È crollato il “muro di protezione antifascista”, i Martiri nostri sono risorti
Urbisaglia (Macerata), 13 Aprile – Si sono tenute nella ridente cittadina marchigiana le solenni celebrazioni in occasione del centenario della morte di Nicola Bonservizi, organizzate dalle Associazioni culturali “Aries” e “Nuove Sintesi”, sotto l’alto patrocinio morale dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI. Bonservizi, attivista socialista, tra i primi collaboratori di Mussolini nell’avventura de “Il Popolo d’Italia”, “interventista intervenuto”, inviato speciale del giornale di Via Paolo da Cannobbio a Parigi, fondatore di quel Fascio e de “L’Italie Nuovelle”, fu esempio di rettitudine e moderazione. Alieno da ogni violenza gratuita, impedì le rappresaglie degli squadristi contro gli antifascisti in Francia, aiutò tutti gli Italiani che gli chiesero aiuto senza distinzione di partito. La montagna d’odio creata dall’antifascismo armò la mano di un anarchico che, il 20 Febbraio 1924, vigliaccamente e a tradimento, gli sparò in faccia. Morì il 26 Marzo seguente. Nel dopoguerra, i “gendarmi della memoria” provvidero a cancellare ogni ricordo di Nicola Bonservizi innalzando il consueto Antifaschistischer Schutzwall, il famoso “muro di protezione antifascista”, e di lui si perse ogni traccia. In occasione del centesimo anniversario del martirio, però, i patrioti marchigiani, guidati da Simone Perticarini, non hanno dimenticato il suo sacrificio e si sono recati al cimitero di Urbisaglia a rendere omaggio ad un Italiano che, con il suo sangue, santificò la missione di redenzione dei lavoratori e della Patria. Nel pomeriggio, nell’affascinante scenario dell’Abbadia di Fiastra, Rachele Giacinti ha presentato il libro Nicola Bonservizi. Fondatore del Fascio di Parigi, vittima dell’antifascismo (1890-1924), appena pubblicato dalla Herald Editore. Presenti anche i due autori, il ricercatore monzese Luca Bonanno e il Dott. Pietro Cappellari, Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Goffredo Coppola” di Paderno (Forlì), e un discendente di Bonservizi, che ha intrattenuto i presenti con aneddoti poco conosciuti, soffermandosi sul messaggio d’amore che ha ispirato la vita del Martire.
Un numeroso pubblico ha gremito la sala per una conferenza culturale che sa storia, senza precedenti nel territorio. “Dopo 80 anni di odio, violenza, censura e ignoranza, torna ad Urbisaglia il suo figlio prediletto”. Dopo 80 anni è finalmente crollato il “muro di protezione antifascista”, come le bibliche mura di Gerico. Ma questa volta non sono servite le trombe, è bastato un mazzo di fiori e un libro di storia. Bonservizi è tornato dicevamo. E rimarrà per sempre nei cuori di chi crede ancora nella Patria e nella redenzione dei lavoratori, come lui sognò, come lui volle.
Dall’archivio dell’ANVM un episodio dimenticato o cancellato?
Nettuno, 30 Marzo – Parlare dei crimini commessi dai soldati angloamericani durante l’occupazione del 1944 di Nettunia, come allora si chiamavano gli attuali Comuni di Anzio e Nettuno, è sempre molto “pericoloso”. Si rischia di non essere compresi e di suscitare l’indignazione dei “gendarmi della memoria”, sempre pronti a manipolare la storia, sempre pronti a censurare tutti quei fatti realmente accaduti che cozzano con la loro costruzione ideologica del nostro passato. Nello studio Lo sbarco di Nettunia e la battaglia per Roma (Herald Editore, 2010) facemmo un primo quadro della situazione relativo a questa scottante tematica. Un quadro certamente parziale per il numero degli episodi citati, ma che ci ha permesso di parlare – per la prima volta! – delle vittime innocenti di quell’occupazione militare, in primis della diciassettenne Giulia Tartaglia, la cui storia è il simbolo di come certi eventi luttuosi sono stati gestiti dalla politica: con la cancellazione dalla memoria collettiva. Anche successivamente all’uscita del nostro studio siamo stati costretti a tornare su questo argomento, con un saggio in cui si elencavano altre violenze compiute dai cosiddetti “liberatori” ed anche questa volta l’argomento è stato ignorato da tutte le varie Amministrazioni che si sono succedute alla guida dei Comuni di Anzio e Nettuno, che hanno preferito chiudere gli occhi per mera sudditanza politica e morale ai “padroni del vapore”. Oggi, dagli archivi della benemerita Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate, grazie all’instancabile opera di catalogazione dei crimini commessi in Italia dagli occupanti angloamericani del suo Presidente Emiliano Ciotti, un nuovo episodio viene alla luce: il 14 Luglio 1944, alle ore 14.30 circa, al bivio “Villa Borghese” nell’Agro di Nettunia, un’autovettura alleata guidata da un soldato afroamericano mai identificato, investì mortalmente il quattordicenne Armando Mariani. Secondo le testimonianze, l’autovettura procedeva a una velocità elevatissima e al momento dell’incidente si trovava anche sul lato sinistro della carreggiata. Ovviamente, il militare statunitense non si fermò, come era la prassi dell’occupante, sul cui “ruolino” rimangono centinaia e centinaia di casi del genere, tanto che si parlò anche del “gioco del birillo” con cui gli autisti angloamericani giustificavano gli investimenti mortali dei civili italiani. Armando Mariani era figlio di Andrea e Giuseppina Pasciuzzi, nato a Roma il 23 Gennaio 1930. Tutto ciò è quello che rimane. Ma come per Giulia Tartaglia, Ernesto Bischetti e tante altre vittime di quel triste periodo noi non smetteremo di lottare, perché la loro memoria non sia più occultata dalle Amministrazioni comunali, sempre pronte a quell’omertà che si tramuta in complicità.
Pietro Cappellari (Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Goffredo Coppola”)
Successo senza precedenti per la due giorni di studio alla Fondazione della RSI
Terranuova Bracciolini (Arezzo), 3 Marzo – Si è tenuta presso la prestigiosa sede di Villa Municchi della Fondazione della RSI – Istituto Storico la due giorni di studio dal titolo “Dal mito alla realtà storica della RSI”. Tra il 2 e il 3 Marzo 2024 oltre 150 persone, in gran parte giovani, provenienti da tutta l’Italia Centro Settentrionale, hanno affollato le sale dell’importante ente culturale che difende la memoria storica della Repubblica Sociale Italiana dal 1986. Un successo senza precedenti che dimostra come la storia e il mito della RSI suscitino tra gli Italiani ancora interesse e passione. La due giorni ha aperto nuove prospettive di studio e ha permesso di approfondire storicamente temi di interesse anche per le numerose comunità militanti che hanno partecipato all’evento culturale con grande ricettività. Dopo l’apertura dei lavori a cura del Presidente della Fondazione Enrico Persiani, le tematiche – su cui si sono confrontati storici, filosofi, editori, politologi, membri delle comunità militanti, quali Pietro Cappellari, Roberto Mancini, Marco Scatarzi, le “ragazze di Peschiera”, Carlo Viale, Andrea Casolari, Giulio Bocchi e Luca Bonanno – sono state: La donna soldato: dall’archetipo della donna guerriera nel mito fino alle guerriere in grigioverde; Storia e dottrina del Fascismo: dalla “tendenzialità repubblicana” alla Repubblica Sociale; La Guardia della Rivoluzione; La visione gentiliana della comunità; Il dovere nazionalrivoluzionario; Il ricamo politico-identitario: dal mito della tela omerica alla continuità delle comunità femminili passando per il SAF; Essere Comunità: orientamenti per il militante identitario; L’eredità della RSI nelle comunità militanti di oggi. Si è trattato della costruzione di un percorso formativo anche per i giovani, integrato con viste al museo e all’archivio della Fondazione della RSI e che continua attraverso lo studio degli atti del convegno editati da Passaggio al Bosco di Firenze: AA.VV., Da mito alla realtà storica della RSI. In cantiere una nuova due giorni di studio dove saranno approfondite, con i risultati delle ultime scoperte nel campo della ricerca e con la elaborazione di nuove interpretazioni, le tematiche inerenti alla storia e alla dottrina del fascismo.
Primo Arcovazzi
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Se c’è un’immagine che riassume l’importanza della due giorni di studio alla Fondazione della RSI è certamente questa. La condivisione di un progetto culturale con i più importanti studiosi indipendenti della storia d’Italia. Una condivisione che non è il solito artifizio intellettuale cui siamo abituati ad assistere, che non è un comodo riscuotere stipendi nelle tranquille accademie, ma è una missione spirituale, per la comprensione del fenomeno storico, per tramandare alle generazioni future una realtà libera dai condizionamenti politici e dalla falsità dell’odio antifascista di cui trasuda la vulgata.
Terranuova Bracciolini (Arezzo), 3 Marzo – La Biblioteca di Storia Contemporanea “Goffredo Coppola” di Paderno (Forlì) ha assegnato il Premio “Fernando Mezzasoma” per gli Studi sul Fascismo al ricercatore e saggista Emilio Scarone. La premiazione si è tenuta durante la due giorni di studio organizzata dalla Fondazione della RSI – Istituto Storico. Presente il Direttore della Biblioteca “Coppola” Dott. Pietro Cappellari. Ha ritirato il premio il ricercatore genovese Carlo Viale. Era destino che Emilio Scarone si dovesse occupare di storia della Repubblica Sociale. Nato a Cadibona in provincia di Savona nel 1942 fu da subito inconsciamente legato ad essa. La famiglia, nel ’44 alloggiò nella propria casa il Maggiore Viviani, Comandante l’Artiglieria della Divisione “San Marco” e solo un muro divideva il lettino del piccolo Emilio da quello dell’Ufficiale che vivrà il dramma dell’uccisione del figlio Giorgio, Artigliere nello stesso reparto. Già da giovanissimo Emilio iniziò ad interessarsi di quello che era accaduto sul suo territorio, specialmente per quanto riguardava la “San Marco”. Raccolse documenti, foto e testimonianze dei reduci che venivano annualmente al vicino cimitero di Altare. Nonostante il gravoso lavoro alla Società Autostrada dei Fiori presso la quale operò per 42 anni, il suo impegno nella ricerca storica sarà sempre costante e fruttuoso. I suoi volumi, sempre rigorosi e documentati, saranno una pietra miliare per tutti coloro che, negli ultimi anni, scriveranno sulla guerra civile. I caduti della RSI di Savona, Imperia, Cuneo, Asti e Alessandria (quest’ ultimo non ancora stampato) sommati agli splendidi lavori sulle stragi di Cadibona e Monte Manfrei, fanno di Emilio Scarone uno dei più rigorosi e prolifici studiosi della RSI e della guerra civile nell’Italia Nord Occidentale.
Predappio (Forlì), 28 Febbraio – In occasione del CIII anniversario del passaggio in blocco della Lega Rossa di S. Bartolomeo in Bosco (Ferrara) ai sindacati fascisti, inizio della disintegrazione delle masse contadine organizzate dai socialisti che da quel giorno passarono al sindacalismo nazionale delle camicie nere, Alessandro Ferretti ha annunciato la ristampa di Barbarie rossa. Riassunto cronologico delle principali gesta commesse dai socialisti italiani dal 1919 in poi…
Parlare oggi del Biennio Rosso 1919-1920 risulta molto difficile. Dopo decenni di censure e di omissioni, anche in ambito accademico ha preso piede l’idea che questo, in realtà, non è mai esistito, un po’ come la lotta armata comunista degli anni ’70, anni che vengono ricordati semmai per le stragi “fasciste”, anche se di fascista non hanno nulla. È ovvio che siffatta storia, manipolata e gestita come “cosa nostra” dalla sinistra italiana, poco o nulla ha a che fare con la realtà dei fatti. Tuttavia, chi prova, con onestà intellettuale e, soprattutto, con i documenti, a contestarla è semplicemente ignorato se non additato come “revisionista” che, nel gergo comunista, vuol dire “persona indegna di parlare”, un tempo anche di vivere… non dimentichiamolo. Bene, quindi, ha fatto Alessandro Ferretti a riproporre questo “opuscolo di battaglia” dei Fasci che illustra, con dovizia di particolari, non solo alcuni dei crimini commessi dai sovversivi italiani nel Biennio Rosso, ma anche come questi delitti furono recepiti dall’opinione pubblica che, proprio per reazione, nel 1921, si rivolse al fascismo – e più precisamente allo squadrismo – perché tali violenze finissero una volta per tutte e i valori bestemmiati dalla sinistra, all’epoca molto radicati nel cuore degli Italiani, fossero rispettati. L’importanza di questa analisi, come abbiamo detto, sta in quella di denunciare i crimini del sovversivismo, quegli stessi crimini che oggi vengono nascosti se non negati o addirittura giustificati. Si tratta di notizie frammentarie, tratte dai giornali o dalle denunce che provenivano dai territori dove più infuriava la guerra civile, incomplete e certamente da analizzare e comparare con la documentazione oggi disponibile in una doverosa opera di revisionismo. Ma si tratta della “voce” della protesta nazionale e popolare di quei giorni. Della “voce” dell’indignazione dell’opinione pubblica contro i soprusi e le violenze sovversive in atto. Della “voce” di ribellione ad atti bestiali come. Ecco, quella “voce”, presentata in questo “libretto d’assalto”, si diffuse in tutta Italia nelle prime settimane del 1921, rappresentò la chiamata al dovere dei reduci e di tanti giovanissimi che la Grande Guerra non avevano fatto, ma ne avevano interiorizzato i valori. La “voce” che alimentò quello stato di entusiasmo che fu la vera forza dello squadrismo, che si incarnava in una milizia politica a difesa della Patria.
Il volume, impreziosito da note al testo curate da Alessandro Ferretti e da una introduzione scritta dal Dott. Pietro Cappellari, Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Coppola” di Paderno (Forlì), è disponibile sul circuito Amazon e potrà essere acquistato questo fine settimana (2-3 Marzo) alla Fondazione della RSI di Terranuova Bracciolini (Arezzo), durante la due giorni di studi storici “Dal mito alla realtà storica della RSI“.
Uscito il volume sulla vita del fondatore del Fascio di Parigi vittima dell’antifascismo
Roma, 19 Febbraio – In occasione del centesimo anniversario del suo martirio, la Herald Editore ha annunciato l’uscita di un studio curato da Pietro Cappellari e Luca Bonanno sulla figura di Nicola Bonservizi, il fondatore del Fascio di Parigi, assassinato dagli antifascisti nel lontano 1924. Bonservizi, classe 1890, fu socialista. Fin dai primi anni del suo impegno politico aspirò alla giustizia sociale, trasfigurandola nella gloria di Roma. Nei suoi scritti, nei suoi primi discorsi, vi è questo connubio: il riscatto delle masse e il mito della grandezza dell’Impero romano, rinnovando un filone del pensiero risorgimentale vivo più che mai in un giovane di grandi speranze, di grandi idee, di grandi sogni. Al fianco di Mussolini nella redazione de “Il Popolo d’Italia”, “interventista intervenuto”, sansepolcrista, inviato a Parigi e fondatore di quel Fascio. Fu ferito mortalmente il 20 Febbraio 1924 da un anarchico italiano esaltato dal clima d’odio diffuso dagli antifascisti in quei mesi. Divenne ben presto un simbolo. “Visse con semplicità esemplare: fu soldato perfetto e perfetto fascista; amò l’Italia e credette nel Duce; fu lieto, orgoglioso di morire, in terra straniera, per la Causa. In queste poche parole c’è tutta la sua vita, tutta la sua anima e la mistica bellezza della sua fede”. Lo studio, oltre a illustrare la vita e le opere di Bonservizi, evidenzia come dopo questo omicidio Mussolini iniziò a meditare sull’irriducibilità e sulla pericolosità dell’odio antifascista, credendo sempre più necessarie delle leggi eccezionali che potessero finalmente pacificare l’Italia. Fu questo il prodromo delle “Leggi fascistissime” che, a partire dal 1925, diedero vita al Regime fascista.
Nettuno, 10 Febbraio – Dopo le celebrazioni istituzionali della prima mattinata, la comunità dei patrioti di Anzio e Nettuno si è riunita per commemorare i Martiri delle foibe e ricordare l’esodo giuliano-dalmata al Campo della Memoria. Qui è stata officiata una Santa Messa in rito latino in suffragio delle anime delle vittime della barbarie slavo-comunista e dei Caduti della RSI che difesero, fino all’ultimo uomo, il confine orientale italiano. Il binomio Campo della Memoria – Giorno del Ricordo è un binomio consolidato negli anni, quando ancora imperversava l’ideologia ciellenista che negava il giusto ricordo della più grande tragedia che ha colpito la nostra Nazione. Quando si negava un luogo ove poter rendere onore ai Martiri e solo il Campo della Memoria accoglieva i patrioti che volevano rivendicare l’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Non a caso, in questo sacrario riposa anche il Marò Gavino Casella, di 18 anni, caduto nella Battaglia del Monte San Gabriele (Gorizia) nel Gennaio 1945, quando il Battaglione “Barbarigo” della Decima MAS sconfisse una intera Brigata titina, consacrando nel sangue italiano quei Sacri Confini per cui già 600.000 nostri connazionali si erano immolati durante la Grande Guerra e i comunisti – Slavi e “Italiani” – volevano, in quei mesi, annettere alla sorgente Iugoslavia del dittatore Tito. La cerimonia, organizzata dal Circolo “Barbarigo” in collaborazione con Giuseppe Mindopi, ha visto la partecipazione di un folto pubblico, tra cui gli ex-Consiglieri comunali Rodolfo Turano e Genesio D’Angeli; Alfredo Restante, figlio di Aristodemo, storico Segretario cittadino del MSI; il Dott. Pietro Cappellari, fondatore del Parco della Rimembranza e dei Martiri delle foibe di Nettuno, fiduciario del Comitato 10 Febbraio e Socio onorario della Fameia Capodistriana della Libera Provincia dell’Istria in Esilio. Presenti anche le rappresentanze delle Associazioni d’Arma, tra cui l’Associazione Nazionale Polizia di Stato e i Paracadutisti “La Squadra di Santo”, guidati dal locale Presidente di AssoArma Iridio Palomba. Nel pomeriggio, il Circolo “Barbarigo” ha reso omaggio ufficialmente ai cippi dei Martiri delle foibe di Anzio e di Nettuno con una breve ma toccante cerimonia in cui si è rinnovato il giuramento di fedeltà ad un’Idea di Patria che vive oltre il tempo. Nei prossimi giorni, il Circolo “Barbarigo” presenterà al Comune di Nettuno una richiesta ufficiale per poter avere in affidamento la cura del decoro dell’Ara dei Martiri delle foibe che, abbandonata a se stessa, offende il giusto omaggio che tutti gli Italiani degni di questo nome devono alle popolazioni giuliano-dalmate, esempio eterno di patriottismo.
Lemmonio Boreo
Campo della Memoria
Campo della Memoria
Parco della Rimembranza e dei Martiri delle foibe di Nettuno
Nel suo ultimo saggio Gianfranco Stella ci racconta una storia dimenticata
Nel Novembre 2023 è uscito quello che è stato annunciato come l’ultimo saggio storico di Gianfranco Stella: 1945 Killer in Polizia. La Polizia partigiana nelle Questure, stampato in proprio, con la collaborazione di Stefano Pierucci, e distribuito, tra le altre, dalla Libreria Europa di Roma (06.39.72.21.59). Stella non ha certamente bisogno di presentazioni, gli ultimi suoi studi, presentati come “saggi storici sulle atrocità dei partigiani”, hanno avuto il merito non solo di catalogare i crimini contro l’umanità commessi dai ribelli illegittimi belligeranti in Italia nel corso finale della Seconda Guerra Mondiale ma, per la prima volta, di dare loro un nome e cognome, un volto. Un’opera senza precedenti, che ha sfidato a viso aperto, con onestà intellettuale e soprattutto con grande coraggio, istituti della Resistenza ed associazioni partigiane che per decenni, quei delitti immondi, avevano nascosto, se non giustificato. Un’attività di ricerca che è divenuta una vera e propria missione di vita, unendo alla carità cristiana una granitica sete di giustizia. Quella carità, quella giustizia, che è sempre stata negata ai caduti della Repubblica Sociale Italiana. Quello che è stato presentato come il suo ultimo lavoro – noi speriamo ovviamente di no – ci riporta al primo dopoguerra, quando, occupata la nostra Nazione dagli Angloamericani, ci si domandò che fare dei ribelli, in maggioranza comunisti, che avevano fomentato per un biennio la guerra civile, ammazzando e facendosi ammazzare, nel miraggio di una prossima rivoluzione socialista. Stalin aveva ben istruito Togliatti sul futuro dell’Italia, “abbandonata” alla sfera capitalista, e per il PCI non restò altra strada di tentare la conquista del potere per via democratica. E i partigiani? Quelli saliti in montagna per fare la rivoluzione? Ebbene, indigesti a tutti, dovevano essere messi nelle condizioni di non nuocere e per questo subito disarmati dagli Alleati e “liquidati” dallo stesso PCI. Togliatti, tuttavia, non voleva certamente privarsi di questa forza armata e si dispose, parallelamente all’occultamento delle armi per il “momento buono”, un loro inserimento nella nuova Polizia che sorgeva sulle ceneri di quella “fascista”, epurata degli elementi più compromessi se non con il Regime, almeno con la RSI. La nuova Polizia, in mano al PCI, era salda garanzia che le “conquiste” rivoluzionarie della Resistenza non sarebbero state disattese nel futuro, preparando al Partito Comunista l’ascesa al potere. Tra il 1945 e il 1946 furono immessi nel Corpo Pubblica Sicurezza, in qualità di Agenti ausiliari, ben 17.000 ribelli: “Alla fine, e per tutto il ’47, nelle Questure di mezz’Italia erano in servizio stupratori, rapinatori e assassini, indistinguibili nelle loro divise dai veri servitori dello Stato” (pag. 307). “Le Questure dal ’45 al ’47 non avevano garantito l’esercizio del diritto, anzi erano diventate luoghi di commissioni di altri reati, di sparizioni, di insabbiamento di denunce, di soprusi e di arresti arbitrari” (pag. 314). In questo quadro anche Nettuno – la città che ha dedicato una via ad un ribelle accusato dai suoi stessi compagni di stupro e duplice omicidio di innocenti – ebbe un “ruolo”. Infatti, presso la Caserma “Piave”, negli edifici che fino al Settembre 1943 avevano ospitato la storica e prestigiosa Scuola di Tiro di Artiglieria, venne istituita una Scuola Allievi Guardie di PS. Finiva davvero un’era, la Scuola di Tiro di Artiglieria non ritornerà mai più nella cittadina, lasciando un vuoto incolmabile. Molti partigiani, nella veste di Agenti ausiliari, vennero spediti a Nettuno, anche per allontanarli dalle “zone calde” in cui era vivo il malessere per i loro comportamenti. “Nel 1946 furono riaperte le Scuole di Polizia di Nettuno e Salerno ove la mansione di istruttore era demandata a ex partigiani che durante la Resistenza fossero appartenuti a Brigate di Polizia, come quel ‘Libero’, agli ordini del quale, nel Veneto durante gli ultimi mesi della lotta di liberazione e nel successivo Maggio, erano state eseguite decine di soppressioni, generalmente di prigionieri di guerra. Per due anni ‘insegnò’ alla Scuola Allievi Guardie di Pubblica Sicurezza di Nettuno” (pag. 302). “Nel ’47 emigrò in Venezuela poco prima di essere arrestato” (foto). “Alla fine del ’45 l’ex Comandante partigiano ‘Barbanera’, era entrato nella Polizia prendendo servizio alla Questura di Modena. Aveva superato le maglie della prima epurazione scelbiana e, dopo aver frequentato il corso di addestramento a Nettuno, nel ’47 era stato destinato alla Polizia Ferroviaria di Milano. Fu sospeso l’anno successivo perché imputato nell’omicidio di Umberto Merli, quel bambino di 10 anni che aveva ucciso il 31 Luglio ’44. E anche nel ’50, quando la Procura di Bologna dichiarò di non doversi procedere per intervenuta amnistia, gli rimase preclusa la permanenza in servizio. […] Riuscirono a farlo riassumere e farcelo rimanere fino alla pensione” (pag. 310). Con la fine dell’idillio ciellenista e l’inizio della Guerra Fredda, i Governi democristiani pensarono bene di liquidare i partigiani inseriti come Agenti ausiliari nella Polizia nelle “giornate di passione” del 1945. Ovviamente, la sinistra si mobilitò in loro favore, facendoli assumere nelle amministrazioni dello Stato, nel Corpo dei Vigili Urbani ad esempio, come nelle straordinarie fucine di posti di lavoro che erano diventati i Comuni ormai in balia dei partiti politici: messi, bidelli, stradini, uscieri, custodi di cimiteri… posti di lavoro a go-go, a chiamata diretta, senza nessun controllo. Mancanza di titoli di studio, trasferimenti in altre regioni, incredibili agevolazioni economiche, ottennero il risultato sperato, epurando la Polizia dagli elementi comunisti che fino ad allora ne avevano condizionato l’impiego e l’operato, aprendo la strada ad una riforma generale e alla creazione della famosa “Celere” che si oppose fisicamente, per tutti gli anni ’50 ed oltre, al sovversivismo comunista nelle strade d’Italia. Ai comunisti che abbandonavano la Polizia si fecero, nel più classico stile democristiano, “ponti d’oro”: “Si arrivava non soltanto a concedere un premio, ma l’annata intera [sei mesi, nd’A] di stipendio anche a chi era stato assunto da appena un mese” (pag. 314). I vuoti così aperti nell’organico furono riempiti attraverso la chiamata del personale epurato ai “bei tempi” della “liberazione”, perché accusato di fascismo. In particolare, vennero richiamate in servizio le Guardie della prestigiosa Polizia dell’Africa Italiana (Legge n. 326 del 14 Maggio 1949), scioltasi all’indomani dell’occupazione angloamericana di Roma del Giugno 1944. Non pochi comunisti rimasero in servizio, tra questi coloro che saranno molto attivi nel campo sindacale e saranno tra gli alfieri della triste smilitarizzazione della Polizia del 1981: “Quattromilaquattrocento ex partigiani ‘progressisti’ fra i quali, indubbiamente, alcune centinaia di assassini” (pag. 315).
La storia del MSI, oggi, è inquadrata in quella della destra italiana. Un’operazione di comodo, politicamente corretta, che nega la realtà storica – oltre che politica – di quel movimento fondato dai reduci della RSI nel Dicembre 1946, in cui la sola sigla sintetizzava tutto il patrimonio ideale che si rivendicava con ostentato orgoglio, la M di Mussolini, il richiamo alla RSI. Il MSI fu per cinquant’anni la casa comune dei fascisti italiani e la sua storia non può assolutamente essere confusa con quella della destra – monarchica, liberale o conservatrice – tanto è v’ero che l’etichetta “Destra Nazionale” nacque solo nel 1972, in un contesto che deve assolutamente essere preso in considerazione: l’antifascismo militante e l’inizio degli anni di piombo, l’emarginazione radicale del Movimento Sociale Italiano dal contesto politico, i processi per ricostituzione del disciolto Partito Fascista. Operazione portata avanti da chi – come Almirante, Romualdi, Erra, tanto per fare dei nomi – mai intese rinnegare il fascismo e i cui risultati saranno drammatici: la scissione di Democrazia Nazionale. Nel Gennaio 1995, l’epilogo “suicidario” del MSI: lo scioglimento nel momento della vittoria. La nascita di Alleanza Nazionale, un contenitore di destra liberal-democratico che accettava i valori dell’antifascismo e la cancellazione delle storiche battaglie ideali cinquantennali del Movimento Sociale Italiano. Ma non si eclissava solo un progetto politico, si mancava un’occasione storica, quella della fine del sistema ciellenista al potere. Nel momento del suo crollo generale sotto il peso degli scandali e della sua inadeguatezza, veniva salvato dalla destra che gli permise di perpetuarsi fino ai nostri giorni. Pietro Cappellari e Italo Linzalone ci raccontano questa storia con il loro studio La rivolta ideale 1993-1995. Nascita e tramonto del Movimento Sociale Italiano, del quale la straordinaria casa editrice Passaggio al Bosco di Firenze ha annunciato l’uscita del secondo ed ultimo volume. Un totale di 850 pagine per descrivere due anni intensi di lotte di chi, in nome dell’Idea e dei Caduti, non volle rinunciare ad un sogno rivoluzionario. Il secondo volume uscito in questi giorni – che segue il precedente lavoro dedicato alla storia e alle idee del mondo “missino” – analizza la “svolta di Fiuggi” nella sua totalità: non solo la conclusione di un percorso, ma anzitutto lo “schianto” di un ambiente umano e politico, le cui conseguenze furono molteplici. Se della nascita di Alleanza Nazionale si è parlato molto, quasi nulla è stato detto del fermento di una base militante che – non disposta a farsi “assorbire dal sistema” – scelse di “non rinnegare le origini” e di porsi in “continuità ideale” con la propria eredità: una rivolta interna spontanea e tenace, che non voleva rassegnarsi al verbo liberale e che ancora pretendeva di incarnare le istanze sociali, nazional-popolari e rivoluzionarie. In questo scenario insorgente – alle spalle di figure di primo piano come quelle di Pino Rauti, Rutilio Sermonti e Giorgio Pisanò – si schierano migliaia di dirigenti e di militanti, pronti a proseguire la battaglia con la “fiamma tricolore”. Queste pagine, ricche di documenti e di testimonianze, raccontano la storia di chi – incurante delle conseguenze – ebbe il coraggio di dire: «Anche se tutti, noi no».
Nettuno, 4 Novembre – Una delegazione dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI ha reso onore ai Caduti per l’Unità e la grandezza nazionale presso il tripode dannunziano di Via S. Maria del Quarto in occasione dell’anniversario della Festa della Vittoria. La storia del tripode è stata ricostruita dagli studi del Dott. Pietro Cappellari nel suo volume Il fascismo ad Anzio e Nettuno 1919-1939, pubblicato dalla Herald Editore nel 2014. Nel 1923, uno dei primi atti del Governo Mussolini fu quello di creare in tutta Italia dei Parchi della Rimembranza per i Caduti per la Patria. Per ogni Italiano sacrificatosi nella Grande Guerra si piantò così un albero, per perpetuarne la memoria e l’esempio alle generazioni future. Nel 1945, in odio ai valori patriottici, il Parco della Rimembranza di Nettuno venne distrutto e solo nel Dicembre 2020, ad opera del Cappellari, il giardino in memoria dei Caduti per la Patria venne ripristinato nel suo luogo originario, con la nuova dizione di Parco della Rimembranza e dei Martiri delle Foibe. Sta di fatto che dopo la sacrilega distruzione del 1945, passata l’ondata di partigianeria antipatriottica, qualche amministratore locale sentì il bisogno di riparare alla malefatta e, nel 1955, davanti al cimitero civile, venne approntata una nuova area nella quale vennero messe a dimora alcune querce. Tuttavia, il nuovo Parco della Rimembranza cadde ben presto nel dimenticatoio, anche quando al suo interno fu collocato il tripode dei Caduti di Piazza Cesare Battisti. Nel 1979, infatti, grazie ad una donazione della Cassa Rurale ed Artigiana, Nettuno riebbe la sua statua in bronzo della Vittoria, depredata per esigenze belliche dai Germanici durante l’occupazione della città nell’Ottobre 1943. Alla base del tripode posizionato nel nuovo Parco della Rimembranza davanti al cimitero civile, fu riprodotta parte della poesia nazional-patriottica di Gabriele d’Annunzio tratta dal Cantico per l’Ottava della Vittoria (1918): “La vita riculmina in gloria / La morte s’abissa in vittoria!”. Questa poesia ornava il primo Parco della Rimembranza, per poi essere distrutta dai comunisti nel 1945. La presenza di questa citazione fa del tripode di Via Santa Maria del Quarto un monumento dannunziano di cui andar fieri, che ricorda il cosciente sacrificio di 600.000 Italiani caduti per la grandezza nazionale, perché fossero raggiunti i sacri confini affidati mazzinianamente “da Dio all’Italia”. Oggi, come ieri, il giuramento per la Patria è riconsacrato nella speranza che lo “spirito del Piave” torni ad accarezzare i cuori delle giovani generazioni.