato sinistro della carreggiata. Ovviamente, il militare statunitense non si fermò, come era la prassi dell’occupante, sul cui “ruolino” rimangono centinaia e centinaia di casi del genere, tanto che si parlò anche del “gioco del birillo” con cui gli autisti angloamericani giustificavano gli investimenti mortali dei civili italiani.
Armando Mariani era figlio di Andrea e Giuseppina Pasciuzzi, nato a Roma il 23 Gennaio 1930. Tutto ciò è quello che rimane. Ma come per Giulia Tartaglia, Ernesto Bischetti e tante altre vittime di quel triste periodo noi non smetteremo di lottare, perché la loro memoria non sia più occultata dalle Amministrazioni comunali, sempre pronte a quell’omertà che si tramuta in complicità.

Pietro Cappellari
(Direttore della Biblioteca di
Storia Contemporanea “Goffredo Coppola”
)

“DAL MITO ALLA REALTA’ STORICA DELLA RSI”

Successo senza precedenti per la due giorni di studio alla Fondazione della RSI

Terranuova Bracciolini (Arezzo), 3 Marzo – Si è tenuta presso la prestigiosa sede di Villa Municchi della Fondazione della RSI – Istituto Storico la due giorni di studio dal titolo “Dal mito alla realtà storica della RSI”.
Tra il 2 e il 3 Marzo 2024 oltre 150 persone, in gran parte giovani, provenienti da tutta l’Italia Centro Settentrionale, hanno affollato le sale dell’importante ente culturale che difende la memoria storica della Repubblica Sociale Italiana dal 1986. Un successo senza precedenti che dimostra come la storia e il mito della RSI suscitino tra gli Italiani ancora interesse e passione.
La due giorni ha aperto nuove prospettive di studio e ha permesso di approfondire storicamente temi di interesse anche per le numerose comunità militanti che hanno partecipato all’evento culturale con grande ricettività.
Dopo l’apertura dei lavori a cura del Presidente della Fondazione Enrico Persiani, le tematiche – su cui si sono confrontati storici, filosofi, editori, politologi, membri delle comunità militanti, quali Pietro Cappellari, Roberto Mancini, Marco Scatarzi, le “ragazze di Peschiera”, Carlo Viale, Andrea Casolari, Giulio Bocchi e Luca Bonanno – sono state: La donna soldato: dall’archetipo della donna guerriera nel mito fino alle guerriere in grigioverde; Storia e dottrina del Fascismo: dalla “tendenzialità repubblicana” alla Repubblica Sociale; La Guardia della Rivoluzione; La visione gentiliana della comunità; Il dovere nazionalrivoluzionario; Il ricamo politico-identitario: dal mito della tela omerica alla continuità delle comunità femminili passando per il SAF; Essere Comunità: orientamenti per il militante identitario; L’eredità della RSI nelle comunità militanti di oggi.
Si è trattato della costruzione di un percorso formativo anche per i giovani, integrato con viste al museo e all’archivio della Fondazione della RSI e che continua attraverso lo studio degli atti del convegno editati da Passaggio al Bosco di Firenze: AA.VV., Da mito alla realtà storica della RSI.
In cantiere una nuova due giorni di studio dove saranno approfondite, con i risultati delle ultime scoperte nel campo della ricerca e con la elaborazione di nuove interpretazioni, le tematiche inerenti alla storia e alla dottrina del fascismo.

Primo Arcovazzi

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Se c’è un’immagine che riassume l’importanza della due giorni di studio alla Fondazione della RSI è certamente questa. La condivisione di un progetto culturale con i più importanti studiosi indipendenti della storia d’Italia. Una condivisione che non è il solito artifizio intellettuale cui siamo abituati ad assistere, che non è un comodo riscuotere stipendi nelle tranquille accademie, ma è una missione spirituale, per la comprensione del fenomeno storico, per tramandare alle generazioni future una realtà libera dai condizionamenti politici e dalla falsità dell’odio antifascista di cui trasuda la vulgata.

PREMIO “MEZZASOMA” AD EMILIO SCARONE

Terranuova Bracciolini (Arezzo), 3 Marzo – La Biblioteca di Storia Contemporanea “Goffredo Coppola” di Paderno (Forlì) ha assegnato il Premio “Fernando Mezzasoma” per gli Studi sul Fascismo al ricercatore e saggista Emilio Scarone.
La premiazione si è tenuta durante la due giorni di studio organizzata dalla Fondazione della RSI – Istituto Storico. Presente il Direttore della Biblioteca “Coppola” Dott. Pietro Cappellari. Ha ritirato il premio il ricercatore genovese Carlo Viale.
Era destino che Emilio Scarone si dovesse occupare di storia della Repubblica Sociale. Nato a Cadibona in provincia di Savona nel 1942 fu da subito inconsciamente legato ad essa. La famiglia, nel ’44 alloggiò nella propria casa il Maggiore Viviani, Comandante l’Artiglieria della Divisione “San Marco” e solo un muro divideva il lettino del piccolo Emilio da quello dell’Ufficiale che vivrà il dramma dell’uccisione del figlio Giorgio, Artigliere nello stesso reparto.
Già da giovanissimo Emilio iniziò ad interessarsi di quello che era accaduto sul suo territorio, specialmente per quanto riguardava la “San Marco”. Raccolse documenti, foto e testimonianze dei reduci che venivano annualmente al vicino cimitero di Altare. Nonostante il gravoso lavoro alla Società Autostrada dei Fiori presso la quale operò per 42 anni, il suo impegno nella ricerca storica sarà sempre costante e fruttuoso. I suoi volumi, sempre rigorosi e documentati, saranno una pietra miliare per tutti coloro che, negli ultimi anni, scriveranno sulla guerra civile. I caduti della RSI di Savona, Imperia, Cuneo, Asti e Alessandria (quest’ ultimo non ancora stampato) sommati agli splendidi lavori sulle stragi di Cadibona e Monte Manfrei, fanno di Emilio Scarone uno dei più rigorosi e prolifici studiosi della RSI e della guerra civile nell’Italia Nord Occidentale.

MATTEOTTI? INIZIAMO ALLORA DALLA LETTURA DI “BARBARIE ROSSA”…

Predappio (Forlì), 28 Febbraio – In occasione del CIII anniversario del passaggio in blocco della Lega Rossa di S. Bartolomeo in Bosco (Ferrara) ai sindacati fascisti, inizio della disintegrazione delle masse contadine organizzate dai socialisti che da quel giorno passarono al sindacalismo nazionale delle camicie nere, Alessandro Ferretti ha annunciato la ristampa di Barbarie rossa. Riassunto cronologico delle principali gesta commesse dai socialisti italiani dal 1919 in poi…

Parlare oggi del Biennio Rosso 1919-1920 risulta molto difficile. Dopo decenni di censure e di omissioni, anche in ambito accademico ha preso piede l’idea che questo, in realtà, non è mai esistito, un po’ come la lotta armata comunista degli anni ’70, anni che vengono ricordati semmai per le stragi “fasciste”, anche se di fascista non hanno nulla. È ovvio che siffatta storia, manipolata e gestita come “cosa nostra” dalla sinistra italiana, poco o nulla ha a che fare con la realtà dei fatti. Tuttavia, chi prova, con onestà intellettuale e, soprattutto, con i documenti, a contestarla è semplicemente ignorato se non additato come “revisionista” che, nel gergo comunista, vuol dire “persona indegna di parlare”, un tempo anche di vivere… non dimentichiamolo.
Bene, quindi, ha fatto Alessandro Ferretti a riproporre questo “opuscolo di battaglia” dei Fasci che illustra, con dovizia di particolari, non solo alcuni dei crimini commessi dai sovversivi italiani nel Biennio Rosso, ma anche come questi delitti furono recepiti dall’opinione pubblica che, proprio per reazione, nel 1921, si rivolse al fascismo – e più precisamente allo squadrismo – perché tali violenze finissero una volta per tutte e i valori bestemmiati dalla sinistra, all’epoca molto radicati nel cuore degli Italiani, fossero rispettati.
L’importanza di questa analisi, come abbiamo detto, sta in quella di denunciare i crimini del sovversivismo, quegli stessi crimini che oggi vengono nascosti se non negati o addirittura giustificati. Si tratta di notizie frammentarie, tratte dai giornali o dalle denunce che provenivano dai territori dove più infuriava la guerra civile, incomplete e certamente da analizzare e comparare con la documentazione oggi disponibile in una doverosa opera di revisionismo. Ma si tratta della “voce” della protesta nazionale e popolare di quei giorni. Della “voce” dell’indignazione dell’opinione pubblica contro i soprusi e le violenze sovversive in atto. Della “voce” di ribellione ad atti bestiali come. Ecco, quella “voce”, presentata in questo “libretto d’assalto”, si diffuse in tutta Italia nelle prime settimane del 1921, rappresentò la chiamata al dovere dei reduci e di tanti giovanissimi che la Grande Guerra non avevano fatto, ma ne avevano interiorizzato i valori. La “voce” che alimentò quello stato di entusiasmo che fu la vera forza dello squadrismo, che si incarnava in una milizia politica a difesa della Patria.

Il volume, impreziosito da note al testo curate da Alessandro Ferretti e da una introduzione scritta dal Dott. Pietro Cappellari, Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Coppola” di Paderno (Forlì), è disponibile sul circuito Amazon e potrà essere acquistato questo fine settimana (2-3 Marzo) alla Fondazione della RSI di Terranuova Bracciolini (Arezzo), durante la due giorni di studi storici “Dal mito alla realtà storica della RSI“.

Primo Arcovazzi

MATTEOTTI? INIZIAMO ALLORA DA NICOLA BONSERVIZI

Uscito il volume sulla vita del fondatore del Fascio di Parigi vittima dell’antifascismo

Roma, 19 Febbraio – In occasione del centesimo anniversario del suo martirio, la Herald Editore ha annunciato l’uscita di un studio curato da Pietro Cappellari e Luca Bonanno sulla figura di Nicola Bonservizi, il fondatore del Fascio di Parigi, assassinato dagli antifascisti nel lontano 1924.
Bonservizi, classe 1890, fu socialista. Fin dai primi anni del suo impegno politico aspirò alla giustizia sociale, trasfigurandola nella gloria di Roma. Nei suoi scritti, nei suoi primi discorsi, vi è questo connubio: il riscatto delle masse e il mito della grandezza dell’Impero romano, rinnovando un filone del pensiero risorgimentale vivo più che mai in un giovane di grandi speranze, di grandi idee, di grandi sogni.
Al fianco di Mussolini nella redazione de “Il Popolo d’Italia”, “interventista intervenuto”, sansepolcrista, inviato a Parigi e fondatore di quel Fascio. Fu ferito mortalmente il 20 Febbraio 1924 da un anarchico italiano esaltato dal clima d’odio diffuso dagli antifascisti in quei mesi.
Divenne ben presto un simbolo.
Visse con semplicità esemplare: fu soldato perfetto e perfetto fascista; amò l’Italia e credette nel Duce; fu lieto, orgoglioso di morire, in terra straniera, per la Causa. In queste poche parole c’è tutta la sua vita, tutta la sua anima e la mistica bellezza della sua fede”.
Lo studio, oltre a illustrare la vita e le opere di Bonservizi, evidenzia come dopo questo omicidio Mussolini iniziò a meditare sull’irriducibilità e sulla pericolosità dell’odio antifascista, credendo sempre più necessarie delle leggi eccezionali che potessero finalmente pacificare l’Italia. Fu questo il prodromo delle “Leggi fascistissime” che, a partire dal 1925, diedero vita al Regime fascista.

Lemmonio Boreo

Per info: aresagenziadinotizie@gmail.com