Articolo in: www.academia.edu/42357021
PICCOLI EROI ITALIANI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE: I FRATELLI GIOVANELLI
Articolo in: http://www.academia.edu/42435379

Ferdinando 
Giuseppe
CRIMINI PARTIGIANI IN BALCANIA: L’ATTENTATO DI LUBIANA DEL 10 GIUGNO 1942 E IL SACRIFICIO DELLA MAESTRA ARIELLA REA
Articolo in: http://www.academia.edu/42352094
CRIMINI PARTIGIANI IN BALCANIA (1941-1942). Il sacrificio degli Italiani nelle carte della Federazione del PNF di Fiume
Saggio disponibile al seguente indirizzo:
https://www.academia.edu/42309102/CRIMINI_PARTIGIANI_IN_BALCANIA_1941-1942_

CRIMINI PARTIGIANI IN BALCANIA: IL DUPLICE OMICIDIO DEGLI INSEGNANTI DI PIEDICOLLE-PODHUM (12 GIUGNO 1942)
Sui crimini contro l’umanità commessi dai partizan slavi nella ex-Iugoslavia tra il 1941 e il 1943 manca uno studio generale, come abbiamo evidenziato nel nostro breve saggio Crimini partigiani in Balcania (1941-1942). Il sacrificio degli Italiani nelle carte della Federazione del PNF di Fiume.
Tra le evidenze della nostra analisi vi era l’assoluta mancanza di motivazioni che potessero, non diciamo giustificare, ma far comprendere la soppressione degli Italiani, se non quella di rappresentare un’idea e una nazionalità che i partizan slavi, illegittimi belligeranti, odiavano a prescindere. Il dato che tra i dodici nostri connazionali assassinati censiti dalla Federazione fascista di Fiume nel Giugno 1942 vi fossero ben otto civili, tra cui due donne (Ariella Rea e Francesca Accordino), rendeva bene l’idea dell’indeterminatezza delle accuse che si potevano fare loro, come della genericità delle soppressioni, che non risparmiavano nessuno. E lo si vide bene quando, crollato il sistema difensivo militare italo-tedesco in Istria, le formazioni titine invasero il territorio italiano massacrando la popolazione presente in quella che passò alla storia come la pulizia etnica dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, che per l’appunto non riguardò solo i militari dell’Asse, non riguardò solo i “fascisti”, ma tutti gli Italiani, indistintamente. Omicidi, stragi, mattanze sommarie avvenute durante e dopo la fine della guerra, contro gente inerme.
Nel nostro breve saggio ci colpì il duplice omicidio di Giovanni Renzi e Francesca Accordino, due insegnanti. Ha subito richiamato alla mente il modus operandi dei titini durante la pulizia etnica della Primavera del 1945, quando i primi ad essere “decapitati” furono proprio gli Italiani che avevano funzioni direttive nelle comunità locali, quindi non solo Podestà, Commissari prefettizi, Segretari comunali, ma anche imprenditori, insegnanti e Sacerdoti. Come abbiamo visto, questa violenza ha radici profonde: nella guerriglia come sviluppatasi in Balcania tra il 1941 e il 1943, quando alla guerra di liberazione nazionale si aggiunsero motivazioni politiche che tramutarono questa lotta – essenzialmente guerriglia – in guerra di classe, guerra etnica, guerra di conquista comunista del potere. Una guerriglia che ebbe la possibilità – a differenza di quanto avvenne nell’Italia settentrionale – di poter fare un salto di qualità, non solo per le masse che riuscì a mobilitare, ma anche per l’importante supporto operativo e materiale degli Alleati, tra i quali si distinsero i Britannici con l’invio di missioni, di armi e di mezzi, tra cui non dimentichiamo anche il sostegno diretto della ricostituita Regia Aeronautica del Regno del Sud, che effettuò aviolanci di armi e materiali, nonché bombardamenti (anche in territorio italiano).
Tornando all’oggetto della nostra riflessione, le preoccupazioni delle Autorità italiane per la sorte degli insegnanti che operavano nelle zone soggette all’azione partigiana si sviluppò proprio all’indomani della sconfitta della Iugoslavia (Aprile 1941) a seguito della quale si istituì la Slovenia italiana (Provincia di Lubiana) e la Provincia di Fiume fu ampliata, inglobando alcuni Comuni della Liburnia croata. In questi territori presero ad operare varie organizzazioni anti-italiane che furono la base sulla quale si sviluppò la guerriglia.

in rosso la Provincia di Lubiana (Slovenia italiana) e in verde la Provincia di Fiume
I guerriglieri – illegittimi belligeranti – cominciarono ad operare attraverso agguati, imboscate, assassini, attentati. Non solo contro il regolare Regio Esercito che occupava i territori dell’ex-Iugoslavia, ma anche in danno di civili italiani. Tra questi i primi a cadere furono gli Italiani più in vista, come gli insegnanti. Sebbene nulla potesse essere a loro addebitato, erano semplici funzionari dello Stato, che facevano il loro lavoro ed adempivano ai loro doveri, la loro eliminazione fu vista come necessaria per abbattere in un colpo solo la cultura italiana. In questo contesto, il 13 Giugno 1942, vennero rapiti ed uccisi i coniugi Giovanni Renzi e Francesca Accordino, maestri della scuola di Piedicolle-Podhum (Fiume), una frazione del Comune di Jelenje, recentemente acquisto dalla Provincia del Carnaro.

Giovanni Renzi era nato ad Assisi (Perugia) il 12 Aprile 1879, era Seniore della Milizia e Capitano del Regio Esercito ed stato trasferito dalla provincia di Salerno, dove insegnava, a Podhum in qualità di Caposcuola: “Uomo di ferma fede fascista, profondamente conscio della missione di educatore che nei territori annessi gli veniva affidata, assolse il suo ruolo di insegnante nel migliore dei modi. […] Malgrado l’età avanzata, egli seppe, colla sua energia, mantenere alto il prestigio dell’Italia e suo personale; benché anziano di anni, egli era giovanilmente ed instancabilmente alacre nel suo lavoro”[1].
Appena giunto nella piccola frazione, per prima cosa cercò di creare un rapporto amichevole e di collaborazione con i genitori degli alunni: “Per la sua azione e per le sue alte doti, egli si impose al rispetto del paese, ma la propaganda comunista si era ormai tanto infiltrata tra la popolazione”, che dovette anche intervenire d’autorità per placare il nascere di discordie. Iniziarono le minacce, ma Renzi, nonostante fosse conscio dei pericoli cui andava incontro, volle rimanere al suo posto, portando sempre con sé la tessera di riconoscimento di Seniore della Milizia, come atto di una fede che non conosceva paura.
Francesca Accordino, era nata a Marina di Patti (Messina) il 20 Febbraio 1897, “di animo mite e buono, era ben presto riuscita ad accattivarsi l’affetto dei suoi scolari e ad ottenere dalla sua attività di educatrice risultati insperati”. Ma anche in questo caso, la propaganda comunista soffiò sul fuoco degli odi e giunsero presto alla Federazione fascista di Fiume notizie su una prossima spedizione punitiva contro la maestra italiana. Il Federale Genunzio Servidori, valutata la serietà del pericolo, esonerò Accordino dall’insegnamento, allontanandola da Podhum, ordine al quale Francesca aveva ottemperato con dolore. Del resto, la situazione si stava facendo gravissima.
Il 10 Giugno 1942, in un attentato dinamitardo avvenuto presso il Ristorante “Italia” di Lubiana (Slovenia italiana) era deceduta, l’insegnante Ariella Rea, Vicesegretaria federale della GIL e Segretaria provinciale delle Massaie Rurali.
L’11 Giugno 1942, erano stati prelevati da partigiani comunisti i maestri di Zaule di Liburnia – Čavle (Fiume) Antonio Lambertino di anni 30 e Domenico Calabrese di anni 27, “anch’essi si erano appassionatamente dedicati alla loro missione di insegnanti”. Erano originari di Eboli (Salerno). Di loro nulla più si era saputo, anche se notizie raccolte dal Comando Superiore delle FF.AA. Slovenia e Dalmazia li davano entrambi per morti, fucilati subito dopo il loro sequestro sulle montagne: “Contro di loro si accanì la ferocia comunista”. I loro corpi non saranno mai ritrovati…
Zaule di Liburnia distava solo quattro chilometri da Podhum.
Il 13 Giugno 1942 era l’ultimo giorno di scuola. Francesca Accordino decise, comunque, di recarsi dai suoi piccoli alunni che amava per distribuire di persona gli attestati finali: “Questo atto di dedizione alla scuola le costò la vita”. Infatti, la sera stessa giunse in paese una banda ribelle che sequestrò i due coniugi: “I maestri Renzi furono sottoposti ad un vero calvario, ma invano i partigiani tentarono di piegare la loro indomita volontà di Italiani”.
I due vennero portati sulle montagne, ma Francesca Accordino, ormai sfinita, non riusciva ad andare al passo. Fu presa e gettata in un burrone. Lo schianto fu fatale, triste presagio del dramma delle foibe che qualche anno dopo sconvolgerà l’intera regione…
Il marito dovette assistere impotente all’assassinio della sua amata e sopportare due giorni di prigionia in mano ai suoi aguzzini. Il 16 Giugno venne fucilato: “Ascoltò senza batter ciglio la sentenza di morte; chiese che gli venissero slegate le mani e davanti al Plotone di esecuzione si scoprì il petto e morì gridando: «Viva l’Italia!»”.
Giovanni Renzi sarà decorato di Medaglia d’Oro al V.M. con la seguente motivazione: “Ufficiale di complemento in congedo e maestro in una località di occupazione, durante una fase operativa delle nostre truppe, catturato con la consorte e trascinato verso un accampamento nemico, doveva, lungo il percorso, assistere all’uccisione della compagna da parte di alcuni banditi che, dopo averla pugnalata, ne gettavano la salma in un burrone. Rimasto per due giorni prigioniero, subiva serenamente ogni sorta di sevizie e di torture, rifiutando sempre di fornire alcuna informazione al nemico. Condannato a morte, raggiungeva il Plotone di esecuzione cantando gli inni della Patria. Chiedeva poi che gli venissero slegate le mani e, aperta la camicia, offriva il petto nudo al piombo nemico. Cadeva inneggiando all’Italia. Fulgido esempio di patriottismo”.
Assisi, in suo onore, gli dedicò una via, perché il suo esempio potesse essere di ispirazione per le generazioni future.
Il duplice omicidio ebbe un tragico risvolto nella rappresaglia che, il mese successivo, dopo che nella zona erano stati soppressi sedici soldati italiani, si scatenò sul paese di Piedicolle-Podhum[2].
Il 12 Luglio 1942, su ordine del Prefetto di Fiume Temistocle Testa, 250 soldati italiani del XXVII Settore di Copertura, Carabinieri Reali, elementi ustasha e Camicie Nere del II Battaglione Squadristi “Emiliano” al Comando del Magg. Armando Giorleo circondarono l’abitato e prelevarono tutti gli uomini tra i 16 e i 55 anni. 91 abitanti, considerati partigiani o favoreggiatori del movimento di guerriglia, furono fucilati da soldati del Regio Esercito. Il villaggio fu dato alle fiamme e la restante popolazione deportata nei campi di concentramento. A tutt’oggi quella di Podhum è considerata la più grave rappresaglia condotta dalle Forze Armate italiane durante la Seconda Guerra Mondiale (in un rapporto di 5 a 1).
L’eliminazione degli insegnanti italiani divenne una priorità per i partizan slavi: colpire la cultura italiana per procedere poi alla sua completa cancellazione. E non fu solo un motto. Nei mesi seguenti i maestri italiani furono al centro delle attenzioni del movimento comunista. Fino ad arrivare ad una vera e propria campagna di soppressione. Il 17 Maggio 1944, il Comando della 107a Legione della Guardia Nazionale Repubblicana di Zara telegrafava allarmato al Comando Generale:
NOTIZIE DALLA DALMAZIA
Qualche tempo fa elementi partigiani hanno prelevato in massa il Provveditore agli Studi, le maestre e i maestri italiani (di cui diversi appena diciottenni) da Spalato e trasportatili in una località interna, li hanno processati per italianità e fascismo e fucilati. Fatti sporadici analoghi sembra si siano verificati anche in altre province dipendenti dal Governatorato del Litorale Adriatico[3].
Infine, il tragico epilogo della pulizia etnica in Istria della Primavera 1945 quando, dopo aver “assassinato la cultura italiana”, si procedette alla cancellazione della millenaria civiltà romano-veneta nell’Adriatico Nord-Orientale. Oltre 10.000 furono i nostri connazionali che scomparvero in quella Primavera di sangue, oltre 300.000 coloro che dovettero abbandonare le loro terre per la scelta di rimanere, prima di tutto, Italiani.
Pietro Cappellari
[1] ACS, Mostra della Rivoluzione fascista, b. 4, f. 34 – Fed. Fiume, sf. Giovanni Renzi.
[2] Cfr. R. Colloredo di Mels, Controguerriglia. La 2a Armata italiana e l’occupazione dei Balcani 1941-1943, Soldiershop Publishing, 2019.
[3] ACS, GNR, b. 49, f. B-6 – 107a Leg. Zara, cit. in P. Cappellari, La Guardia della Rivoluzione 1943-1945. La GNR nel 1944: organizzazione ed impiego militare, Herald Editore, Roma 2017, vol. II, pagg. 270-271.
EROI ITALIANI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE: FERNANDO NOBILE
Dimenticare il sacrificio volontario degli Italiani nella Seconda Guerra Mondiale è un atto politico. Un atto che ha portato alla cancellazione di pagine di storia patria nobilissime sulle quali, invece, dovrebbe costruirsi una società civile e dovrebbero educarsi le nuove generazioni.
Tra le migliaia di eroi italiani di questo conflitto cancellati dai libri di storia vogliamo oggi parlare di Fernando Nobile. Caposquadra della Milizia, nato a Caltanissetta il 1° Dicembre 1904, Marcia su Roma e Sciarpa Littorio, si arruolò Volontario nella 221a Legione CC.NN. dei Fasci Italiani all’Estero, fu “sempre animato da spirito combattentistico” e “fu intrepido difensore della fede fascista”[1].
Volontario di Guerra durante la Campagna d’Abissinia conquistò – insieme a decine di Ascari che si distinsero nei combattimenti – una Croce di Guerra al Valor Militare dopo un violento combattimento a Birgot il 25 Aprile 1936-XIV con la seguente motivazione: “Quale Comandante interinale di Plotone, venne fatto segno ad intenso fuoco di fucileria mentre proteggeva gli autocarri della colonna impegnata nell’opera di rastrellamento delle difese nemiche situate nei margini di Fan Fan. Vedendo colpiti due Ascari si lanciava con due Militi contro il nemico, che ridusse al silenzio evitando in tal modo nuove perdite”[2].
Nel vittorioso scontro di Birgot numerosi furono gli eroismi degli Italiani e degli Ascari, tra cui vogliamo ricordare quelli delle Medaglie d’Oro alla memoria: il Cap. Dante Pagnottini e il Ten. Luigi Michelazzi del III Battaglione arabo-somalo; il Ten. Ezio Andolfato del IV Battaglione arabo-somalo. Alla battaglia partecipò, al comando di due Compagnie fucilieri e di due mitraglieri del II Battaglione arabo-somalo, anche Alessandro Tandura, l’eroico primo Paracadutista dell’Esercito italiano (sarà decorato di Medaglia d’Argento al V.M.)[3].
Il nostro Fernando Nobile, sempre inquadrato nella 221a Legione Camicie Nere partecipò alla conquista della Somalia britannica (Agosto 1940) in qualità di Ardito e si contraddistinse in diverse azioni di guerra in Africa Orientale Italiana: gli furono concesse una Medaglia di Bronzo, una d’Argento e, infine, una d’Oro al Valor Militare nell’ultima azione che lo vide protagonista durante la prima fase della Battaglia di Cheren, il 7 Marzo 1941, quando “immolò la sua gagliarda giovinezza”.
Le forze italiane, sotto pressione delle preponderanti unità corazzate britanniche dal 2 Febbraio, erano riuscite con eroismo ed enormi perdite a respingere tutte le offensive nemiche. Nobile fu tra i protagonisti di questa prima vittoriosa fase difensiva e cadde nei combattimenti “in faccia al nemico”, dimostrando, ancora una volta, il valore del soldato italiano: “Venuto a conoscenza che una nostra pattuglia era stata sorpresa ed attaccata dal nemico con forze superiori per numero ed armamento, partita volontariamente in soccorso della medesima con la propria Squadra Arditi con la ferma decisione di liberare i compagni, vendicare un caduto e recuperarne la salma. Giunto sul posto, incurante del micidiale fuoco delle armi automatiche e delle bombe dell’avversario, sistemato in posizione dominante, attaccava con pochi uomini il fianco del nemico e benché ripetutamente ferito, si portava a brevissima distanza dalla posizione che assaliva di sorpresa con bombe a mano, costringendo gli Inglesi alla fuga. Colpito a morte, spirava, rivolgendo il suo ultimo pensiero alla Patria e al Duce. Fulgido esempio di attaccamento al dovere”[4].
Il sorriso di Fernando Nobile, il suo sacrificio, il suo eroismo, non siano dimenticati. Recuperando la sua storia, siamo certi, saremo orgogliosi di sentirci Italiani.
Pietro Cappellari

Vicecaposquadra Nobile Fernando
[1] ACS, Mostra della Rivoluzione fascista, b. 2, f. Caltanissetta.
[2] “Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia”, 12 Settembre 1938-XVI.
[3] Cfr. A. Valenti, Alessandro Tandura, 2 centimetri più alto del Re. Dal Piave al Birgot, Kellermann Editore, Vittorio Veneto (Treviso) 2006; e “Bollettino Ufficiale”, dispensa 57a, 6 Ottobre 1938-XVI.
[4] Attualmente la motivazione non compare nell’elenco della Presidenza della Repubblica Italiana.
IL COMANDANTE BUSCAGLIA SCELSE IL REGNO DEL SUD
Tra i più valorosi piloti della Regia Aeronautica della Seconda Guerra Mondiale si annovera certamente il Magg. Carlo Emanuele Buscaglia. Nato a Novara, classe 1915, fu assegnato all’inizio del conflitto alla specialità degli Aerosiluranti, con la quale partecipò a numerose azioni da guerra su Alessandria d’Egitto e la Baia di Suda (Creta). Nel 1941, fu promosso Capitano e posto al Comando della costituenda 281a Squadriglia Aerosiluranti di stanza nell’Egeo. Nel 1942, una nuova promozione: Comandante del 132° Gruppo Aerosiluranti di stanza in Sicilia. Con questa unità, il Magg. Buscaglia tentò un assalto contro la flotta angloamericana che era sbarcata in Nord Africa nel Novembre 1942, ma l’azione – svoltasi in pieno giorno – non produsse nessun effetto, se non la ritirata degli SM79 italiani davanti alla reazione degli Spitfire che provocarono l’abbattimento di un nostro velivolo e, al rientro, la stizzita reazione del Cap. Carlo Faggioni che si lamentò dell’azione suicida svolta alla luce del sole. Nonostante ciò, il 12 Novembre 1942 il C.te Buscaglia tentò nuovamente l’attacco su Bugia (Algeria). La reazione del nemico fu furiosa e questa volta ad essere abbattuto fu lui. Dato per disperso, venne decorato di Medaglia d’Oro al V.M. alla memoria che si aggiunse ad una schiera impressionante di riconoscimenti al valore: 32 azioni di siluramento, sei Medaglie d’Argento al V.M., una Croce di Ferro di 2a Classe, due avanzamenti per meriti di guerra, una promozione per meriti di guerra.
Tuttavia, Buscaglia non era morto e, sebbene gravemente ferito, era stato tratto in salvo da un’imbarcazione britannica e ricoverato presso un ospedale francese in Africa Settentrionale. Iniziò così il suo trasferimento da un ospedale da campo a un altro, durante il quale si rifiutò sempre di fornire informazioni al nemico della Patria. Infine, il 24 Febbraio 1943, il suo trasferimento nel campo di concentramento statunitense di Crossville in Tennessee, dove giunse il 13 Marzo successivo.
L’8 Settembre, con la firma della resa incondizionata del Regno d’Italia e del conseguente passaggio al nemico delle Regie Forze Armate, i prigionieri italiani ristretti nei campi di concentramento dovettero fare una scelta: o diventare collaborazionisti (con promessa di libertà, migliore trattamento economico e rimpatrio) o rifiutare ogni collaborazione con gli USA e, quindi, trovarsi davanti a nuove restrizioni. Circa il 75% dei prigionieri scelse di collaborare con gli Stati Uniti, tra questi anche il C.te Buscaglia.
Tra chi volle essere orgogliosamente un “non collaborazionista” si annoverò il famoso e pluridecorato Gen. Annibale Bergonzoli detto “Barba elettrica”, che fu punito con la restrizione in un ospedale psichiatrico di New York (tipica soluzione “all’americana” per rieducare i non allineati). Da più parti venne sollecitato il rientro in Italia del Generale “non collaborazionista”, perché in caso di sua improvvisa morte non diventasse “la fiaccola e il martire dei fascisti in suddetto territorio”. Ma gli USA furono irremovibili (tanto è vero che l’irriducibile Generale italiano fu rilasciato solo nel 1946).
Il 26 Giugno 1944, il C.te Buscaglia rimpatriava e fu subito inviato presso la Sottocommissione Alleata per l’Aviazione di Bari. In un’Italia profondamente cambiata, divisa in due, non solo geograficamente. Infatti, nel Nord Italia resisteva la Repubblica Sociale Italiana tra le cui schiere combattevano anche i piloti un tempo agli ordini di Buscaglia, tra questi il già citato Carlo Faggioni che aveva riattivato la specialità Aerosiluranti dedicandola proprio al suo Comandante creduto morto nel Novembre 1942. Buscaglia era invece vivo ed aveva optato per combattere sotto le insegne del Regno d’Italia, mentre Faggioni era morto in azione, il 10 Aprile 1944, a largo di Nettunia, in una missione contro la flotta di invasione angloamericana.
Quando nella RSI si seppe che Buscaglia era vivo, il Gruppo Aerosiluranti a lui dedicato fu ribattezzato con il nome di Faggioni.
Rintegrato nelle funzioni, Buscaglia fu destinato all’aeroporto di Campo Vesuvio, nei pressi di Ottaviano (Napoli), dove avrebbe dovuto svolgere un addestramento per il pilotaggio dei bimotori Martin Baltimore di produzione britannica. Il 23 Agosto 1944, Buscaglia – senza nessuna autorizzazione – salì a bordo di un velivolo e tentò il decollo. L’operazione non riuscì, l’aereo sbandò, si schiantò di lato e prese fuoco. Il valoroso Comandante italiano spirò il giorno successivo. Aveva 29 anni.
Quando si diffuse la notizia delle modalità della morte, in RSI si diffuse l’idea che Buscaglia avesse voluto abbandonare gli Alleati e fuggire verso Nord, ricongiungendosi con i suoi piloti che combattevano sotto le insegne della Repubblica di Mussolini. Per lunghi anni, questa romantica leggenda è rimasta nell’immaginario collettivo.
Il ritrovamento di alcuni documenti presso l’Archivio di Stato, ci permette oggi di fare chiarezza sulle reali intenzioni dell’eroico Comandante italiano. Infatti, tra le carte compare anche l’Indirizzo rivolto dal Maggiore Carlo Emanuele Buscaglia agli Aviatori repubblicani sul quale vale la pena soffermarsi[1]. In questo appello, redatto tra il Luglio e l’Agosto 1944, il Comandante italiano – “il cui nome venne imposto arbitrariamente e per propaganda a un Reparto di Volo dell’Aviazione Repubblicana” – rivendica la sua scelta di combattere contro i Germanici e i fascisti in modo chiaro ed inequivocabile, “non per opportunismo o per spirito di adattamento al nuovo ordine, ma perché un soldato, che sia tale, deve difendere la propria Patria col sacrificio della propria vita – ove occorra – contro chiunque l’aggredisca”. È ovvio che in questo indirizzo Buscaglia considerasse aggressori i Germanici. Ma non solo. Il Comandante italiano fu sprezzante anche con i fascisti: “A voi mi rivolgo, Aviatori cui il giogo nazista e fascista impone di lottare ai danni della nostra Patria”; “Aviatori, formiamo un blocco unico, affiancate il nostro sforzo bellico mantenendo accesa la nostra fiaccola di italianità nel territorio nazionale ancora occupato dai nazi-fascisti”; “Aviatorio, raggiungetevi coi vostri velivoli, noi vi attendiamo; se non potete, distruggeteli; comunque rifiutate di collaborare con le forze nazi-fasciste; rifiutate di combattere; datevi alla macchia; unitevi ai patrioti, parte migliore e sana del nostro popolo; e sabotate tutto ciò che è tedesco e fascista”.
Sebbene non firmato e datato, sebbene in alcune parti sembri “pilotato”, possiamo considerare autentico tale documento. Non sappiamo se mai questo appello venne diffuso e se qualcuno in RSI ne venne a conoscenza. Sta di fatto che l’Aeronautica Nazionale Repubblicana continuò per lunghi mesi a combattere contro le aviazioni angloamericane che seminavano morte e terrore sulle città dell’Italia settentrionale, mentre lo Stormo Baltimore della Regia Aeronautica fu impiegato nel sostegno ai partigiani titini in Iugoslavia finendo per bombardare anche l’Istria italiana.
I piloti dell’ANR combatterono per l’Onore d’Italia e i nomi di Ugo Drago, Luigi Gorrini, Marino Marini, Irnerio Bertuzzi e di tanti altri caduti rimangono impressi con lettere d’oro nell’Albo d’Onore dell’Aeronautica militare italiana. Piloti che disperatamente combatterono fino all’ultimo giorno di guerra, quando i “patrioti, parte migliore e sana del nostro popolo” entrarono in azione: fu così che trovò la morte, tra gli altri, il Magg. Adriano Visconti, fulgida figura di Ufficiale, Comandante del 1° Gruppo Caccia “Asso di Bastoni” dell’ANR, soppresso da mano fratricida il 29 Aprile 1945 insieme al S.Ten. Valerio Stefanini, in sfregio all’atto di resa firmato e sottoscritto dal CLN.
Pietro Cappellari
[1] Cfr. ACS, Carte Piacentini, b. 5, f. Buscaglia.

GIORNO DEL RICORDO: CAPPELLARI CONQUISTA I CUORI DI CIAMPINO
CIAMPINO (ROMA): LO STORICO CAPPELLARI SOTTO SCORTA. NONOSTANTE LE MINACCE RICEVUTE CONQUISTA I CUORI NEL GIORNO DEL RICORDO.
Nel corso degli anni non si ricorda una celebrazione del Giorno del Ricordo così toccante ed emozionante, come quella organizzata ieri, 10 Febbraio 2020, dall’amministrazione comunale di Ciampino (Roma), in collaborazione con l’associazione Officina Italia.
Nell’aula consiliare, gremita in ogni ordine di posto, ha presentato un monologo Pietro Cappellari, il giornalista e ricercatore storico che, per le minacce ricevute, è costretto a essere scortato dalle Forze di Polizia, come il giornalista Saviano.
Partendo dalla difesa dei valori della Costituzione italiana, Cappellari ha accompagnato il numeroso pubblico presente in un viaggio, recitando, novello Dante, alcuni passi della Divina Commedia, conducendo gli ascoltatori nell’Inferno del comunismo.
Ma l’oggetto del monologo di Cappellari non sono stati i carnefici dalla stella rossa, ma le vittime di così criminale ferocia. Il pensiero è andato allo scomparso Professor Ettore De Franchi, patriota ed esule fiumano, come alla piccola Marinella Filippaz, lasciata morire di freddo in un campo profughi nell’inverno 1956.
L’accenno al “treno della vergogna”, quando a Bologna i comunisti e i sindacalisti versarono sulle rotaie il latte destinato a sfamare i bambini esuli, è stato solo un mezzo per parlare d’amore, l’amore per la Patria degli Italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, che fuggendo dal regime di terrore titino, per restare Italiani, come Enea, sbarcarono sulle coste dell’Italia in cerca di fratelli da abbracciare. E quelle “navi di Enea” bordate di tricolore che portavano in Patria gli esuli, vennero accolte a sassate da chi in Italia dell’odio aveva fatto la propria bandiera.
In nome della pacificazione nazionale, Cappellari ha raccontato, con il sorriso, la bellezza. La bellezza dell’Istria, di Fiume, della Dalmazia, di Norma Cossetto, di Marinella Filippaz, strappando lacrime ed entusiasmo tra i partecipanti all’emozionante esposizione, dalla quale sarà tratto un video che sarà diffuso nelle scuole ed inviato al Presidente della Repubblica e all’Ordine dei Giornalisti.
Davanti a tanta commozione, non si possono non fare i complimenti al Sindaco di Ciampino Daniela Ballico, al Vicesindaco Ivan Boccali e a tutta la Giunta comunale, che hanno saputo rinnovare, nel servizio costante alla comunità, il volto di una città e dimostrato, anche in questa occasione, che l’amore per la Patria vince sempre sull’odio.
PREMIO LETTERARIO DEL LIBRO DI GUERRA “NETTUNIA1944”
Domenica 19 Gennaio, a Nettuno, nell’ambito delle manifestazioni del progetto culturale “La guerra è qui”, organizzate in occasione del LXXVI anniversario dello sbarco, si è svolta la II edizione del Premio Letterario del Libro di Guerra “Nettunia1944”, dato dall’Accademia Delia – che da un decennio organizza anche il Premio Tridente d’Oro alla Cultura – al migliore volume che, nel corso dell’anno precedente, abbia affrontato la tematica dei conflitti militari attraverso ricerche innovative e la pubblicazione di materiali inediti, fornendo una nuova interpretazione dei fatti.
Dopo il successo dell’anno scorso, quest’anno la giuria dell’Accademia Delia si è arricchita della presenza del Prof. Alberto Sulpizi, dell’Avv. Cesare Bruni e di Daniele Combi, che hanno coadiuvato il Dott. Pietro Cappellari, promotore dell’iniziativa, nella scelta del libro vincitore. Una selezione molto difficile, tra una ventina di pubblicazioni esaminate.
Il Premio “Nettunia1944” – che arricchisce la città di un nuovo evento culturale, unico nel suo genere su tutto il territorio nazionale – è stato vinto dal Prof. Stefano Savino, autore de La Decima MAS a Littoria (H.E., Roma 2019). Savino, originario di Lucca, romano d’adozione, Ufficiale medico di complemento della Marina Militare, ha prestato servizio nel prestigioso Corpo del Comsubin, Primario di Neurochirurgia presso l’Ospedale di Latina, ricercatore storico, nel suo lavoro ripercorre le tappe dell’impiego del Battaglione Fanti di Marina “Barbarigo” sul fronte di Nettunia.
L’appuntamento è per la III edizione, prevista per il Gennaio 2021, in occasione del LXXVII anniversario dello sbarco di Nettunia.
Claudio Cantelmo – Roma
NETTUNO: PRESENTATO IL LIBRO “LA DECIMA MAS A LITTORIA”
Domenica 19 Gennaio, a Nettuno, è stato presentato, nell’ambito delle manifestazioni del progetto culturale “La guerra è qui” per il LXXVI anniversario dello sbarco di Nettunia, lo studio del Prof. Stefano Savino La Decima MAS a Littoria.
Savino, originario di Lucca, romano d’adozione, per due anni Ufficiale medico di complemento della Marina Militare, ha prestato servizio nel prestigioso Corpo del Comsubin, Primario di Neurochirurgia presso l’Ospedale di Latina, ricercatore storico, nel suo ultimo lavoro ripercorre le tappe dell’impiego del Battaglione Fanti di Marina “Barbarigo” sul fronte di Nettunia, in difesa del settore meridionale, dove si vide contrapposto al più agguerrito reparto angloamericano presente: la First Special Service Force.
Lo studio di Savino, anche attraverso l’utilizzo di documenti ed immagini inedite, dà nuovo impulso agli studi sulle unità della Repubblica Sociale Italiana, gettando luce sugli ideali che ispirarono questi Italiani – giovanissimi Italiani! – e sui loro eroismi. Eroismi riconosciuti dal nemico che non esitò un istante, al momento della resa finale, a tributare a questi “giovani leoni” l’onore delle armi.
Durante l’evento, organizzato da Daniele Combi, davanti ad un numeroso pubblico giunto per l’occasione, il Professore di Latina ha letto i passi delle lettere dei Marò della Decima MAS da cui trabocca amor di Patria, ma anche insospettabili tratti poetici, incredibili se si confrontano con gli scritti dei giovani di oggi.
Da quell’amor di Patria che spinse centinaia di migliaia di Italiani ad aderire alla RSI possa nascere il germoglio di una nuova Italia, dove la pacificazione nazionale, il rispetto di tutti, la fine degli odi politici e delle strumentalizzazioni, siano il tratto comune di una comunità che si riscopre figlia di una stessa Nazione. Quella Nazione, una e indivisibile, cantata dai profeti del Risorgimento.
Claudio Cantelmo – Roma




