Nettuno (Roma), 5 Ottobre – Si è tenuta presso il Parco della Rimembranza e dei Martiri delle Foibe l’annuale manifestazione promossa dal Comitato 10 Febbraio su tutto il territorio nazionale e all’estero “Una rosa per Norma”, che vuole ricordare il sacrificio per la Patria della giovane studentessa istriana Norma Cossetto, stuprata ed infoibata barbaramente da un branco di partigiani antifascisti slavo-comunisti. L’omaggio è iniziato al Campo della Memoria di Nettuno, il Sacrario dei Caduti della RSI, dove i Volontari organizzati dal Circolo “Barbarigo” di Anzio si sono dati appuntamento per una giornata di lavoro legionario, nell’etica del sacrificio cantata dal Capitano Codreanu. Proprio qui risposa il Marò Gavino Casella di 19 anni, caduto sul Monte San Gabriele, quando il Battaglione “Barbarigo” riuscì a sconfiggere una Brigata titina, salvando tutto il Goriziano dall’invasione delle orde partigiane. Verso le 11:00, una delegazione del Circolo “Barbarigo”, guidata dalla responsabile Cristina Droghini, si è recata presso la panchina tricolore dedicata alla memoria di Norma Cossetto, istituita dai soci dell’associazione nell’ottantesimo del suo sacrificio. Presente, tra gli altri, anche il Dott. Pietro Cappellari, Socio onorario della Fameia Capodistriana della Libera Provincia dell’Istria in Esilio, fiduciario del Comitato 10 Febbraio e fondatore del Parco della Rimembranza e dei Martiri delle Foibe di Nettuno. Nel pomeriggio, una delegazione del Circolo “Barbarigo” ha reso omaggio anche al cippo dei Martiri delle Foibe di Anzio, chiudendo così una giornata dedicata alla Patria, ai Caduti della RSI che difesero i sacri confini orientali italiani contro la barbarie comunista, a Norma Cossetto simbolo eterno dell’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Mai più antifascismo, perchè l’olocausto degli Italiani dell’Adriatico Nord-Orientale non sia dimenticato.
ASSOCIAZIONE NAZIONALE FAMIGLIE CADUTI E DISPERSI DELLA RSI
Paderno, 4 Ottobre 2024
Oggetto: la memoria umiliata di Norma Cossetto
L’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI, nel cui Albo d’Oro rifulgono i nomi dei Cossetto e degli altri Martiri per l’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, apprende con disgusto dell’iniziativa di Gorizia, con la quale il nome di Norma Cossetto, semplice studentessa italiana, sarà associato con quello di una “militante slava” uccisa dai Germanici.
L’operazione, di chiara matrice antifascista, non nuova, mira chiaramente al depotenziamento della mobilitazione popolare che, grazie al Comitato 10 Febbraio, proprio in quei giorni, si avrà in nome di Norma Cossetto e di tutti i Martiri per l’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.
È già avvenuto con il Giorno del Ricordo, atto di accusa perenne dei crimini contro l’umanità commessi dagli antifascisti tutti, quando si è voluto associare il ricordo delle vittime delle foibe con quello dei terroristi slavi che agivano contro l’Italia e contro gli Italiani.
Questa non è uguaglianza, questa non è pacificazione. La pacificazione nazionale si otterrà solo quando tutti potranno commemorare i propri morti ed esprimere liberamente le proprie idee; quando sarà finalmente compresa da tutti la legittimità della scelta della RSI; quando sarà coralmente accettato l’olocausto dei combattenti della RSI in difesa del confine orientale italiano; quando saranno moralmente sanzionati tutti i crimini contro l’umanità commessi dagli illegittimi belligeranti partigiani (italiani e stranieri) compiuti contro l’Italia e gli Italiani.
Davanti alla morte siamo tutti uguali e a tutti si deve rispetto. Ancor oggi questo manca per i combattenti della RSI, tanto che sono dei privati cittadini a mobilitarsi per onorarli, come avviene per Norma Cossetto.
Davanti a tali manifestazioni popolari, non potendole vietare, c’è chi tenta di depotenziare gli eventi, unendo forzatamente al ricordo di una Martire d’Italia altri “personaggi”, utilizzati per l’occasione come grimaldello per scardinare la portata culturale e patriottica di ciò che sta accadendo.
L’ANFCDRSI interpretando la volontà dei propri iscritti e simpatizzanti, attuando un imperativo morale dettato da una battagliata ultrasettantennale per la pacificazione nazionale e le onoranze ai Caduti della RSI:
Prende le distanze da quanto avverrà a Gorizia e dai suoi promotori, in primis dall’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, non nuova ad iniziative del genere;
Esprime solidarietà alla famiglia Cossetto, il cui nome sarà abusivamente utilizzato per un’operazione politica che mira a depotenziare il ricordo di Norma;
Esprime vicinanza al Comitato 10 Febbraio la cui iniziativa “Un fiore per Norma” è stata attaccata da un’operazione di depotenziamento tipica dell’antifascismo di mestiere;
Rinnova la fiducia nella Libera Provincia dell’Istria in Esilio quale unica vera rappresentante degli esuli e unica difesa dei diritti italiani nell’Adriatico Nord-Orientale;
Invita tutti i suoi iscritti e simpatizzanti a partecipare alle iniziative previste in tutta Italia per la manifestazione “Un fiore per Norma” del Comitato 10 Febbraio, spronandoli a farsi attivi promotori nelle proprie città di tale ricordo;
Rinnova il giuramento di fedeltà all’Idea e alla Patria di Norma Cossetto e di tutta la sua famiglia, senza se e senza ma, dichiarando, ancora una volta, davanti ai manipolatori della storia, agli odiatori antifascisti, “noi siamo i Cossetto”, noi siamo i difensori dell’italianità dell’Istria, di Fiume e di Dalmazia. Di ieri, di oggi, di domani.
Nettuno (Roma), Il Comitato 10 Febbraio segnala al Comune il degrado in cui versa il Parco della Rimembranza e dei Martiri delle Foibe.
Una segnalazione urgente sul degrado in cui versa il Parco della Rimembranza e dei Martiri delle foibe. L’ha inviata il Presidente Nazionale del Comitato 10 Febbraio, Silvano Olmi, all’attenzione dei componenti la Commissione Straordinaria che guida il Comune di Nettuno e ai dirigenti dei Settori Vigilanza, Lavori Pubblici e Patrimonio, e Cultura.
“Il Parco è in condizioni vergognose – scrive Olmi – per noi che nutriamo ancora dei sentimenti di patriottismo e amor patrio, è un colpo al cuore vedere il Parco della Rimembranza e dei Martiri delle foibe di Nettuno ridotto così.
L’opera di silenzioso smantellamento dell’area è iniziata con la rimozione della staccionata tricolore, ed è proseguita con la scomparsa di quattro degli otto lecci messi a dimora e dedicati alle città irredente dell’Italia orientale: uno è scomparso e al suo posto ci sono i tavolini di un’attività commerciale; uno si è seccato per mancanza di acqua; e due sono stati rimossi da ignoti. Un evidente danno per il decoro della città e per l’ambiente urbano – prosegue Olmi – sul quale sarebbe opportuno accertare eventuali responsabilità amministrative per la mancata vigilanza e manutenzione dell’area verde.
Il Parco commemora i sacrifici dei Cittadini di Nettuno Caduti nella Grande Guerra e gli Italiani massacrati nelle foibe dai partigiani comunisti slavi o costretti ad essere Esuli in Patria – conclude Olmi – speriamo che la Commissione che guida il Comune di Nettuno intervenga celermente per ridare a quest’area verde il giusto decoro e la considerazione che merita.”
Omertà e compiacenze sui delitti degli Angloamericani a Nettunia
Nettuno, 15 Agosto – Ogni tanto siamo costretti a tornare a parlare dei crimini commessi dai “liberatori” nel 1944 a Nettunia. E questo non per una nostra fissazione, ma per la scoperta di documenti che gettano nuova luce su quanto avvenne nelle nostre città durante l’occupazione angloamericana. Episodi da sempre censurati e addirittura cancellati dalla memoria collettiva che chi ama e studia la storia da uomo libero non può ignorare. Del resto, lo sbarco degli Alleati del 22 Gennaio 1944 è vissuto non certo come un fatto storico, ma come “celebrazione politica”, meglio, come “celebrazione ad uso politico”. Una sorta di “giornata di ringraziamento” a chi ci ha donato “libertà” e democrazia, obbligatoria per tutti… e guai a chi tenti di rovinare la “festa”, facendo notare le falsità e l’immoralità di certe ricostruzioni storiche. Ma così va l’Italia, ed Anzio e Nettuno fanno pur sempre parte di questo Bel Paese, dove addirittura un Comandante partigiano, accusato dai suoi stessi compagni di sequestro, stupro e duplice omicidio di collaboratori della Resistenza, è stato elevato agli onori degli altari solamente per fare uno spot antifascista, mentre eroi di guerra come Mario Bertoni, per fare un esempio, sono ignorati. Di crimini degli Alleati contro la popolazione civile ne abbiamo parlato già nel nostro studio Lo sbarco di Nettunia e la battaglia per Roma (Herald Editore, 2010), ricordando, tra gli altri, il caso della diciassettenne Giulia Tartaglia, cancellata dalla memoria collettiva solo per non rovinare la falsa storiella dei “liberatori”… con la fantasiosa Angelita-strappalacrime al seguito… Ma Giulia è veramente esistita, Angelita no. Eppure, se chiedete in giro, nessuno vi dirà della prima, mentre sarete inondati di cialtronerie sulla seconda. Sanno di mentire e… mentiranno. Grazie all’attività di rigorosa ricerca storica del Cav. Emiliano Ciotti, Presidente dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate, si sta procedendo alla catalogazione dei crimini commessi in Italia dagli Angloamericani. Dagli archivi dell’ANVM sono usciti fuori dei documenti in cui si elencavano altre violenze compiute dai cosiddetti “liberatori” a Nettunia, non ultima quella contro il quattordicenne Armando Mariani, investito da un soldato afroamericano e lasciato morire ai bordi di una strada con un’indifferenza che cela malamente puro sadismo e la strafottenza tipica di alcuni militari statunitensi contro la popolazione civile. Oggi, sempre dagli archivi dell’Associazione Nazionale Vittime delle Marocchinate, esce un documento che ci racconta un’altra tragica storia ignorata da tutti. Era il 2 Agosto 1944 e nella Nettunia “liberata” si moriva letteralmente di fame. Finita la Bengodi della “testa di ponte”, con valanghe di cibarie a disposizione anche dei pochi civili non sfollati, la popolazione era rimasta in balia degli eventi. E quelli che pian piano ritornavano si trovavano davanti un paesaggio spettrale. Alle 6:00 di quel 2 Agosto, in zona Falasche, agro di Nettunia, un soldato alleato – ovviamente mai identificato – scorse un civile avvicinarsi ad un deposito alimentare militare, oltrepassando il filo spinato che lo delimitava. Non ci volle poi molto per capire che si trattava di qualcuno introdottosi furtivamente nel campo per cercare di rubare qualche scatoletta di cibo. La sentinella intimò perentorio l’alt, ma il giovane, vistosi scoperto, preso dal panico, tentò di fuggire. Il soldato non esitò, caricò il fucile e sparò con decisione alla schiena del ladro che cadde a terra in una pozza di sangue. Trasportato all’ospedale militare alleato, il giovane decedeva poco dopo. Si chiamava Umberto De Filippi ed aveva diciassette anni. Era originario di Roma, città in cui abitava in Via Paruta n. 20. Così si moriva nella Nettunia “liberata”. A 17 anni, per una scatoletta di cibo. Vi è da aggiungere che i Carabinieri Reali della Tenenza di Velletri che relazionarono sommariamente l’evento, parlarono di un colpo di arma da fuoco che colpì il ragazzo all’ascella destra. Ora, se così fosse, sembrerebbe messa in discussione la dinamica (logica) degli eventi sopra esposta. Va da sé che se fosse stato colpito all’ascella, Umberto non poteva dare le spalle alla sentinella angloamericana. Doveva trovarsi di fronte, al massimo di lato, e, comunque, con le braccia alzate. De Filippi venne abbattuto mentre si stava consegnando pacificamente nelle mani del militare alleato? Non lo sapremo mai. Di Umberto nessuno ha mai parlato, come è ovvio. Gli sciacalli che durante l’occupazione tedesca si introducevano nelle abitazioni dei nettuniani per depredarle e venivano colti sul fatto erano fucilati senza esitazione. Qualcuno, nel dopoguerra, tentò di farli passare per eroici partigiani, vittime del “nazifascismo”… Il solito giochetto. Umberto, purtroppo per lui, era stato ammazzato da un “liberatore” e non ottenne questa gratifica. “Un incidente”, come segnalarono i Carabinieri Reali due giorni dopo. Abbiamo accennato alla sua storia perché per noi la realtà vale più delle ricostruzioni ideologiche che soffocano la comprensione del nostro passato. La nostra dignità di ricercatori, viene prima delle convenienze politiche. Come abbiamo fatto per Giulia Tartaglia, Ernesto Bischetti, Armando Mariani e tante altre vittime di quel triste periodo, noi non smetteremo di lottare perché la memoria degli eventi non sia più occultata dalle Amministrazioni comunali, sempre pronte a quell’omertà che si tramuta in complicità.
Pietro Cappellari (Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Goffredo Coppola”)
Egregio Dott. Robles, Vi ringrazio per la citazione nel Vostro libro Il fascismo dietro le quinte. Il caso Bitonto (Edizioni dal Sud, 2024). Mi permetto di scriverVi per precisare meglio quanto da me esposto alla giornalista del “Quotidiano di Bari” Maria Giovanna Depalma, poi rilanciato dal periodico “L’Ultima Crociata” (cfr. M.G. De Palma, Bitonto e la sua storia: Nicola Ungaro caduto per la Causa nazionale nel 1919, a. LXX, n. 2, Marzo 2020) e da Voi analizzato. Se ho capito bene, mi attribuite l’ipotesi di un collegamento tra il giolittismo bitontino e il primo fascismo nella cittadina. Ipotesi che, diciamolo subito, non compare nell’intervista. Non ho mai affermato che il pre-fascismo di Bitonto sarebbe stato impersonificato dai “mazzieri” liberali. Tanto è vero che nel testo chiarisco in modo inequivocabile che “fare dei mazzieri liberali dei ‘proto-squadristi’ [è] un non senso”. La mia indagine sul caso bitontino, in realtà, voleva evidenziare come la violenza politica fosse una componente della società dell’epoca, ben prima dell’avvento dello squadrismo, e nessun movimento ne fu immune. Quindi, nessun “ponte” giolittismo-fascismo, nessuna consequenzialità mazzieri-squadristi. Soprattutto: nessuna primogenitura della violenza al fascismo, tutto qui. Il “così fu” che compare nel mio intervento, non voleva assolutamente validare la continuità mazzieri-squadristi, ma “arrendersi” alla forzatura che venne fatta nel 1942, quando il liberale Nicola Ungaro, assassinato il 17 Ottobre 1919 da un leghista, fu riconosciuto come Caduto per la Causa nazionale dal Regime. Nessuna confusione è possibile. Tanto è vero che Voi stesso riconoscete che io, nelle conclusioni, rinnegherei l’ipotesi iniziale, praticamente contraddicendomi. No, non mi contraddico, confermo quello che ho detto alla Dipalma e che Voi non avete capito. Che poi la mia “ipotesi” – in realtà, l’ipotesi che Voi mi attribuite – sia “dettata più da motivi ideologici”, rappresenta una interpretazione dei miei studi ben lontana dalla realtà ed offensiva, in quanto mai nessuna ideologia ha viziato i miei scritti, essendo stati sempre la ricerca, l’onestà intellettuale e i documenti il faro del mio scrivere. Sono ben altri coloro che hanno fatto dell’ideologia una lente deformante della realtà storica e comoda catapulta per il successo e le lusinghe del sistema. Iniziando dai comunisti, maestri della menzogna, e gli antifascisti in generale. I “gendarmi della memoria” che tengono da più di mezzo secolo in ostaggio la storia della nostra Nazione attraverso la famosa egemonia culturale, che sarebbe stata solo un mezzo, non dimentichiamolo, per spalancare la via alla conquista del potere da parte del PCI. Ma se Gramsci era un uomo per bene, i gramsciani sono solo dei mascalzoni, per non dire altro. Scrivere che “la violenza dei fascisti abbia lo stesso obiettivo dei mazzieri, vale a dire l’immobilità del Sud” e che gli squadristi “sono strumento di intervento nelle lotte sociali”, che “vogliono arrestare la crescita delle organizzazioni sindacali attraverso le quali il proletariato rurale acquista coscienza di sé e dei propri diritti”, è solo sostenere una visione marxista della storia, ben lontana dalla realtà. Prima di tutto, la violenza degli squadristi nacque come reazione nazionale e popolare alle barbarie compiute durante il Biennio Rosso 1919-1920, dove non vi fu l’affermazione delle organizzazioni sindacali per il riscatto del proletariato, ma il bolscevismo puro, fatto di violenze senza precedenti nella storia della nostra Nazione. Una reazione che ebbe, fin dagli inizi, il consenso di gran parte dell’opinione pubblica, stanca degli esperimenti rivoluzionari degli “apprendisti stregoni” del PSI. Gli squadristi – in parte proletari anch’essi, non si dimentichi – scesero in campo in nome di profondi valori spirituali – la Patria, la famiglia, la religione – vilipesi dal sovversivismo dilagante in barbari “sabba” quotidiani. Che poi tra loro, come in tutti i movimenti di massa, vi fossero anche delinquenti e profittatori, che la repressione del sovversivismo facesse comodo anche alla borghesia e agli Agrari, non costituisce patente per giudizi di merito su un movimento che fu nazionale, generazionale e, non dimentichiamolo, popolare. Infatti, gli squadristi – dipinti da una falsa lettura classista della storia come “guardie bianche” del sistema capitalista-liberale-democratico – erano portatori anche di profonde istanze di rinnovamento sociale, come la battaglia per la proprietà della terra ai contadini dimostra. E quando nelle campagne, insieme alle camicie nere, comparvero i primi Sindacati fascisti, le Leghe rosse – che fino ad allora aveva esercitato una violenta dittatura – si sgonfiarono improvvisamente. E la fuga dei propri iscritti verso il sindacalismo fascista fece molto più paura ai socialisti delle spedizioni punitive! Tutto questo è ben evidenziato e documentato, tra l’altro, nella mia opera in quattro volumi, per un totale di 2.400 pagine, Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma. Il Centenario della Rivoluzione fascista (Passaggio al Bosco, Firenze 2020-2023), alla quale rimando per i dettagli del caso e una migliore comprensione delle mie affermazioni (compresa l’indagine sulla morte di Nicola Ungaro). Che, poi, la conquista del potere da parte del fascismo abbia attratto come una calamita anche le vecchie classi borghesi che, come al solito, cercavano di riciclarsi nel nuovo sistema, è un dato di fatto, che dimostra anche quali livelli di consensi raggiunse il Regime. Il notabilato si scoprì così “fascista”, ma non per questo il Sud venne “immobilizzato”. Le opere pubbliche che trasformarono il volto del Meridione italiano sono monumenti che non possono essere cancellati. Così la lotta alle malattie, all’analfabetismo, alla disoccupazione, alla mafia. Tutta una politica – con i suoi limiti, errori e contraddizioni – che portò, coerentemente con i postulati socialisti del fascismo, al famoso “assalto al latifondo” del 1940, che solo i carri armati angloamericani fermarono. Si trattò di progetti reali che, tanto è vero, vennero presi pari-pari nel dopoguerra… ed attuati, come evidenziò anche Renzo De Felice. In questi ultimi 80 anni, tanto per restare in tema di “immobilismo”, come è evoluto il Mezzogiorno? Il discorso potrebbe continuare a lungo, ma crediamo che con queste precisazioni si sia capita la differenza tra chi serve una ideologia falsa e pontifica con supponenza per autolegittimarsi e chi, uomo libero, scrive e studia la storia senza fini pedagogici o politici, ma solo per comprendere il passato della nostra Nazione. I primi, per quanto autorevoli e stipendiati dallo Stato, non sono mai stati dalla “parte giusta” della storia, come gli piace vantarsi. E non lo saranno mai. Distinti saluti.
Pietro Cappellari Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Goffredo Coppola” Paderno (Forlì), 1° Agosto 2024
Terni, 13 Giugno – Questo studio sui caduti della RSI in provincia di Terni nasce all’interno del progetto di ricerca La Repubblica Sociale Italiana sull’Appennino Umbro-Laziale, opera monumentale in tre “sezioni” che vuole analizzare nei dettagli la storia della RSI nelle provincie di Rieti, Terni e Perugia. Un’opera patrocinata dall’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI, iniziata nella lontana Estate del 2000, della quale sono a tutt’oggi usciti i primi due volumi: Rieti repubblicana 1943-1944 (Herald Editore, Roma 2015) e Terni repubblicana 1943-1944 (Herald Editore, Roma 2020). Questo studio che presentiamo singolarmente è la riproposizione dell’apposito “documento” contenuto in Terni repubblicana. Si è creduto opportuno estrapolare questo testo dal tomo già pubblicato per due considerazioni importanti:
1) La necessità di un rapido focus su questo tema da parte dei ricercatori, senza consultare l’intero volume (il cui studio rimane, comunque, imprescindibile per la comprensione delle dinamiche storiche legate alla problematica qui “isolata”); 2) L’aggiornamento dell’elenco a suo tempo pubblicato con gli ultimi dati della ricerca e, in particolar modo, l’inserimento di quattro cadutida noi ritrovati in questi anni: l’Appuntato Sabatino Di Carlo e i Lavoratori militarizzati Egisto Agostini, Renato Bartolucci ed Elio Ricci (parziale integrazione di una ricerca che non finirà mai).
L’obiettivo di questa pubblicazione è quello tenere sempre aggiornata la lista dei caduti della RSI in provincia di Terni. I caduti ternani per la Repubblica Sociale Italiana regolarmente censiti raggiungono l’importante cifra di 118; mentre 90 sono i caduti registrati sul territorio durante la RSI (Settembre 1943 – Giugno 1944). Ovviamente si tratta di numeri che si riferiscono solo al minimo documentabile, con dati ancora da verificare, correggere ed integrare, ma che ci danno un quadro dell’adesione alla RSI imponente, sul quale vale una giusta riflessione libera dall’odio dei “gendarmi della memoria”. Perché il loro sacrificio possa aprire finalmente le porte ad una definitiva pacificazione nazionale.
Pietro Cappellari (Direttore della Biblioteca di Storica Contemporanea “Goffredo Coppola” di Paderno – Forlì)
Il centenario della rappresaglia antifascista che costò la vita al Deputato Armando Casalini
Forlì, 30 Maggio – In occasione del centenario del delitto Matteotti, molte sono e saranno le iniziative – tutte ben foraggiate da soldi pubblici – in ricordo del Segretario del Partito Socialista Unitario vittima dello squadrismo, un omicidio preterintenzionale che sostiene da quasi un secolo la retorica antifascista. Il giusto ricordo di Matteotti, però, ha lasciato dei vuoti, tra questo quello della rappresaglia antifascista che seguì il ritrovamento del corpo del Deputato socialista, di cui fu vittima – questa volta si trattò di omicidio volontario! – un altro Deputato, tale Armando Casalini, che essendo fascista ed essendo il suo ricordo non funzionale alla ricostruzione ideologica della storia d’Italia fatta dai “gendarmi della memoria”, è stato cancellato dai libri. Oggi, la Herald Editore, annuncia l’uscita del primo studio sulla vita di Armando Casalini. Un tomo affidato alla penna del Dott. Pietro Cappellari, Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Goffredo Coppola” di Paderno (Forlì). Nel 1924 si verificarono tre omicidi eccellenti che contraddistingueranno gli sviluppi futuri della storia d’Italia: Nicola Bonservizi (26 Marzo), Giacomo Matteotti (10 Giugno) e Armando Casalini (12 Settembre). Se il socialista-unitario Matteotti, dopo la sua morte, venne “santificato”, Bonservizi e Casalini – in quanto fascisti assassinati dai sovversivi – vennero semplicemente cancellati dalla memoria collettiva. Con questo studio si è voluta indagare la figura di Armando Casalini. Veniva dalla sinistra italiana, animatore della Settimana Rossa del 1914, aveva scalato i vertici del Partito Repubblicano, divenendone Segretario nazionale: “Interventista intervenuto”, si definiva un socialista, credente nel riscatto del proletariato nell’etica del dovere e della elevazione spirituale prima che materiale. Il suo incontro con il fascismo fu inevitabile. Di lui ci rimane l’impegno sindacalista nelle Corporazioni fasciste, di cui divenne Vicesegretario e poi il Martirio, colpito barbaramente, da mano fratricida che pure aveva aiutato nel momento del bisogno.
Era stato eletto Deputato della Lista Nazionale approntata dal PNF nelle trionfali elezioni del 6 Aprile 1924, quando a stravincere – legittimamente – era stato proprio il conterraneo e coetaneo Benito Mussolini che lo volle candidato.
In Casalini si riscontra l’amore per la Patria; l’essere Italiano e socialista e cioè fascista; la speranza del riscatto dei lavoratori; l’essere a disposizione di chiunque ne avesse bisogno, senza distinzione di partito. Studioso di problemi sociali, mistico del sacrificio diremo, alieno da ogni forma di violenza gratuita eppure elevato dai sovversivi a simbolo del “male assoluto”. Inerme ed indifeso, però espressione più pura dell’essere fascista, un’espressione reale che cozzava con la visione ideologica della sinistra, che voleva tutti i mussoliniani come rozzi violenti al soldo del capitalismo. Ecco, Casalini smentiva, ancora una volta, questa visione. E venne colpito a tradimento, da un antifascista che lo conosceva di persona e che aveva aiutato nelle difficoltà quotidiane, per rappresaglia al delitto Matteotti sostenne, come se l’omicidio di un innocente potesse avere una giustificazione o una legittimazione. A tradimento, dicevamo, come sempre avevano fatto – e faranno! – gli apologeti della “libertà” (a senso unico) della sinistra italiana. Casalini, mutuando le parole d’omaggio incise sul marmo dalla mano di Italo Balbo, “oltre la vita” e “oltre la morte”, rappresentò l’Idea fascista “che il piombo non spense”, che con il suo Martirio “ripalpitò purpurea nell’anima d’Italia, anch’essa rinata nel sacrificio”: chi volle uccidere Casalini credendo di colpire un’Idea contribuì ad accelerare il processo rivoluzionario fascista, che si rifaceva al mito del sacrificio ed il cui pantheon era popolato da centinaia di Martiri, caduti sulla strada dell’edificazione di un Nuova Italia.
Vita e visioni di uno dei più grandi studiosi italiani
Sandro Consolato ha scritto per le edizioni Altaforte un pregevole studio dal titolo Giacomo Boni. Scavi, misteri e utopie della Terza Roma (2022), in cui finalmente si è posta in evidenza l’opera di uno dei più grandi archeologi italiani di tutti tempi, un uomo di cultura che rischiava di scomparire per colpa dei “gendarmi della memoria”, che non gli hanno mai perdonato l’entusiastica adesione al fascismo, visto come il movimento della restaurazione della Romanità. Che il fascismo abbia attratto il fior fiore della cultura degli anni ’30, che abbia al suo attivo una produzione culturale di altissimo livello, sarebbe ovvietà se la storia della nostra Nazione non fosse ostaggio di una nomenklatura bulgara che considera questo passato come “cosa nostra” e come mafiosi si comportano contro chi, libero da ideologie e condizionamenti politici, dimostra, documenti alla mano, tutta la falsità di quanto è stato scritto fino a oggi. Senza dilungarci su questo importante tema, rimandando al lettore al fondamentale studio di Tarmo Kunnas, Il fascino del fascismo. L’adesione degli intellettuali europei (Settimo Sigillo, 2017), dobbiamo pensare che questa “mannaia inquisitoriale” in mano alla sinistra italiana, quando non ha potuto eliminare fisicamente l’intellettuale fascista – si pensi ai clamorosi casi di Giovanni Gentile e Pericle Ducati durante la RSI –, ha provveduto a fagocitarlo con minacce, lusinghe e denari e, se restio, a cancellarlo dalla memoria collettiva. Giacomo Boni è uno di questi “cancellati” e bene ha fatto Sandro Consolato a dedicare al grande archeologo fascista un saggio. Anche perché si rischierebbe di perdere quei riferimenti storici fondamentali in un periodo di rigurgiti antifascisti che, con la consolidata arma della disinformatja militante, si sono addirittura spinti nel recupero in salsa antifascista di giganti della cultura fascista come d’Annunzio e Marconi. Del resto, l’antifascismo si basa su una visione romanzata della storia, secondo la quale tutto è possibile scrivere, violando anche la decenza, in quanto “a fin di bene”. Giacomo Boni nacque a Venezia il 25 Aprile 1859, perciò quando giunse la Marcia su Roma era già uno studioso affermato e famoso, anche al di fuori d’Italia. Ebbene, proprio questa sua straordinaria formazione gli permise di interpretare il fascismo come quel movimento che avrebbe portato alla restaurazione imperiale della Romanità. La sua adesione non fu istintiva, non fu un amore giovanile, né opportunismo italiota. Egli aveva avuto già tutto dalla vita e poteva osservare dall’alto lo svolgersi delle vicende umane, con disinteresse. Invece, il suo sguardo, dal Palatino fatto suo “regno”, si posò fatalmente sul fascismo. Studioso e profondo interprete delle origini sacre di Roma, egli indagò questo passato ancestrale trovando i primordi della civiltà europea, e quindi romana, nella migrazione delle stirpi ariane dall’Europa dell’Est: “Il suo richiamarsi ai primordi ‘ariani’ anche a fini etico-politici fa di Boni un precursore [di] Evola. […] L’archeologo veneziano, contrariamente al filosofo romano, vedeva però nei Sabini e nel Re Numa dei puri rappresentanti della ‘razza’ ario-italica, ed è per questo che, per celebrare l’unione della Sabina alla provincia di Roma progettava per il 21 Aprile 1923: ‘Trenta fanciulle patrine e matrime di razza sabina, come quelle che davano un nome alle Curiae romulee, pianteranno gli olivi sacri sul clivo orientale del Palatino – dominato dal tempio di Apollo e rivolto ai monti di Alba ed al santuario di Giove Laziale – seminandovi il farro e i grani selezionati nel terreno sperimentale di Rieti’” (pag. 248). A Boni si devono scoperte sensazionali, che smentivano i suoi illustri e supponenti colleghi “razionalisti”, che consideravano le storie sull’origine sacra di Roma pure leggende lontane dalla realtà. Boni non la pensava assolutamente così e lo dimostrò stracciando decenni di studi materialisti, scoprendo, tra l’altro, il Lapis niger. Il sogno di ritrovare il Lupercale, la grotta che aveva accolto Romolo e Remo, in un antro sotto la Chiesa di S. Anastasia, dove non a caso i primi Pontefici cristiani celebravano il Natale di Cristo. Tempio oggi incredibilmente abbandonato a se stesso. Nominato Senatore del Regno d’Italia, il suo ultimo intervento fu per il voto di fiducia al Governo Mussolini (Febbraio 1925) con cui sugellò il suo rapporto di fede con il fascismo che vedeva come il movimento politico restauratore della Romanità. Non a caso, nel 1923, fu proprio lui a disegnare il fascio littorio che di lì a poco divenne simbolo ufficiale del PNF ed emblema di Stato (fino al 1924 il simbolo del movimento mussoliniano sarà il fascio repubblicano, ossia quello con l’ascia in alto; Boni ne disegnò uno studiando la Tradizione romana, quello con la scure a lato, poi adottato ufficialmente).
Morì il 10 Luglio 1925, dopo una vita di impegno culturale e politico: tra le sue ultime attività l’inaugurazione del dopolavoristico Circolo di Lettura “Benito Mussolini” di Monte San Pietrangeli, nelle Marche, “circolo che in una lettera disse ‘sorto dalle ceneri del circolo politico che era degenerato in nido di comunisti’” (pag. 379). Abbiamo accennato anche alla sua attività politica, intimamente connessa all’impegno culturale: “Boni fu a suo modo un socialista, [critico del] liberalismo e [dell’]industrialismo. Nel bolscevismo affermatosi in Russia […] egli vide invece ancora una volta, per via della radice marxista, un male d’origine tedesca” (pag. 409). Si batté per una legge sulla caccia che preservasse le specie migratorie ed abolisse pratiche crudeli, così come in difesa dell’ambiente. Da qui la legge sull’aviofauna, la creazione dei primi parchi nazionali e le grandi campagne per il rimboschimento. Sempre legate ad una visione spirituale e romana della vita: “Lungo la spiaggia latina, fino ad Anzio e al Circeo, rivivano i luci di Giove indigente e di Pilumnus; i boschi sacri a Marte, a Diana, a Giunone Sopita tornino ad inghirlandare i Colli Albani. Tutta l’Italia restituisca i boschi che il Poeta celebrava santuari di civiltà, accumulatori di onorata ricchezza, testimoni silenziosi del vero amore di Patria” (pag. 399). Non furono parole vane: dobbiamo ricordare che da una superficie boschiva nazionale di 4,5 milioni di ettari del 1919, proprio grazie a questa politica, si raggiunsero i 6 milioni di ettari nel 1938… “Mussolini stesso si impegnò nell’educazione zoofila della Nazione, con slogan come ‘Chi maltratta gli animali non è Italiano’, recepiti dall’art. 727 del Codice Rocco (1930), relativo al maltrattamento, alle sevizie, agli usi impropri delle specie animali. Nel 1938 si ebbe la nascita dell’Ente Nazionale Fascista per la Protezione degli Animali guidato dal 1939 dalla sorella di Bottai, Maria Vezzani Bottai, che nel 1940 ottenne l’appoggio del Governo anche sul controllo dei laboratori di vivisezione” (pagg. 426-427). E non si possono non vedere le idee di Boni nelle leggi del 1939 sulla tutela delle cose di interesse artistico e storico e sulla tutela delle bellezze paesistiche: «Il volto della Patria – disse Mussolini – dev’essere salvo dagli attentati di coloro che solo si preoccupano dei loro interessi affaristici […] e deve rimanere ad ogni costo integro nella sua bellezza» (pag. 427). Boni rimase a “vegliare” sulle vestigia della Romanità per lunghi anni, come ricordò Nino D’Aroma in un suo articolo del 1938 sulla fondazione della città di Pomezia, rievocando una visita di “noi ragazzi” (presumibilmente del 1923) alle foci del fiume sacro ad Enea, il Numicio (o Numico), situato proprio nel territorio della sorgente Pomezia, “ove erano stati ‘devotamente’ condotti proprio ‘ dalla sapiente vecchiezza di Giacomo Boni’” (pag. 428 nota 1129). Ma non solo. Di lui c’è giunto il carburante per automobili estratto dalla barbabietola; “progetti di depurazione e utilizzazione industriale e agricola delle immondizie, previa un’azione di differenziazione delle stesse” (pag. 405); ma anche progetti di bonifica e distribuzione delle terre a famiglie di contadini-reduci; la lotta all’alcolismo; la prima Festa dell’Uva celebrata sul Palatino per nell’Ottobre 1921 e poi diffusasi in tutta Italia con sagre giunte fino ai nostri giorni: “Una solennità nazionale, in cui figurerebbero non soli i prodotti delle viti italiane, ma i cori, le danze e le poesie dialettali di ogni regione d’Italia, ambientate dai vecchi costumi paesani raccolti nel Museo etnografico” (pag. 414). Davanti a tutto ciò, svaniscono nel nulla le provocazioni infantili degli ecocretini contemporanei come le assurde politiche dell’Unione Europea sull’ambiente. Boni, un secolo fa, era più avanti e, soprattutto, compì opere fondamentali su cui, ancor oggi, si basa tutta la legislazione per la difesa del territorio, della flora e della fauna. Ecco perché di lui deve essere vietato parlare. Chi oggi si reca al Palatino ancora può scorgere l’opera di Boni che lo donò a noi Italiani in tutto il suo splendore sacrale prima che materiale. “Nella sua visione di vita e morte delle civiltà entrava certamente anche una interpretazione ‘razziale’ […]. Fondamentalmente egli imputava la distruzione di una civiltà come la romana agli elementi etnici di quella stessa civiltà che non ne erano i creatori, che vi erano stati assorbiti in quanto popoli vinti, ne avevano goduto per lo più passivamente i frutti e l’avevano corrosa dal di dentro: si è detto di come leggesse lo stesso cristianesimo primitivo quale testa d’ariete di una vendetta punica su Roma ‘ariana’” (pagg. 444-445). “La fotografia del 4 Giugno 1944 in cui si vedono due soldati americani che si portano via un grosso cartello con su scritto ROMA in un certo senso può essere l’emblema non solo della caduta dell’idea mussoliniana di ricreare una comunità imperiale, ma perfino nella vanificazione del realizzato obiettivo di rendere Roma capitale di una Italia ‘Nazione soddisfatta’ nella pressoché integrale riacquisizione dei suoi confini naturali e storici entro uno Stato nazionale nella pienezza della sua sovranità” (pag. 437). Boni non c’è più, come sembra tramontato il sogno di una Quarta Roma. Eppure, proprio Boni, ci insegnò a non disperare: “Malgrado l’infezione dovuta a germi estranei, malgrado l’ignoranza del più necessario alla vita, la popolazione d’Italia, agglomerato di molteplici razze, offre materiale umano prezioso, atto a comporsi in sintesi armoniche per utilità e bellezza”. “Dolenti di vivere allorché appunto l’argine subiva nuove elevazioni ed aumentava sempre il letto del fiume sul livello delle circostanti campagne, è dovere nostro correre ai ripari e lavorare. Lavorare indefessamente, senza tregua, notte e giorno, a guisa delle formiche se ne vien calpestato il nido; delle api, se venga sconvolto l’alveare” (pag. 448). Lo spirito di Boni oggi vive sul Palatino, accarezzando le sue rose, le querce sacre agli dei, aspettando la resurrezione di Augusto dalla fossa della Torre delle Milizie. Non disperare dunque, ma compiere ognuno il proprio dovere, tenendo sempre a mente il monito mazziniano del grande archeologo fascista: “Per avere una Patria, bisogna essersela meritata”.
Pietro Cappellari (Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Goffredo Coppola” di Paderno)
Successo del convegno di studi storici sul diciannovismo
Grottaferrata (Roma), 11 Maggio – Si è tenuto presso la prestigiosa cornice del Teatro “Sacro Cuore”, nella centralissima Via Garibaldi, l’atteso convegno di studi storici organizzato dalle Associazioni culturali “Curie Albane”, “Colle Oppio Istria Dalmazia” e “Spirito Libero”, che sono riuscite a portare nella nostra città due illustri studiosi di caratura internazionale, il Prof. Marco Cimmino di Bergamo, tra i più importanti storici militari della Grande Guerra e il Dott. Pietro Cappellari, Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Goffredo Coppola” di Paderno (Forlì) autore, fra l’altro, di due caposaldi della storiografia indipendente sul periodo in questione: Fiume trincea d’Italia e Da Vittorio Veneto alla Marcia su Roma (quattro volumi!). Grande partecipazione di pubblico, anche per la reazione della cittadinanza al tentativo dei soliti Efialte nostrani, nostalgici del comunismo e della guerra civile, di costruire un Antifaschistischer Schutzwal, con cui impedire di parlare agli storici indipendenti. Il “muro di protezione antifascista” è stata solo una più illusione di qualche emarginato. Dopo le introduzioni di Enrico Marchiori, Stefano Silvagni e Giancarla Lazzari, il folto pubblico accorso ha potuto assistere “rapito” alla brillante ricostruzione storica degli eventi che vanno dalla Grande Guerra al Biennio Rosso (1919-1920), quando l’Italia venne sconvolta da una sequela di violenze e sommosse senza precedenti, provocate dai socialisti nel tentativo di scatenare la rivoluzione bolcèvica abbattendo lo Stato liberale e democratico. «Fare come in Russia!», si diceva allora, realizzando, invece della rivoluzione, solo barbari episodi di follia collettiva, che vanno dagli stupri di Ottobiano, quanto educande e suore di ritorno da un pellegrinaggio vennero violentate dai socialisti locali; alla strage dell’Assunta, quando avvinazzati marxisti sfogarono il loro ateismo militante attaccando una processione, finendo per ammazzare, “ai piedi dell’altare”, un frate. Scene quotidiane di bestialità: dalla bestemmia dei valori patriottici all’offesa dei mutilati e dei reduci, alla proibizione dei cortei religiosi; fino al linciaggio del nemico di classe, come accadde al povero Carabiniere Ugolini, poi Medaglia d’Oro, straziato in quel Piazzale Loreto che anni dopo vedrà un’altra barbara scena di macelleria messicana, orgoglio della sinistra italiana. Poi, la reazione delle coscienze, la ribellione dell’opinione pubblica ad una situazione divenuta intollerabile, la nascita, quindi, dello squadrismo, l’attacco diretto alle fonti del disordine e della barbarie marxista. Ma il successo della reazione squadrista non può essere compreso se non si pensa ad un altro fenomeno epocale: la nascita dei sindacati fascisti nelle campagne che abbatterono la dittatura delle Leghe Rosse. E nulla poté fare il PSI, ormai in balia dell’eventi, per fermare lo squagliamento dei suoi militanti che, giorno dopo giorno, ammainavano la bandiera rossa sostituendola con il tricolore della Patria e dell’annunciata rivoluzione fascista. Lo stesso Matteotti, inviato d’urgenza nel Polesine, dovette assistere esterrefatto allo scioglimento convulso delle Leghe Rosse e al sorgere dei sindacati fascisti: un fenomeno che atterrì i dirigenti socialisti ben più dell’azione squadrista, sia detto. Quest’ultimo passaggio è di fondamentale importanza per comprendere il consenso che, fin dalle prime settimane del 1921, ottenne il fascismo: già nel Maggio seguente, i Fasci Italiani di Combattimento erano diventati il più grande movimento politico della storia d’Italia. Qualcosa senza precedenti che sarà solo il preludio della Marcia su Roma.
Tra i cittadini illustri di Nettuno, anche un Generale delle Camicie Nere che merita essere conosciuto
Nei nostri studi sul primo Novecento ad Anzio e Nettuno abbiamo dato largo spazio a tutti gli eroi di guerra che queste cittadine hanno dato la Patria[1]. Oggi, purtroppo, essi sono dimenticati, anche se la toponomastica – ancora non epurata dai negatori dei valori nazionali – ci tramanda qualche nome. Nomi scanditi negli anni che, se non ce li hanno fatti conoscere realmente, almeno ce li rendono famigliari. Pensiamo a Guido Cicco, il trombettiere della Guerra Italo-Turca, o la Medaglia d’Oro Umberto Donati e la Medaglia d’Argento Dante Canducci. Certo, siamo davvero molto lontani da quando gli eroi di guerra erano venerati e posti ad esempio alle giovani generazioni, tanto che una scuola di Anzio, tra l’indifferenza generale, ha provveduto bene anche di cambiar nome, in quanto quello del Martire Cesare Battisti a cui era da sempre dedicata non era considerato più alla “altezza” della pedagogia progressista ed inclusiva, quella che sforna ragazzi deboli, ignoranti, senza radici, identità… e senza futuro.
Nelle nostre opere, dicevamo, abbiamo studiato a fondo quei giovani di Anzio e Nettuno che, nel passato, offrirono la loro vita alla Patria, per un ideale superiore e, tra questi, spiccava il nome di Ferdinando Capponi, caduto nell’assalto delle truppe britanniche in Somaliland, e quello di Anacleto Ianni, da annoverare tra i più illustri decorati al Valor Militare del nostro litorale.
Oggi, però, da Treviso, il ricercatore Bruno Marazzina ci segnala una novità storiografica di cui nessuno sapeva nulla: a comandare i reparti di Camicie Nere in Russia, durante la Crociata contro il bolscevismo del 1941-1943, vi era un nettunese . Il suo nome è Mario Bertoni.
In realtà, conoscevano già il personaggio per averlo “incontrato” nei nostri studi e, in particolare, per un evento di cui si era reso protagonista quando era Comandante squadrista a Nettuno: nel Gennaio 1923, fu denunciato per una spedizione punitiva – “fuori tempo massimo”, visto che Mussolini era già al potere – alla locale sede del Partito Popolare. Poi, però, il suo nome era scomparso dalle cronache e dalla stessa città e nessuno aveva più saputo nulla di lui.
In realtà, l’incendiario Comandante squadrista nettunese aveva intrapreso una fulgida carriera militare come Ufficiale della neonata Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale che lo porterà a calcare i campi di battaglia di mezza Europa, come atto di dedizione alla Patria e all’Idea.
Mario Alberto Bertoni era nato in Via S. Maria a Nettuno il 2 Ottobre 1897, da Emanuele ed Agnese Mattoni. Durante la Prima Guerra Mondiale era partito Volontario e si era distinto come Tenente del LXXII Reparto Arditi, meritandosi una Croce di Guerra e una Medaglia d’Argento al V.M.
“Traghettato il Piave coi primi nuclei Arditi, impegnava sulla sponda nemica un aspro combattimento, validamente sostenendo lo sbarco della propria Compagnia. Occupata quindi la linea avversaria, volontariamente, e con mirabile audacia, attraversava il Piave a nuoto, nonostante la particolare violenza della corrente, e recava al Comando del Reparto notizie della Compagnia che aveva considerato perduta. Dando poi insuperabile prova di fermezza e di sprezzo del pericolo, sotto il violento fuoco nemico, in barca tornava presso la Compagnia stessa, portando viveri e munizioni” (MAVM – Falzè di Piave, Casa Mira, 26-29 Ottobre 1918).
“Accorreva prontamente in aiuto di altra Compagnia impegnatasi contro forze nemiche superiori contribuendo a mettere il nemico in fuga” (CGVM – Ponte delle Alpi, Polpet, 1° Novembre 1918).
Tornato dalla guerra, aveva aderito con entusiasmo al nascente movimento fascista, divenendo, come abbiamo accennato, un attivo squadrista e partecipando alla Marcia su Roma. Dopo la conquista del potere da parte di Mussolini, era entrato nella MVSN, meritandosi nel 1932 la prestigiosa Sciarpa Littorio.
La sua vita fu tutta dedicata alla Patria: ovunque essa chiamò lui fu presente: nella Conquista dell’Impero (1935-1936) come nella Cruzada spagnola (1936-1939), al comando della Bandera “Toro” (2a Divisione Camicie Nere), dove si guadagnò tre Medaglie di Bronzo al V.M. e una promozione a Primo Seniore. Partecipò anche alla Battaglia di Guadalajara, che una strombazzante quanto falsa propaganda antifascista ci tramanda ancor oggi come una sconfitta fascista[2].
“Comandante di Battaglione lanciato all’attacco di dominante e munita posizione nemica, durante sette ore di combattimento, sempre materialmente alla testa dei reparti avanzati, raggiungeva gli obiettivi assegnatigli, superando la tenacissima resistenza avversaria. Esempio di ardire e sprezzo del pericolo” (MBVM – Ventas de Zaffaraja, 5 Febbraio 1937-XV).
“Comandante di un Battaglione di primo scaglione lo conduceva con perizia all’attacco di munitissime posizioni avversarie, che conquistava a malgrado dell’accanita resistenza del nemico, dando magnifico esempio di valore personale e assoluto sprezzo del pericolo” (MBVM – Quota 1168, 15 Agosto 1937-XV).
“Comandante di Battaglione in un delicato settore impegnava dura lotta contro il nemico che, favorito dal terreno, ostacolava il movimento dei suoi reparti, riuscendo a rettificare vantaggiosamente le posizioni che aveva avuto in consegna. Ferito da scheggia di granata si rifiutava di lasciare il suo posto e restava al comando del suo Battaglione” (MBVM – Alcaniz, 16-18 Marzo 1938-XVI).
Decorarono il suo petto anche il cavalierato dei Santi Maurizio e Lazzaro e l’ufficialato dell’Ordine della Corona d’Italia.
Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fu ancora presente, in prima linea, in quella che fu l’epopea eroica dell’Armata Italiana in Russia. Come Console Comandante del Gruppo Battaglioni Camicie Nere “Valle Scrivia”, si guadagnò in battaglia una Medaglia d’Argento al V.M., una di Bronzo e una promozione straordinaria per meriti di guerra.
“In un azione di contrattacco intesa ad eliminare una vasta e solida testa di ponte nemica, ha disposto personalmente le colonne d’attacco sulle basi di partenza e a contatto quasi delle posizioni avanzate nemiche e percorrendo buona parte del fronte, sprezzante delle insidie avversarie e, incitando con l’esempio i suoi reparti, si è bravamente diretto verso l’obiettivo che fu raggiunto in breve tempo travolgendo ogni resistenza, nonostante la intensa e micidiale reazione di fuoco avversaria” (MBVM – Sawinjuka, 12 Settembre 1942-XX).
“Comandante di Battaglione inviato in rinforzo ad una Divisione di Fanteria violentemente attaccata da ingenti forze nemiche, dava valido contributo alla difesa delle nostre posizioni. Incaricato di arginare l’avanzata nemica entro un settore particolarmente delicato del ponte divisionale, si impegna in aspra e cruenta lotta e riusciva a contrastare i progressi dell’avversario. In tutto lo sviluppo delle azioni dava prova di coraggio personale e di noncuranza del pericolo, di serena fermezza e di elevato spirito di abnegazione” (MAVM – Fiume Don, Ansa di Werk Mamon, Russia, 11-17 Dicembre 1942-XXI).
Dopo l’8 Settembre, fedele alla parola data, per amor di Patria e riaffermazione ideale, aderì alla Repubblica Sociale Italiana: in qualità di Maggiore Generale, lo ritroveremo a ricoprire il prestigioso incarico di Ispettore generale della GNR per la Liguria. Purtroppo, pochissime sono le notizie sulla sua attività. Neanche un’indagine sommaria presso l’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI della Liguria, l’Archivio di Stato di Genova e l’Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea ha dato esito positivo. Dall’ANFCDRSI ci sono giunte solo delle fotografie e la notizia di una sua partenza per il Sudamerica, appena finita la guerra, per non incappare nei grotteschi processi che si sarebbero allestiti per giudicare i “vinti” e dar sfogo all’odio antifascista. Quell’Italia nata nella vendetta non lo poteva rappresentare: apparteneva ad un’altra Patria. Di lui si persero così per sempre notizie.
Con questo breve articolo speriamo di aver fatto conoscere un nettunese che, oggi, probabilmente non avrà il vanto di una via – e visto a chi sono state dedicate ultimamente, meglio così – ma che, a differenza degli “altri”, ha scritto, con il suo sangue, la storia d’Italia.
Pietro Cappellari
(Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Goffredo Coppola”di Paderno – Forlì)
[2] Cfr. P. Romeo di Colloredo Mels, Guadalajara 1937: la disfatta che non ci fu, Italia Storica, 2017.
Il Magg. Gen. Mario Bertoni, Ispettore generale della GNR per la Liguria. A sinistra si intravede l’Ausiliaria Rocino
Genova, Natale 1944-XII. Il Gen. Mario Bertoni (a sinistra), Ispettore generale della GNR in Liguria, in visita ai degenti ricoverati nel reparto militare dell’Ospedale San Martino. L’Ufficiale a destra è il Maggiore di Artiglieria Franceschelli