INES DONATI E’ TORNATA NELLA SUA CITTA’

Solenne cerimonia in memoria della Martire nel Centenario della sua scomparsa

San Severino Marche (Macerata), 10 Novembre – Si è tenuta ieri pomeriggio, presso il Monumento ad Ines Donati, oggi dedicato a tutti i Caduti per la Patria, la solenne cerimonia in memoria della Martire organizzata dalle Associazioni culturali Aries ONP e Nuove Sintesi, sotto l’alto patrocinio morale dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI. Il 3 Novembre scorso, infatti, è ricaduto il Centenario della scomparsa della ragazza, da tempo cancellata dalla storia locale dai “gendarmi della memoria”.
La manifestazione ha visto la partecipazione di numerosi marchigiani che per la prima volta dal dopoguerra hanno reso omaggio alla giovane patriota, consumata da una malattia a soli 24 anni, dopo una brevissima ma intensa vita dedicata agli ideali nazionali e alla lotta contro la barbarie sovversiva.
Ines rappresentò il volto della Nuova Italia che sorgeva dopo la Vittoria nella Grande Guerra: indipendente, ribelle, artista… squadrista. Nella Capitale, dove si era trasferita per continuare gli studi presso le Belle Arti, si impose per il suo coraggio nel contrastare i sovversivi social-comunisti che attentavano alla vita della Nazione nella cieca speranza di importare la rivoluzione bolscevica e di “fare come in Russia”. Alla testa delle squadre nazionaliste e fasciste, in paurosa inferiorità di numero ma non di fede, seppe farsi riconoscere in tutta Roma. Da qui, il nome di “Capitana”.
Mentre solitaria rincasava, fu selvaggiamente aggredita da un’orda di sovversivi e costretta per quasi un mese all’ospedale. Vigliacchi come sempre. In dieci contro una ragazza. Uscì e fu di nuovo alla testa delle squadre d’azione: nella Capitale; a Ravenna; ad Ancona dove fu protagonista della battaglia che portò alla capitolazione della storica roccaforte anarco-bolscevica. Fu organizzatrice delle squadre di soccorso nazionaliste e fasciste inviate a Falconara per aiutare la popolazione duramente colpita dallo scoppio della locale polveriera: primo esempio in Italia di protezione civile. Partecipò alla Marcia su Roma e chiese di essere arruolata nella costituenda Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, per continuare al fianco dei suoi camerati la battaglia in difesa dei valori patriottici. Una malattia la stroncò giovanissima. Il suo dolore più grande non fu quello di morire così presto, ma di non morire armi in pugno contro i nemici della Patria che aveva sconfitto in cento e più scontri. Alla sua memoria il Regime edificò un monumento, il secondo dedicato ad una donna, dopo quello ad Anita Garibaldi sul Gianicolo. Era raffigurata nell’atto solenne di spronare i suoi camerati ad andare, come disse di sé Corridoni, “più avanti ancora”, mentre cantava gli inni della Rivoluzione. Dopo il 25 Luglio 1943, una turba di esagitati – certa dell’impunità – demolì il monumento che pure era stato voluto e costruito dalla volontà di tutta la popolazione ed era una ricchezza architettonica per la provincia. Un triplo scempio: alla Patria, alla cultura, alle donne.
Dopo 80 anni di oblio, dicevamo, Ines Donati è tornata a San Severino. Dei fiori sono stati posti sul basamento che un tempo ospitava la sua statua in bronzo. Una rosa è stata deposta da Orsola Mussolini in rappresentanza dell’Ordine dell’Aquila Romana. Poi, un momento di ricordo e di preghiera, mentre i tricolori della Patria sventolavano al vento, le fiamme delle torce illuminavano e riscaldavano i cuori e un fascio tricolore investiva quel che resta del monumento ad Ines Donati. Infine, il triplice dannunziano “Presente!” che è riecheggiato in tutte le vie di San Severino.
Ines Donati, dopo 80 anni, è tornata a casa.

Claudio Cantelmo

INES DONATI, LA PRIMA SQUADRISTA D’ITALIA

Nel centenario della sua morte, un nuovo studio riporta alla luce l’identità di una donna d’Italia dimenticata

Roma, 3 Novembre – Nel centenario della prematura morte, avvenuta a Matelica (Macerata) il 3 Novembre 1924, la Herald Editore annuncia l’uscita di un volume dedicato alla figura di Ines Donati, la giovane italiana che, durante il barbaro Biennio Rosso, seppe imporsi nello scenario politico della Capitale, divenendo in poco tempo il simbolo della riscossa nazionale e popolare al sovversivismo.
Lo studio è stato affidato al Dott. Pietro Cappellari, Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Goffredo Coppola” di Paderno (Forlì), al quale la prestigiosa casa editrice romana aveva già affidato i volumi sulle figure di Nicola Bonservizi (insieme a Luca Bonanno) e Armando Casalini dei quali, proprio in questo 2024, è ricorso il centenario dell’assassinio per mano antifascista.
Cappellari, già autore di due monumentali opere sulle origini del fascismo (Fiume trincea d’Italia, Herald Editore, 2014; e Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma, Passaggio al Bosco, 4 voll., 2019-2023), ha ridato alla storia d’Italia una delle sue figure più importanti, che illustra prima di tutto l’opera di emancipazione femminile portata avanti dal fascismo nell’ottica del dovere e della nazionalizzazione delle masse. Una emancipazione che donò all’Italia premi Nobel e Medaglie d’Oro olimpiche e che generò fulgide figure di donne il cui sacrificio per la Patria raggiungerà il culmine nell’arruolamento volontario nel Servizio Ausiliario Femminile durante la RSI.
Ines Donati, già da adolescente animata da un mistico patriottismo che sarà poi l’unica fiamma che determinerà le sue scelte future, ribelle per indole, ma non mascolina come appaiono oggi certe “femministe 2.0”, da donna e da Italiana volle reagire allo scempio dei valori e alle volgarità quotidiane che scaturivano dal divampante Biennio Rosso. Ed eccola, prima tra i Giovani Esploratori cui si era iscritta per vivere la bellezza del cameratismo che in quell’associazione scoutistica si viveva spontaneamente; eccola prestarsi come volontaria durante lo sciopero degli spazzini di Roma del Maggio 1920. Ma gli eventi incombevano, la scelta fu conseguenziale a quella passione patriottica che divampava nel suo cuore, trovandosi così al fianco dei nazionalisti e dei fascisti romani nelle prime azioni di contrasto al sovversivismo dilagante, divenendo ben presto un simbolo, un esempio.
“La Capitana” morì il 3 Novembre 1924, rapita da una malattia, a soli 24 anni. Morì così, lontana da quelle battaglie che erano state le uniche gioie della sua vita, colpita da un destino crudele che la vide consumarsi in un letto d’agonia, anziché come aveva sognato e cercato, in uno scontro col nemico della Patria.
Ines Donati rappresentò il volto più puro di alcune donne che, spezzando le convenzioni e le idee del periodo storico, si inserirono da protagoniste nella lotta politica, come “militi”, prima che come “individui politicizzati”.
Questo volume è arricchito da un prologo sull’emancipazione femminile durante il Fascismo con articoli di Giacinto Reale e Adriano Scianca ed un breve saggio di Giancarla Lazzari scritto per l’occasione che smentisce la propaganda neofemminista.
In appendice, una riflessione Emanuele Mastrangelo sulla cancel culture che colpì anche il monumento ad Ines Donati di San Severino Marche; e un breve saggio sulla Cappella dei Martiri Fascisti del Verano che raccolse le spoglie della “Capitana” prima che l’odio e la viltà antifascista facessero scempio dei suoi resti e di quelli degli altri Caduti in camicia nera.
Il libro sarà presentato il 9 Novembre prossimo a San Severino Marche (Macerata), città natale di Ines Donati, dove sarà possibile acquistare tutti e tre i volumi sui Martiri della Rivoluzione fascista di cui nel 2024 è ricorso il centenario della morte, editi dalla Herald Editore.

Claudio Cantelmo

Per info e prenotazioni: aresagenziadinotizie@gmail.com

TODI: PRESENATO IL ROMANZO “TORA TORA” DI CAPPELLARI

Todi, 19 Ottobre – Un pubblico delle grandi occasione ha gremito la Sala Affrescata del Palazzo Municipale di Todi per la lectio magistralis del Dott. Pietro Cappellari, Direttore delle Biblioteca di Storia Contemporanea “Coppola” di Paderno (Forlì), sul sovversivismo comunista degli anni ’60 e di come i settori conservatori degli Stati occidentali “a democrazia avanzata” reagirono davanti al tentativo di “scalata al potere” dei vari Partiti Comunisti.
L’occasione è stata la presentazione del romanzo di successo Tora Tora del Cappellari, edito dalla prestigiosa casa editrice Passaggio al Bosco di Firenze, che tratta, per l’appunto, del cosiddetto “golpe Borghese”, ossia del tentativo di colpo di Stato che si realizzò nella notte del 7 Dicembre 1970, da cui la definizione più corretta di “golpe dell’Immacolata”.
La serata è stata organizzata dall’Associazione Culturale “Todi Tricolore” che ha saputo allestire una conferenza culturale di grande spessore, facendo convergere nella Sala Affrescata cittadini e studiosi da tutta la provincia, per un evento che ha rari precedenti.
Cappellari, prendendo spunto dalle testimonianze inedite del Prof. Alberto B. Mariantoni (braccio destro del Comandante Junio Borghese) e di Leone Mazzeo (tra i fondatori del Movimeno Politico Ordine Nuovo) ha illustrato ai convenuti come le “democrazie avanzate” reagirono di fronte al pericolo sovietico (di cui i vari Partiti Comunisti erano la longa manus), ossia predisponendo misure militari e veri e propri piani operativi in accordo con gli USA, tramite il vincolo della NATO che condizionava – ieri come oggi – le politiche di tutti i Governi occidentali.
In Grecia, con il Piano “Prometheus”, poi realizzato dai militari che diedero origine al famoso Regime dei Colonnelli (1967); in Italia, con il “rispolverare” le vecchie strutture paramiltari della Resistenza bianca, delle bande “Osoppo”, da cui prese origine la struttura Gladio (il cui nome richiamava, per l’appunto, il simbolo della “Osoppo”). Ma non solo, specularmente a quanto predisposto dai militari greci, anche l’Italia ebbe il suo “Prometheus”, il famoso Piano “Solo” – in quanto sarebbe dovuto essere attuato “solo” dai Carabinieri – elaborato dalla Medaglia d’Argento della Resistenza Gen. De Lorenzo (1964).
Sul finire degli anni ’60, con l’apertura al PCI adombrata dal democristiano Aldo Moro – di cui si dovrebbero ricordare le lezioni universitarie durante il Fascismo –, i settori conservatori dello Stato italiano si mobilitarono per fermare la follia di un “compromesso storico”, dopo l’agghiacciante stagione dei Governi DC-PSI. Una stagione iniziata proprio da Moro e compagni nel 1960, quando si era inventato un “antifascismo militante” da utilizzare come instrumentum regni in funzione anti-MSI e rivivificante la stagione dei Comitati di Liberazione Nazionale. Una nuova stagione ciellenista che era in realtà una foglia di fico per coprire gli scandali e il caos politico-amministrativo in cui viveva l’Italia del benessere economico.
Vi è da sottolineare che l’anticomunismo dei settori conservatori della società italiana nulla aveva di patriottico, ma rispondeva solo alla necessità servile di essere e rimanere partigiani dell’atlantismo. Veri e propri figli dell’8 Settembre in servizio permanente effettivo.
Non si sa cosa avvenne quella notte del 1970, nulla secondo la Magistratura. Ma se si vuole lavorare di fantasia, e il romanzo serve a questo, si può ipotizzare che questi settori conservatori, democristiani, militari, massoni, conditi con qualche pavone della socialdemocrazia italiana, attuò un piano-farsa al cui vertice mise la carismatica figura del Comandante Borghese, che avrebbe ottenuo l’appoggio diretto e indiretto di tutto il neofascismo, dal MSI alle formazioni extraparlamentari (Avanguardia Nazionale in primis). Fu forse una trappola: si mandò allo sbaraglio Borghese per poi incastrarlo, reprimendo il colpo di Stato da loro stessi preparato. Allora si sarebbe denunciato il colpo di Stato “fascista” in atto e chiesto i pieni poteri per stroncare l’agitazione, attraverso una legislazione di emergenza. Una legislazione che, ovviamente, non avrebbe colpito i fascisti – ininfulenti dal punto di vista politico – ma proprio il PCI, i sindacati e le forze extraparlamentari di sinistra che si sarebbero visti sbarrate, almeno per il momento, le vie d’accesso al potere con le elezioni, il controllo delle fabbriche con gli scioperi e delle piazze con la violenza dei gruppi armati.
Borghese, all’ultimo momento, fu edotto di tutto ciò da un Ufficiale dell’Esercito che lo stimava e interruppe il colpo di Stato già in atto. Fuggì in Spagna e morì misteriosamente alla vigilia del suo ritorno in Italia, quando avrebbe denunciato tutti i veri architetti del golpe dell’Immacolata che l’avevano tradito.
Fantasie si dirà. Certamente, ma un romanzo deve far sognare… non certo scrivere la storia come l’antifascismo da oltre 60 anni pretende di fare.

Claudio Cantelmo

RIEDIFICARE IL MONUMENTO AD AURELIO PADOVANI… GLI ITALIANI GIUDICHERANNO

ASSOCIAZIONE NAZIONALE FAMIGLIE CADUTI E DISPERSI DELLA RSI

Paderno di Mercato Saraceno, 12 Ottobre 2024

Oggetto: Monumento ad Aurelio Padovani

L’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI assiste con disgusto all’opera di cancellazione della nostra civiltà portato avanti dal sovversivismo neomarxista, con l’abbattimento di monumenti, lapidi ed opere artistiche costruiti in tempi passati ad eterna gloria dei Grandi della nostra Nazione.
Contemporaneamente, si posizionano nelle piazze delle nostre città dubbi agglomerati a forma di fallo o vagina, cumuli di rifiuti, sterco in cemento, ecc. definendoli “espressioni artistiche”, e si vietano monumenti alla maternità, alla famiglia naturale, agli Eroi della nostra Nazione.
Davanti a quanto avvenuto nuovamente a Napoli, l’ANFCDRSI – pur comprendendo le richieste di chi chiede l’immediato smantellamento del pene d’autore appena inaugurato – chiede la riedificazione del monumento ad Aurelio Padovani che giace vergognosamente smontato ed abbandonato nei sotterranei della Galleria Borbonica, perché i napoletani e gli Italiani tutti possano raffrontare le due opere e giudicare la profonda differenza in termini di cultura, politica, umanità, moralità.
Basterà poi il prossimo acquazzone purificatore a discriminare chi sarà dimenticato e chi rimarrà in eterno.

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PER NORMA COSSETTO… PER L’ITALIA!

Nettuno (Roma), 5 Ottobre – Si è tenuta presso il Parco della Rimembranza e dei Martiri delle Foibe l’annuale manifestazione promossa dal Comitato 10 Febbraio su tutto il territorio nazionale e all’estero “Una rosa per Norma”, che vuole ricordare il sacrificio per la Patria della giovane studentessa istriana Norma Cossetto, stuprata ed infoibata barbaramente da un branco di partigiani antifascisti slavo-comunisti.
L’omaggio è iniziato al Campo della Memoria di Nettuno, il Sacrario dei Caduti della RSI, dove i Volontari organizzati dal Circolo “Barbarigo” di Anzio si sono dati appuntamento per una giornata di lavoro legionario, nell’etica del sacrificio cantata dal Capitano Codreanu. Proprio qui risposa il Marò Gavino Casella di 19 anni, caduto sul Monte San Gabriele, quando il Battaglione “Barbarigo” riuscì a sconfiggere una Brigata titina, salvando tutto il Goriziano dall’invasione delle orde partigiane.
Verso le 11:00, una delegazione del Circolo “Barbarigo”, guidata dalla responsabile Cristina Droghini, si è recata presso la panchina tricolore dedicata alla memoria di Norma Cossetto, istituita dai soci dell’associazione nell’ottantesimo del suo sacrificio. Presente, tra gli altri, anche il Dott. Pietro Cappellari, Socio onorario della Fameia Capodistriana della Libera Provincia dell’Istria in Esilio, fiduciario del Comitato 10 Febbraio e fondatore del Parco della Rimembranza e dei Martiri delle Foibe di Nettuno.
Nel pomeriggio, una delegazione del Circolo “Barbarigo” ha reso omaggio anche al cippo dei Martiri delle Foibe di Anzio, chiudendo così una giornata dedicata alla Patria, ai Caduti della RSI che difesero i sacri confini orientali italiani contro la barbarie comunista, a Norma Cossetto simbolo eterno dell’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.
Mai più antifascismo, perchè l’olocausto degli Italiani dell’Adriatico Nord-Orientale non sia dimenticato.

Lemmonio Boreo

GORIZIA: LA MEMORIA UMILIATA DI NORMA COSSETTO

ASSOCIAZIONE NAZIONALE FAMIGLIE CADUTI E DISPERSI DELLA RSI

Paderno, 4 Ottobre 2024

Oggetto: la memoria umiliata di Norma Cossetto

L’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI, nel cui Albo d’Oro rifulgono i nomi dei Cossetto e degli altri Martiri per l’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, apprende con disgusto dell’iniziativa di Gorizia, con la quale il nome di Norma Cossetto, semplice studentessa italiana, sarà associato con quello di una “militante slava” uccisa dai Germanici.

L’operazione, di chiara matrice antifascista, non nuova, mira chiaramente al depotenziamento della mobilitazione popolare che, grazie al Comitato 10 Febbraio, proprio in quei giorni, si avrà in nome di Norma Cossetto e di tutti i Martiri per l’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.

È già avvenuto con il Giorno del Ricordo, atto di accusa perenne dei crimini contro l’umanità commessi dagli antifascisti tutti, quando si è voluto associare il ricordo delle vittime delle foibe con quello dei terroristi slavi che agivano contro l’Italia e contro gli Italiani.

Questa non è uguaglianza, questa non è pacificazione. La pacificazione nazionale si otterrà solo quando tutti potranno commemorare i propri morti ed esprimere liberamente le proprie idee; quando sarà finalmente compresa da tutti la legittimità della scelta della RSI; quando sarà coralmente accettato l’olocausto dei combattenti della RSI in difesa del confine orientale italiano; quando saranno moralmente sanzionati tutti i crimini contro l’umanità commessi dagli illegittimi belligeranti partigiani (italiani e stranieri) compiuti contro l’Italia e gli Italiani.

Davanti alla morte siamo tutti uguali e a tutti si deve rispetto. Ancor oggi questo manca per i combattenti della RSI, tanto che sono dei privati cittadini a mobilitarsi per onorarli, come avviene per Norma Cossetto.

Davanti a tali manifestazioni popolari, non potendole vietare, c’è chi tenta di depotenziare gli eventi, unendo forzatamente al ricordo di una Martire d’Italia altri “personaggi”, utilizzati per l’occasione come grimaldello per scardinare la portata culturale e patriottica di ciò che sta accadendo.

L’ANFCDRSI interpretando la volontà dei propri iscritti e simpatizzanti, attuando un imperativo morale dettato da una battagliata ultrasettantennale per la pacificazione nazionale e le onoranze ai Caduti della RSI:

  1. Prende le distanze da quanto avverrà a Gorizia e dai suoi promotori, in primis dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, non nuova ad iniziative del genere;
  2. Esprime solidarietà alla famiglia Cossetto, il cui nome sarà abusivamente utilizzato per un’operazione politica che mira a depotenziare il ricordo di Norma;
  3. Esprime vicinanza al Comitato 10 Febbraio la cui iniziativa “Un fiore per Norma” è stata attaccata da un’operazione di depotenziamento tipica dell’antifascismo di mestiere;
  4. Rinnova la fiducia nella Libera Provincia dell’Istria in Esilio quale unica vera rappresentante degli esuli e unica difesa dei diritti italiani nell’Adriatico Nord-Orientale;
  5. Invita tutti i suoi iscritti e simpatizzanti a partecipare alle iniziative previste in tutta Italia per la manifestazione “Un fiore per Norma” del Comitato 10 Febbraio, spronandoli a farsi attivi promotori nelle proprie città di tale ricordo;
  6. Rinnova il giuramento di fedeltà all’Idea e alla Patria di Norma Cossetto e di tutta la sua famiglia, senza se e senza ma, dichiarando, ancora una volta, davanti ai manipolatori della storia, agli odiatori antifascisti, “noi siamo i Cossetto”, noi siamo i difensori dell’italianità dell’Istria, di Fiume e di Dalmazia. Di ieri, di oggi, di domani.

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FOIBE: LA VERGOGNA DI NETTUNO



Nettuno (Roma), Il Comitato 10 Febbraio segnala al Comune il degrado in
cui versa il Parco della Rimembranza e dei Martiri delle Foibe.

Una segnalazione urgente sul degrado in cui versa il Parco della
Rimembranza e dei Martiri delle foibe. L’ha inviata il Presidente
Nazionale del Comitato 10 Febbraio, Silvano Olmi, all’attenzione dei
componenti la Commissione Straordinaria che guida il Comune di Nettuno e
ai dirigenti dei Settori Vigilanza, Lavori Pubblici e Patrimonio, e
Cultura.

“Il Parco è in condizioni vergognose – scrive Olmi – per noi che
nutriamo ancora dei sentimenti di patriottismo e amor patrio, è un colpo
al cuore vedere il Parco della Rimembranza e dei Martiri delle foibe di
Nettuno ridotto così.

L’opera di silenzioso smantellamento dell’area è iniziata con la
rimozione della staccionata tricolore, ed è proseguita con la scomparsa
di quattro degli otto lecci messi a dimora e dedicati alle città
irredente dell’Italia orientale: uno è scomparso e al suo posto ci sono
i tavolini di un’attività commerciale; uno si è seccato per mancanza di
acqua; e due sono stati rimossi da ignoti.
Un evidente danno per il decoro della città e per l’ambiente urbano –
prosegue Olmi – sul quale sarebbe opportuno accertare eventuali
responsabilità amministrative per la mancata vigilanza e manutenzione
dell’area verde.

Il Parco commemora i sacrifici dei Cittadini di Nettuno Caduti nella
Grande Guerra e gli Italiani massacrati nelle foibe dai partigiani
comunisti slavi o costretti ad essere Esuli in Patria – conclude Olmi –
speriamo che la Commissione che guida il Comune di Nettuno intervenga
celermente per ridare a quest’area verde il giusto decoro e la
considerazione che merita.”

Comitato 10 Febbraio

QUANDO AD AMMAZZARE SONO I “LIBERATORI”

Omertà e compiacenze sui delitti degli Angloamericani a Nettunia

Nettuno, 15 Agosto – Ogni tanto siamo costretti a tornare a parlare dei crimini commessi dai “liberatori” nel 1944 a Nettunia. E questo non per una nostra fissazione, ma per la scoperta di documenti che gettano nuova luce su quanto avvenne nelle nostre città durante l’occupazione angloamericana. Episodi da sempre censurati e addirittura cancellati dalla memoria collettiva che chi ama e studia la storia da uomo libero non può ignorare. Del resto, lo sbarco degli Alleati del 22 Gennaio 1944 è vissuto non certo come un fatto storico, ma come “celebrazione politica”, meglio, come “celebrazione ad uso politico”. Una sorta di “giornata di ringraziamento” a chi ci ha donato “libertà” e democrazia, obbligatoria per tutti… e guai a chi tenti di rovinare la “festa”, facendo notare le falsità e l’immoralità di certe ricostruzioni storiche. Ma così va l’Italia, ed Anzio e Nettuno fanno pur sempre parte di questo Bel Paese, dove addirittura un Comandante partigiano, accusato dai suoi stessi compagni di sequestro, stupro e duplice omicidio di collaboratori della Resistenza, è stato elevato agli onori degli altari solamente per fare uno spot antifascista, mentre eroi di guerra come Mario Bertoni, per fare un esempio, sono ignorati.
Di crimini degli Alleati contro la popolazione civile ne abbiamo parlato già nel nostro studio Lo sbarco di Nettunia e la battaglia per Roma (Herald Editore, 2010), ricordando, tra gli altri, il caso della diciassettenne Giulia Tartaglia, cancellata dalla memoria collettiva solo per non rovinare la falsa storiella dei “liberatori”… con la fantasiosa Angelita-strappalacrime al seguito… Ma Giulia è veramente esistita, Angelita no. Eppure, se chiedete in giro, nessuno vi dirà della prima, mentre sarete inondati di cialtronerie sulla seconda. Sanno di mentire e… mentiranno.
Grazie all’attività di rigorosa ricerca storica del Cav. Emiliano Ciotti, Presidente dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate, si sta procedendo alla catalogazione dei crimini commessi in Italia dagli Angloamericani. Dagli archivi dell’ANVM sono usciti fuori dei documenti in cui si elencavano altre violenze compiute dai cosiddetti “liberatori” a Nettunia, non ultima quella contro il quattordicenne Armando Mariani, investito da un soldato afroamericano e lasciato morire ai bordi di una strada con un’indifferenza che cela malamente puro sadismo e la strafottenza tipica di alcuni militari statunitensi contro la popolazione civile.
Oggi, sempre dagli archivi dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate, esce un documento che ci racconta un’altra tragica storia ignorata da tutti.
Era il 2 Agosto 1944 e nella Nettunia “liberata” si moriva letteralmente di fame. Finita la Bengodi della “testa di ponte”, con valanghe di cibarie a disposizione anche dei pochi civili non sfollati, la popolazione era rimasta in balia degli eventi. E quelli che pian piano ritornavano si trovavano davanti un paesaggio spettrale.
Alle 6:00 di quel 2 Agosto, in zona Falasche, agro di Nettunia, un soldato alleato – ovviamente mai identificato – scorse un civile avvicinarsi ad un deposito alimentare militare, oltrepassando il filo spinato che lo delimitava. Non ci volle poi molto per capire che si trattava di qualcuno introdottosi furtivamente nel campo per cercare di rubare qualche scatoletta di cibo. La sentinella intimò perentorio l’alt, ma il giovane, vistosi scoperto, preso dal panico, tentò di fuggire. Il soldato non esitò, caricò il fucile e sparò con decisione alla schiena del ladro che cadde a terra in una pozza di sangue. Trasportato all’ospedale militare alleato, il giovane decedeva poco dopo. Si chiamava Umberto De Filippi ed aveva diciassette anni. Era originario di Roma, città in cui abitava in Via Paruta n. 20.
Così si moriva nella Nettunia “liberata”. A 17 anni, per una scatoletta di cibo. Vi è da aggiungere che i Carabinieri Reali della Tenenza di Velletri che relazionarono sommariamente l’evento, parlarono di un colpo di arma da fuoco che colpì il ragazzo all’ascella destra. Ora, se così fosse, sembrerebbe messa in discussione la dinamica (logica) degli eventi sopra esposta. Va da sé che se fosse stato colpito all’ascella, Umberto non poteva dare le spalle alla sentinella angloamericana. Doveva trovarsi di fronte, al massimo di lato, e, comunque, con le braccia alzate. De Filippi venne abbattuto mentre si stava consegnando pacificamente nelle mani del militare alleato? Non lo sapremo mai.
Di Umberto nessuno ha mai parlato, come è ovvio.
Gli sciacalli che durante l’occupazione tedesca si introducevano nelle abitazioni dei nettuniani per depredarle e venivano colti sul fatto erano fucilati senza esitazione. Qualcuno, nel dopoguerra, tentò di farli passare per eroici partigiani, vittime del “nazifascismo”… Il solito giochetto. Umberto, purtroppo per lui, era stato ammazzato da un “liberatore” e non ottenne questa gratifica. “Un incidente”, come segnalarono i Carabinieri Reali due giorni dopo.
Abbiamo accennato alla sua storia perché per noi la realtà vale più delle ricostruzioni ideologiche che soffocano la comprensione del nostro passato. La nostra dignità di ricercatori, viene prima delle convenienze politiche. Come abbiamo fatto per Giulia Tartaglia, Ernesto Bischetti, Armando Mariani e tante altre vittime di quel triste periodo, noi non smetteremo di lottare perché la memoria degli eventi non sia più occultata dalle Amministrazioni comunali, sempre pronte a quell’omertà che si tramuta in complicità.

Pietro Cappellari
(Direttore della Biblioteca di
Storia Contemporanea “Goffredo Coppola”
)

LA STORIA NON PUO’ ESSERE INFLUENZATA DA “MOTIVI IDEOLOGICI”: PER QUESTO NON SIAMO ANTIFASCISTI

Lettera aperta a Vincenzo Robles

Egregio Dott. Robles,
Vi ringrazio per la citazione nel Vostro libro Il fascismo dietro le quinte. Il caso Bitonto (Edizioni dal Sud, 2024). Mi permetto di scriverVi per precisare meglio quanto da me esposto alla giornalista del “Quotidiano di Bari” Maria Giovanna Depalma, poi rilanciato dal periodico “L’Ultima Crociata” (cfr. M.G. De Palma, Bitonto e la sua storia: Nicola Ungaro caduto per la Causa nazionale nel 1919, a. LXX, n. 2, Marzo 2020) e da Voi analizzato.
Se ho capito bene, mi attribuite l’ipotesi di un collegamento tra il giolittismo bitontino e il primo fascismo nella cittadina. Ipotesi che, diciamolo subito, non compare nell’intervista. Non ho mai affermato che il pre-fascismo di Bitonto sarebbe stato impersonificato dai “mazzieri” liberali. Tanto è vero che nel testo chiarisco in modo inequivocabile che “fare dei mazzieri liberali dei ‘proto-squadristi’ [è] un non senso”.
La mia indagine sul caso bitontino, in realtà, voleva evidenziare come la violenza politica fosse una componente della società dell’epoca, ben prima dell’avvento dello squadrismo, e nessun movimento ne fu immune. Quindi, nessun “ponte” giolittismo-fascismo, nessuna consequenzialità mazzieri-squadristi. Soprattutto: nessuna primogenitura della violenza al fascismo, tutto qui.
Il “così fu” che compare nel mio intervento, non voleva assolutamente validare la continuità mazzieri-squadristi, ma “arrendersi” alla forzatura che venne fatta nel 1942, quando il liberale Nicola Ungaro, assassinato il 17 Ottobre 1919 da un leghista, fu riconosciuto come Caduto per la Causa nazionale dal Regime. Nessuna confusione è possibile. Tanto è vero che Voi stesso riconoscete che io, nelle conclusioni, rinnegherei l’ipotesi iniziale, praticamente contraddicendomi. No, non mi contraddico, confermo quello che ho detto alla Dipalma e che Voi non avete capito.
Che poi la mia “ipotesi” – in realtà, l’ipotesi che Voi mi attribuite – sia “dettata più da motivi ideologici”, rappresenta una interpretazione dei miei studi ben lontana dalla realtà ed offensiva, in quanto mai nessuna ideologia ha viziato i miei scritti, essendo stati sempre la ricerca, l’onestà intellettuale e i documenti il faro del mio scrivere. Sono ben altri coloro che hanno fatto dell’ideologia una lente deformante della realtà storica e comoda catapulta per il successo e le lusinghe del sistema. Iniziando dai comunisti, maestri della menzogna, e gli antifascisti in generale. I “gendarmi della memoria” che tengono da più di mezzo secolo in ostaggio la storia della nostra Nazione attraverso la famosa egemonia culturale, che sarebbe stata solo un mezzo, non dimentichiamolo, per spalancare la via alla conquista del potere da parte del PCI. Ma se Gramsci era un uomo per bene, i gramsciani sono solo dei mascalzoni, per non dire altro.
Scrivere che “la violenza dei fascisti abbia lo stesso obiettivo dei mazzieri, vale a dire l’immobilità del Sud” e che gli squadristi “sono strumento di intervento nelle lotte sociali”, che “vogliono arrestare la crescita delle organizzazioni sindacali attraverso le quali il proletariato rurale acquista coscienza di sé e dei propri diritti”, è solo sostenere una visione marxista della storia, ben lontana dalla realtà.
Prima di tutto, la violenza degli squadristi nacque come reazione nazionale e popolare alle barbarie compiute durante il Biennio Rosso 1919-1920, dove non vi fu l’affermazione delle organizzazioni sindacali per il riscatto del proletariato, ma il bolscevismo puro, fatto di violenze senza precedenti nella storia della nostra Nazione. Una reazione che ebbe, fin dagli inizi, il consenso di gran parte dell’opinione pubblica, stanca degli esperimenti rivoluzionari degli “apprendisti stregoni” del PSI.
Gli squadristi – in parte proletari anch’essi, non si dimentichi – scesero in campo in nome di profondi valori spirituali – la Patria, la famiglia, la religione – vilipesi dal sovversivismo dilagante in barbari “sabba” quotidiani. Che poi tra loro, come in tutti i movimenti di massa, vi fossero anche delinquenti e profittatori, che la repressione del sovversivismo facesse comodo anche alla borghesia e agli Agrari, non costituisce patente per giudizi di merito su un movimento che fu nazionale, generazionale e, non dimentichiamolo, popolare. Infatti, gli squadristi – dipinti da una falsa lettura classista della storia come “guardie bianche” del sistema capitalista-liberale-democratico – erano portatori anche di profonde istanze di rinnovamento sociale, come la battaglia per la proprietà della terra ai contadini dimostra. E quando nelle campagne, insieme alle camicie nere, comparvero i primi Sindacati fascisti, le Leghe rosse – che fino ad allora aveva esercitato una violenta dittatura – si sgonfiarono improvvisamente. E la fuga dei propri iscritti verso il sindacalismo fascista fece molto più paura ai socialisti delle spedizioni punitive!
Tutto questo è ben evidenziato e documentato, tra l’altro, nella mia opera in quattro volumi, per un totale di 2.400 pagine, Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma. Il Centenario della Rivoluzione fascista (Passaggio al Bosco, Firenze 2020-2023), alla quale rimando per i dettagli del caso e una migliore comprensione delle mie affermazioni (compresa l’indagine sulla morte di Nicola Ungaro).
Che, poi, la conquista del potere da parte del fascismo abbia attratto come una calamita anche le vecchie classi borghesi che, come al solito, cercavano di riciclarsi nel nuovo sistema, è un dato di fatto, che dimostra anche quali livelli di consensi raggiunse il Regime. Il notabilato si scoprì così “fascista”, ma non per questo il Sud venne “immobilizzato”. Le opere pubbliche che trasformarono il volto del Meridione italiano sono monumenti che non possono essere cancellati. Così la lotta alle malattie, all’analfabetismo, alla disoccupazione, alla mafia. Tutta una politica – con i suoi limiti, errori e contraddizioni – che portò, coerentemente con i postulati socialisti del fascismo, al famoso “assalto al latifondo” del 1940, che solo i carri armati angloamericani fermarono. Si trattò di progetti reali che, tanto è vero, vennero presi pari-pari nel dopoguerra… ed attuati, come evidenziò anche Renzo De Felice. In questi ultimi 80 anni, tanto per restare in tema di “immobilismo”, come è evoluto il Mezzogiorno?
Il discorso potrebbe continuare a lungo, ma crediamo che con queste precisazioni si sia capita la differenza tra chi serve una ideologia falsa e pontifica con supponenza per autolegittimarsi e chi, uomo libero, scrive e studia la storia senza fini pedagogici o politici, ma solo per comprendere il passato della nostra Nazione. I primi, per quanto autorevoli e stipendiati dallo Stato, non sono mai stati dalla “parte giusta” della storia, come gli piace vantarsi. E non lo saranno mai.
Distinti saluti.

Pietro Cappellari
Direttore della Biblioteca di Storia
Contemporanea “Goffredo Coppola”

Paderno (Forlì), 1° Agosto 2024

SECONDA EDIZIONE PER L’ALBO DEI CADUTI DELLA RSI DI TERNI

Terni, 13 Giugno – Questo studio sui caduti della RSI in provincia di Terni nasce all’interno del progetto di ricerca La Repubblica Sociale Italiana sull’Appennino Umbro-Laziale, opera monumentale in tre “sezioni” che vuole analizzare nei dettagli la storia della RSI nelle provincie di Rieti, Terni e Perugia. Un’opera patrocinata dall’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI, iniziata nella lontana Estate del 2000, della quale sono a tutt’oggi usciti i primi due volumi: Rieti repubblicana 1943-1944 (Herald Editore, Roma 2015) e Terni repubblicana 1943-1944 (Herald Editore, Roma 2020).
Questo studio che presentiamo singolarmente è la riproposizione dell’apposito “documento” contenuto in Terni repubblicana. Si è creduto opportuno estrapolare questo testo dal tomo già pubblicato per due considerazioni importanti:

1) La necessità di un rapido focus su questo tema da parte dei ricercatori, senza consultare l’intero volume (il cui studio rimane, comunque, imprescindibile per la comprensione delle dinamiche storiche legate alla problematica qui “isolata”);
2) L’aggiornamento dell’elenco a suo tempo pubblicato con gli ultimi dati della ricerca e, in particolar modo, l’inserimento di quattro cadutida noi ritrovati in questi anni: l’Appuntato Sabatino Di Carlo e i Lavoratori militarizzati Egisto Agostini, Renato Bartolucci ed Elio Ricci (parziale integrazione di una ricerca che non finirà mai).

L’obiettivo di questa pubblicazione è quello tenere sempre aggiornata la lista dei caduti della RSI in provincia di Terni.
I caduti ternani per la Repubblica Sociale Italiana regolarmente censiti raggiungono l’importante cifra di 118; mentre 90 sono i caduti registrati sul territorio durante la RSI (Settembre 1943 – Giugno 1944). Ovviamente si tratta di numeri che si riferiscono solo al minimo documentabile, con dati ancora da verificare, correggere ed integrare, ma che ci danno un quadro dell’adesione alla RSI imponente, sul quale vale una giusta riflessione libera dall’odio dei “gendarmi della memoria”. Perché il loro sacrificio possa aprire finalmente le porte ad una definitiva pacificazione nazionale.

Pietro Cappellari
(Direttore della Biblioteca di Storica Contemporanea
“Goffredo Coppola” di Paderno – Forlì
)

La seconda edizione libro Albo d’Oro dei Caduti della RSI di Terni è facilmente reperibile sul circuito Amazon e nelle Biblioteche Nazionali di Roma e Firenze