Bologna, 9 Agosto. Un gruppo di patrioti si è recato questa mattina presso il Cimitero della Certosa per rendere omaggio a Gesù Ghedini e Roberto Poletti, le Guardie campestri che, insieme al collega Luigi Barbieri, vennero barbaramente trucidate dai sovversivi a Portonovo di Medicina il 9 Agosto 1920.
Nel centesimo anniversario di un crimine rimosso dalla memoria collettiva, i patrioti bolognesi hanno deposto dei fiori sui sepolcri di Ghedini e Poletti al Sacrario dei Martiri Fascisti, recitando poi insieme La preghiera del Legionario.
Al termine della breve cerimonia, il triplice “presente!” ha salutato chi ha sacrificato la propria vita per la civiltà contro la barbarie rossa.
Il portavoce
Il Sacrario dei Martiri Fascisti al Cimitero della Certosa di Bologna
9 AGOSTO 1920: IN MEMORIA DELL’ECCIDIO DI PORTONOVO
Portonovo, 9 Agosto – Una delegazione dell’Associazione “Memento” e del Comitato Pro Centenario 1918-1922 ha ricordato a Portonovo (Bologna) le vittime di uno dei molti crimini dimenticati del Biennio Rosso con un omaggio floreale presso la Tenuta Forcaccio e la targa commemorativa dei Caduti per la Causa Fascista Barbieri Luigi, Ghedini Gesù, Poletti Roberto presente nel locale cimitero.
L’episodio è così ricostruito da Roberto Farinacci in Storia della Rivoluzione fascista:
“Il 9 Agosto a Medicina, nella frazione di Portonovo, mentre i liberi lavoratori, ottenuto – per ben due volte – il nulla osta dalle Autorità, cioè dalle Leghe, attendevano alla trebbiatura nella Tenuta Forcaccia [sic], i leghisti, che lavoravano lì presso nei campi della Bonifica Renana, ebbero l’ordine di sospendere il lavoro e di avanzare in ‘ordine sparso’. I leghisti giunsero dinanzi alla tenuta, si appostarono dietro il muro di cinta che circonda l’aia, e spararono. Spararono molto bene, come provetti cacciatori di anitre, senza trepidazione, e colpirono quasi tutti i liberi lavoratori; quindi si gettarono sui feriti per finirli a colpi di rivoltella, di pugnale e di randello: tre morirono sul posto, gli altri due (meno fortunati) poco dopo all’ospedale. Una delle vittime, il Ghedini, ferito gravemente, ‘si era accovacciato dietro un cumulo di covoni con la rivoltella in pugno. Gli aggressori lo raggiunsero, gli assestarono numerosi altri colpi… ognuno volle sfogare la propria rabbia su quel misero corpo, ridotto ormai un ammasso informe di carne. Uno dei teppisti trascinò a viva forza la moglie del Ghedini presso il cadavere del marito e la minacciò di farle fare la stessa fine. La donna terrorizzata invocò per sé la morte’”.
Ass. Memento – Bologna
Un momento della cerimonia al cimitero di Portonovo
Con queste parole il Dott. Pietro Cappellari, Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Coppola” di Paderno (Forlì), ha commentato la notizia del furto dei mille labari delle squadre d’azione conservati presso l’Archivio Centrale dello Stato
Nettuno, 2 Agosto – «È con incredulità – ha dichiarato Cappellari – che apprendiamo del furto sacrilego avvenuto nel più importante archivio italiano, notizia diffusa oggi, 2 Agosto 2020, dal quotidiano “Libero”. Della situazione di “custodia provvisoria” del materiale appartenente al PNF, con particolare riferimento ai documenti e ai cimeli dell’ente Mostra della Rivoluzione Fascista, ce ne occupammo già diversi anni fa, quando proponemmo la costituzione di un Museo della Storia della Rivoluzione Fascista che potesse raccogliere, classificare e, soprattutto, rendere fruibile ad un vasto pubblico tutto il patrimonio culturale conservato in diversi archivi, non solo di Stato. Scrivemmo, ad esempio, al Museo Storico del Risorgimento, i cui dirigenti avevano mostrato una certa “sensibilità” su questa tematica. Ma la cosa non ebbe nessun riscontro e, poco dopo, non se ne parlò più. Ovviamente, continuammo sulla nostra strada credendo nel progetto. Il 21 Ottobre 2013 e il 1° Maggio 2017, scrivemmo al Direttore dell’ACS chiedendo di poter fotografare labari e bandiere – non solo fasciste – conservate nel fondo MRF per una pubblicazione. Stranamente, non avemmo nessuna risposta. Molto strano se si pensa alla disponibilità sempre dimostrataci dal personale. Nel Maggio 2019, chiedemmo ed ottenemmo la consultazione diretta di alcuni faldoni del fondo Mostra della Rivoluzione Fascista. Cosa che, fatta di persona, non ebbe nessuna difficoltà di attuazione. Oggi, la triste notizia del furto di un materiale storico di valore inestimabile, patrimonio di tutti gli Italiani.
Nel Centenario della Rivoluzione fascista, che cade proprio in questi anni, rinnoviamo con più voce al Ministro della Cultura la necessità di istituire una fondazione e un museo per la storia della Rivoluzione fascista, con annessa biblioteca, che possa finalmente fare luce, senza speculazioni politiche di sorta, senza odio e senza manipolazioni ideologiche, sul passato della nostra Patria. La Storia d’Italia non può più essere ostaggio dei “gendarmi della memoria”». È di queste ore la dichiarazione ufficiale sul caso dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI che si costituirà come parte civile nel processo ai responsabili di questo vergognoso furto che vilipende, ancora una volta, la storia della nostra Nazione.
Il Dott. Pietro Cappellari Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea di Paderno
Uscito il volume che ripropone gli studi di Cappellari su un evento sconosciuto accaduto durante la Repubblica Sociale Italiana
Questo studio sulla cosiddetta “strage di Poggio Bustone” nasce all’interno del progetto di ricerca La Repubblica Sociale Italiana sull’Appennino Umbro-Laziale, opera monumentale in tre “sezioni” che vuole analizzare nei dettagli la storia della RSI nelle provincie di Rieti, Terni e Perugia. Un’opera iniziata nella lontana Estate del 2000, della quale sono a tutt’oggi usciti i primi due volumi: Rieti repubblicana 1943-1944 (Herald Editore, Roma 2015) e Terni repubblicana 1943-1944 (Herald Editore, Roma 2020).
Questo studio che presentiamo singolarmente è la riproposizione dell’apposito capitolo Poggio Bustone, il punto di non ritorno contenuto in Rieti repubblicana. Abbiamo creduto opportuno estrapolare questo testo dal tomo già pubblicato per due considerazioni importanti:
La necessità di un rapido focus su questo tema da parte dei ricercatori, senza consultare l’intero volume (il cui studio rimane, comunque, imprescindibile per la comprensione delle dinamiche storiche legate alla problematica qui “isolata”);
Perché questa è la prima strage partigiana registrata nel corso della storia della Repubblica Sociale Italiana, dove si segnala anche il primo Questore della RSI caduto durante un’opera-zione di polizia.
Era il 10 Marzo 1944, quando una settantina di fascisti (GNR, Polizia, ENR) occuparono il paese di Poggio Bustone per un’azione dimostrativa contro i renitenti alla leva. Al termine dell’operazione, dopo il “rompete le righe” che aveva provocato una dispersione degli uomini, una banda ribelle aveva attaccato il paese occupato, provocando un fuggi-fuggi generale tra i fascisti in “libera uscita”. Undici soldati repubblicani, tra cui il Questore Bruno Pannaria, vennero uccisi, la maggior parte dopo che si erano arresi ed avevano deposto le armi. Altri due, catturati e portati sui monti, furono fucilati il giorno successivo e i loro corpi non furono mai ritrovati. In questo caso non vi fu nessuna rappresaglia, anche perché le Autorità italiane rimasero titubanti sul da farsi e quelle germaniche non erano assolutamente interessate ad una lotta che riguardava solo gli Italiani.
La strage di Poggio Bustone contro i soldati repubblicani è un episodio-simbolo della guerriglia che mai ha trovato spazio nella pubblicistica, se non nelle agiografie resistenzialiste locali che parlano di “battaglie” contro il nemico-politico d’invenzione, il “nazi-fascista”. In realtà, le battaglie vere si fecero in Africa Settentrionale, nelle steppe russe, sui monti della Grecia e dell’Albania, non certamente sul tranquillo colle vicino casa, senza addestramento, senza uomini, senza armi, senza strategia, da chi il militare nemmeno lo aveva fatto e mai aveva visto veramente un fronte di guerra. Sono stragi che pesano sulle coscienze di chi si vantò di epopee mai vissute, scritte con il sangue di innocenti sacrificati sull’altare dell’odio politico.
Nella ricorrenza del centenario dell’“esilio” parmense di Rodolfo Graziani, un gruppo di patrioti, in rappresentanza di tutti gli Italiani memori della propria storia, si è recato al cimitero di Affile (Roma), al cospetto del sarcofago che raccoglie le spoglie del Maresciallo d’Italia Rodolfo Graziani.
Nel 1920, infatti, quello che era il più giovane Colonnello del Regio Esercito, distintosi sui campi di battaglia della Grande Guerra, fu costretto alla residenza di Parma, in tempi in cui essere Ufficiali era considerato dalle masse ubriache di rivoluzione come un “crimine”. Tanto è vero che il Governo emanò disposizioni con le quali si consigliava agli Ufficiali di rinunciare alla divisa, ennesimo affronto che colpiva ciò che di più caro aveva un soldato e che si univa al vilipendio quotidiano dei valori nazionali; alle offese gratuite e violente fatte ai militari, decorati o mutilati che fossero; alla indiscriminata smobilitazione dei combattenti, lasciati soli ed abbandonati alla disoccupazione; alla amnistia per i disertori traditori della Patria in guerra.
Era il barbaro Biennio Rosso, la dittatura del proletariato in cammino.
Disgustato da questa Italia che tradiva i sacrifici dei combattenti, Graziani, in quell’anno, presentò domanda di aspettativa e partì per l’Oriente, viaggiando in Turchia, fino ai confini del Caucaso. Fu una “fuga” di breve durata, il 1921 era prossimo, il Biennio Rosso condannato alla sconfitta dalla reazione squadrista; i tricolori che tornavano ad affacciarsi alle finestre e coprire i monumenti. Per Graziani la “chiamata della vita”: un Comando in Libia, con il quale iniziò la sua carriera coloniale al servizio della Patria, fino all’epilogo della Repubblica Sociale Italiana, durante la quale ricoprì l’incarico di Ministro della Difesa.
Il 25 Luglio 2020, presso il cimitero di Affile, si è tenuta una breve cerimonia in onore di tutti i Caduti italiani, eritrei, etiopi, libici e somali delle Regie Forze Armate in Africa. Dopo aver ricoperto il sarcofago con il tricolore della Patria immortale, il sepolcro è stato bagnato con l’acqua del Tevere e ai suoi piedi è stato acceso un fuoco votivo con i ramoscelli raccolti presso il Tempio di Ercole Vincitore di Roma. Simboli antichi che richiamano la Missione e il Primato dell’Italia cantati dai profeti del Risorgimento, legandoli alla sua storia ancestrale.
Infine, tutti insieme si è recitata La preghiera del Legionario, sugellando nella pietas il ricordo del sacrificio dei Caduti pro Patria et Impero. Ascari, Dubat, Italiani in armi, tutti uniti sotto il tricolore italiano splendente nei cieli d’Africa, davanti alla santa figura di un eroe dell’epoca: Padre Reginaldo Giuliani, Medaglia d’Oro al Valor Militare, caduto innalzando la Croce di Cristo sui morituri, in un ultimo gesto d’amore.
Al temine della breve cerimonia la speranza di tutti è che Affile e Filettino possano consorziarsi con la Regione Lazio e creare, finalmente, un Istituto di Scienze Politiche per l’Africa Italiana, dotato di biblioteca e di museo, per fare luce sul colonialismo italiano, le sue imprese militari e le sue opere sociali e civili, quelle rimosse dai “gendarmi della memoria”, i difensori dell’odio perpetuo. Quelle opere che – dopo quasi un secolo di vilipendi e distruzioni – hanno fatto di Asmara, “la piccola Roma”, una città dell’Africa dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’ONU.
“L’Estate 1925 vide Nettuno proiettarsi per la prima volta in ambito internazionale. Infatti, il Forte Sangallo venne scelto come luogo per la firma degli accordi tra l’Italia, rappresentata da Benito Mussolini, e il Regno Serbo-Croato-Sloveno. Il trattato stipulato il 20 Luglio 1925, prese il nome di Convenzioni di Nettuno. Costituì l’atto finale con cui l’Italia rivendicava i suoi confini nord-orientali. Le Convenzioni saranno poi “faticosamente” ratificate dal Governo serbo-croato-sloveno nel 1928. L’Italia prefigurata da Dante Alighieri aveva raggiunto i suoi confini naturali e Nettuno, ormai città fascista, brillava in ambito internazionale”[1].
[1] P. Cappellari, Il fascismo ad Anzio e Nettuno. Una storia italiana, Herald Editore, Roma 2014, pag. 71.
Forte Sangallo di Nettuno. Primo a sinistra: Dino Grandi. Seduto: il Capo del Governo Benito Mussolini
Il centenario dei “fatti del Luglio 1920”: numerose cerimonie in nome di Gulli, Rossi, Nini e Casciana, martiri della “nuova Italia”
In occasione del centesimo anniversario dei “fatti di Spalato e Trieste” (11-13 Luglio 1920), numerose sono state le iniziative organizzate in diverse zone d’Italia, con epicentro – ovviamente – il Capoluogo giuliano. Il primo evento, per l’appunto, si è verificato a Trieste il 10 Luglio 2020,alla vigilia del centenario del duplice omicidio di Spalato, e ha visto la partecipazione di numerosi patrioti che, dietro il vessillo della gloriosa Dalmazia, hanno sfilato sul “Balkan”, in ricordo dei Martiri italiani di quei giorni.
POLEMICHE FUORVIANTI SULLA MANIFESTAZIONE IN PIAZZA DALMAZIA E PER LA CORONA SUL “BALKAN”
La manifestazione del giorno 10 Luglio in Piazza Dalmazia è stata organizzata, com’è noto e indiscutibile, solamente dalla Fondazione Rustia Traine, dai Dalmati italiani di Trieste e da Trieste Pro Patria. Era aperta a tutti, indistintamente a tutti, gli Italiani di Trieste.
Dopo i discorsi di Nino Martelli e di Renzo de’Vidovich, che riporteremo sul prossimo numero cartaceo de “Il Dalmata Libero”, hanno chiesto di portare un saluto varie organizzazioni presenti, che non erano fra gli organizzatori, ma che hanno aderito alla manifestazione. Su questi saluti è nata una bagarre, perché le Associazioni degli esuli e nazionali non hanno chiesto di portare alcun saluto, e quindi si sono autoescluse da una manifestazione che era, poi, l’unica che si è tenuta a Trieste.
UNA DICHIARAZIONE UN TANTINO PREOCCUPANTE
L’On. de’Vidovich ha snobbato le polemichette ed ha rilasciato, invece, dopo la commemorazione, una preoccupata dichiarazione: «Mi pare che Trieste sia seduta su una polveriera, perché potrebbe diventare il terminale della rotta balcanica adriatica che, solo in questo semestre ha portato in città 6 -7.000 migranti. Dato approssimativo perché la stampa si è fermata ad oltre 5.000 migranti nei primi cinque mesi all’anno e non abbiamo dati sul mese di Giugno. I migranti potrebbero aumentare a dismisura se riprendesse l’immissione minacciata dalla Turchia di Erdogan e che il Covid ha per ora fermato. Inoltre, vi sono parecchi gruppetti di qualche centinaia di persone che fanno riferimento al nuovo prestigio di Putin, parecchie centinaia di persone che fanno politicamente riferimento alla Cina che gestirà buona parte del porto di Trieste, per non parlare di quanti fanno riferimento agli Stati Uniti. Come nel 1953, quando assunsi a 19 anni la responsabilità di liberare Trieste dagli Angloamericani, alleati di Tito e di Stalin (perché l’Italia non era un alleato, ma solo uno stato cobelligerante) lasciando sul campo 7 morti e altri 150 feriti, così ora non analizzerei i globuli rossi ed il tasso di democrazia per quanti sono pronti a servire la Patria. Sono lieto che arrivino a Trieste 300 nuovi Agenti per difendere i due Presidenti, non si capisce bene da chi e, noi – come ho ripetuto in Piazza Dalmazia – che siamo uniti con un vincolo di fratellanza e comunione con i nostri Poliziotti, con i nostri Carabinieri e con i nostri Soldati, speriamo che ci restino per essere inviati sulla frontiera con la Slovenia per bloccare un flusso di migranti che oggi nessuno sa quanti potrebbero essere domani».
Renzo de’Vidovich
PS Presenti alla manifestazione il Presidente della Lega Nazionale, l’Avvocato Paolo Sardos Albertini, storici ultras dell’Unione Sportiva Triestina, Casapound Italia, Forza Nuova, il Comitato pro Centenario 1918-1922 e Veneto Fronte Skinhead. Presenti anche, ma senza alcuna bandiera, l’Assessore regionale all’Ambiente Fabio Scoccimarro e il Consigliere regionale Giacomelli.
L’On. Renzo de’Vidovich arringa i manifestanti. A destra, di profilo, Nino Martelli
Un momento della manifestazione
OMAGGIO A GULLI E ROSSI AL PINCIO DI ROMA
A cent’anni dall’uccisione a Spalato del Comandante Tommaso Gulli e del motorista Aldo Rossi (11 Luglio 1920), Coordinamento Adriatico APS e l’Associazione Dalmati Italiani nel Mondo – Libero Comune di Zara in Esilio renderanno omaggio privatamente al busto del Comandante Gulli sul Pincio di Roma.
Alle ore 9:00 di Sabato 11 Luglio, con una breve cerimonia privata verrà, deposta una corona ai piedi del busto con l’unica finalità di ricordare il Sacrificio della Medaglia d’Oro al Valor Militare Gulli e della Medaglia d’Argento al Valor Militare Rossi che – nonostante fossero stati colpiti a morte – restarono indomiti al loro posto ed evitarono così rappresaglie nei confronti della folla minacciosa dalla quale provenivano gli spari.
Anche se non erano dalmati, il loro gesto ed il loro supremo sacrificio interpretavano quello storico messaggio del quale mezzo secolo prima si erano fatti interpreti sia Niccolò Tommaseo che l’ultimo Sindaco italiano della città, Antonio Baiamonti, un messaggio alla base di quella pacifica convivenza instaurata da secoli e che sarebbe continuata se il vento della storia non avesse soffiato sugli opposti nazionalismi provocando guerre mondiali e dittature le cui ferite ancora oggi stentano a rimarginarsi.
La data dell’uccisione di Gulli e Rossi, alla quale seguirà dopo meno di un anno l’abbandono di Spalato da parte della Regia Nave “Puglia”, su cui erano imbarcati, preannunciava l’inizio della cancellazione della comunità italiana di Spalato, così come sarebbe avvenuto a Sebenico, nelle isole ed in tutta quella parte della Dalmazia incorporata nel Regno dei Serbi Croati e Sloveni, dal 1929 Regno di Jugoslavia. Un’ operazione tristemente portata a termine in maniera quasi definitiva con i bombardamenti di Zara durante la Seconda Guerra Mondiale e le successive operazioni di pulizia etnica nel capoluogo dalmata, abitato in prevalenza da italiani ed annesso al Regno d’Italia con il Trattato di Rapallo nel 1920 in maniera internazionalmente riconosciuta.
Come succederà in Istria e a Fiume poco più di un ventennio dopo, la piccola comunità italiana di Spalato nel 1920 pagò le conseguenze dei conflitti internazionali. La Regia Nave “Puglia” comandata dal Capitano di Corvetta Gulli e sulla quale lavorava il motorista Rossi, era lì a garantire la sopravvivenza degli Italiani di Spalato nel momento in cui la sorte della città dalmata dopo la Prima Guerra Mondiale era ancora in bilico tra rivendicazioni italiane conseguenti al Patto di Londra e jugoslave sostenute accanitamente dalla locale popolazione croata. L’equipaggio adempì a tale compito in maniera pacifica ed impeccabile anche dopo l’assassinio del suo Comandante e del suo motorista.
Fedeli al “Ti co nu – nu co ti” pronunciato a Perasto nella Dalmazia montenegrina il 23 Agosto 1797, Sabato 11 Luglio 2020, alle ore 9:00, in Viale dell’Orologio, sul Pincio a Roma, i giuliano-dalmati renderanno omaggio al sacrificio del Comandante Gulli e del motorista Rossi.
Coordinamento Adriatico
PS in serata, anche l’Associazione Nazionale Combattenti Italiani in Spagna, rappresentata dal Segretario Nazionale Juan Carlo Gentile, in accordo con il Comitato pro Centenario 1918-1922, ha reso omaggio al busto del Cap. Gulli al Pincio, deponendo ai piedi del manufatto una corona d’alloro bordata dal tricolore della Patria, simbolo di gloria militare.
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IN MEMORIA DI GIOVANNI NINI, NOVARESE CADUTO PER L’ITALIA A TRIESTE CENTO ANNI FA
Associazione Memento e il Comitato pro Centenario 1918-1922hanno ricordato a Premosello (Verbania) la figura del diciassettenne Giovanni Nini, assassinato da terroristi slavi a Trieste il 13 Luglio 1920 durante il comizio dei Fasci di Combattimento convocato da Francesco Giunta in seguito all’eccidio di Spalato dell’11 Luglio, nel quale vennero uccisi il comandante Tommaso Gulli e il motorista Aldo Rossi.
É stato possibile grazie al nipote dell’eroe, l’omonimo Giovanni Nini, ottenere preziosa documentazione sulla figura di Nini, ed effettuare un omaggio floreale presso la targa commemorativa presente nella cappella di famiglia all’interno del cimitero comunale.
Figlio di Giuseppe Nini, ex emigrato negli USA, nazionalista e tra i primi aderenti al Fascio di Combattimento di Premosello, il diciassettenne Giovanni Nini dopo avere frequentato con ottimo profitto l’Istituto Salesiano di Novara intraprese la professione di cuoco, prima in Liguria e poi a Trieste. Proprio a Trieste il 13 Luglio 1920 troverà la tragica morte a causa di un accoltellamento, mentre presenziava ad un’adunata del Fascio triestino: è in questo contesto che s’inserisce il famoso incendio dell’Hotel “Balkan” (allora sede delle associazioni panslave nel capoluogo friulano). Fu lì sepolto perché secondo il padre Giuseppe “il cielo di Trieste è uguale a quello di Premosello”; ai funerali, ai quali non poté assistere il fratello in quanto ancora impegnato come soldato in Albania, parteciparono tremila persone con delegazioni di tutti i partiti, compresi i socialisti (così i giornali locali di allora e un telegramma a Giovanni Giolitti).
Una pubblicazione agiografica della federazione novarese del Partito Nazionale Fascista degli anni trenta così ricordava la vicenda:
Il 13.7.1920 in seguito ai fatti di Spalato, il Fascio Triestino di Combattimento invitava a comizio la cittadinanza per protestare contro le violenze jugoslave. Mentre l’On. Giunta parlava all’immensa folla che attenta ascoltava la narrazione degli avvenimenti, il cameriere Nini Giovanni, conosciuto nella città per i suoi nobili e alti sentimenti di Italiano, veniva aggredito da alcuni individui e colpito alle spalle da tre pugnalate, in seguito alle quali poco dopo moriva. La notizia fu conosciuta immediatamente e comunicata dall’On. Giunta alla folla, la quale già eccitata per i fatti di Spalato diventò esasperata. Si formò un imponente e tumultuoso corteo per le vie di Trieste. Giunto il corteo all’Hotel “Balkan” fu accolto da colpi di rivoltella e da bombe a mano che partivano delle finestre e dal tetto di detto hotel. I feriti furono parecchi: i più ardenti fra i dimostranti, giunti presso le saracinesche dell’albergo, dopo non lievi sforzi riuscivano ad abbatterle, ed entrati nei locali, appiccarono fuoco al mobilio. In breve tempo tutti i locali ardevano: chiamati i pompieri, questi non poterono che limitarsi a circoscrivere l’incendio. L’interno dell’albergo non era che un immenso rogo. Vennero in seguito devastati la sede della delegazione jugoslava, i locali del Banco Adriatico e della Cassa di Risparmio Croata, e diversi appartamenti di elementi croati. Il giorno 16 ebbero luogo i funerali del Nini, funerali imponenti a spese della Federazione dei lavoratori della mensa con somme raccolte fra il personale degli esercizi pubblici. Assisteva al funerale anche il padre della vittima” (cfr. Partito Nazionale Fascista – Federazione dei Fasci di Combattimento Novara, Biografie di Caduti per la Rivoluzione, Stabilimento Tipografico Cattaneo, 1936 – XIV).
Nel 1939 l’Amministrazione comunale di Premosello autorizzò l’affissione di una lapide commemorativa del Martire Fascista sotto i porticati delle scuole cittadine recante la scritta “Quando una fede è stata ed è consacrata dal sangue vermiglio degli adolescenti non può fallire non può morire e non morrà. Mussolini”; lapide che fu rimossa dai partigiani a guerra terminata e riconsegnata ai familiari che la conservano tutt’oggi in struttura privata.
Negli anni ‘80 il nipote fece richiesta all’Amministrazione comunale democristiana di inserire il nome dello zio nel monumento ai Caduti. Nella domanda si spiegava che “il 4 Novembre 1918 infatti segna la fine della Prima Guerra Mondiale con l’Impero Austro-Ungarico; ma perdurò cruenta la guerriglia italo-slava fra il Regno d’Italia e il Regno di Serbia, Croazia e Slovenia. La manifestazione del 13 Luglio 1920 in Trieste non è dunque un fatto politico avulso dal conflitto bellico, bensì ha un effettivo legame storico e temporale con la guerra”.
La preghiera fu accolta con il consenso degli allora rappresentanti delle associazioni partigiane (Donelli Dante e Piolini Bruno, ex combattenti) e il nome di Giovanni Nini è inserito nel monumento ai Caduti nel settore dedicato alla Grande Guerra.
Un clima di pacificazione di uomini che, testimoni diretti delle pagine tragiche del secolo scorso (il nipote si trovava a Premosello nell’Agosto del 1944 durante la rappresaglia tedesca e svolse il servizio militare come Alpino in Alto Adige durante gli anni delle bombe) ben sapevano come la negazione del ricordo non avrebbe potuto che riportare all’odio e allo scontro nelle future generazioni.
“Proditoriamente colpito da ferro slavo in Trieste il 13 luglio 1920 emetteva l’anima sua bella al cielo nel bacio del signore”: questa è la scritta che campeggia sulla lapide commemorativa nel cimitero del suo paese natale.
“Ucciso perché Italiano”,venne scritto allora dal Parroco sui registri parrocchiali: è proprio per questo che la Repubblica Italiana avrebbe dovuto, a cent’anni dalla morte, ricordare anche il sacrificio di Giovanni Nini.
Associazione Memento
La lapide in memoria di Giovanni Nini presente nel cimitero di Premosello
Giovanni Nini
L’articolo di “Libero” sulla cerimonia
A TRIESTE IL RICORDO DEL CENTENARIO DEI “FATTI DI SPALATO” E DELLA RISCOSSA NAZIONALE E POPOLARE DEL LUGLIO 1920
La mattina di Sabato 11 Luglio 2020, i patrioti giuliani, guidati da una delegazione ufficiale del Veneto Fronte Skinheads e del Comitato pro Centenario 1918-1922, si sono ritrovati presso il Cimitero S. Anna di Trieste, dove hanno effettuato un “presente” in onore dei Martiri di Spalato e di Trieste presso l’Ara dei Martiri fascisti.
Ricorrendo i cento anni del duplice omicidio di Spalato (11 Luglio 1920) e del duplice assassinio di Trieste (13 Luglio 1920), tutti per mano slava, i patrioti giuliani hanno scelto di ricordare i “dimenticati”, i quattro Italiani – Gulli, Rossi, Nini e Casciana – che con il loro sangue scrissero una pagina di gloria della storia nazionale, nel cui nome il popolo italiano si sollevò come un’anima sola, iniziando quella reazione che, pochi mesi dopo, porterà alla fine del tragico e criminale Biennio Rosso e fisserà al Monte Nevoso i sacri confini della Patria.
Durante il Regime, Cascina e Nini verranno riconosciuti come Caduti per la Causa nazionale ed elevati sugli altari degli onori pubblici. Solo nel dopoguerra, la loro memoria è stata cancellata e lo stesso monumento al Ten. Casciana, costruito nel 1937 nella natia Gela, venne distrutto da furia iconoclasta nel 1953, per odio antifascista.
Il Ten. Luigi Casciana
Successivamente, il gruppo si è riunito davanti alla tomba di Ariella Rea, la giovane maestra triestina vittima di un attentato terroristico anti-italiano a Lubiana, il 10 Giugno 1942. La tomba, di cui nessuno sapeva più nulla, è stata individuata nei giorni precedenti, grazie ad una ricerca condotta dal Comitato pro Centenario. È stato così effettuato, dopo 78 anni di oblio, un “presente” che ha unito nel ricordo la cara memoria della maestra Ariella, con i Martiri di Spalato e di Trieste, tutti uccisi per mano slava e in odio al loro essere degli Italiani.
Nel prossimo futuro è previsto il completo restauro del sepolcro della giovane triestina e la sua restituzione al culto e ai pubblici onori.
Sempre a Trieste, nel pomeriggio, presso la Sala UniCusano di Via Severo, si è tenuta l’attesa conferenza del Dott. Pietro Cappellari, Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea di Paderno (Forlì), dal titolo I Martiri di Spalato e di Trieste. Cento anni di battaglie per l’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.
Davanti un folto pubblico, venuto anche da fuori regione, Cappellari ha ricostruito nei dettagli il clima di quei primi mesi del 1920 quando, in pieno Biennio Rosso, l’Italia sembrava sull’orlo della rivoluzione bolscevica, in preda a convulsioni sociali e politiche, straziata da scioperi, violenze e disordini di stampo anarco-socialista, in ginocchio davanti alle prepotenze degli ex-alleati francesi e britannici, succube degli arbitri degli Stati Uniti d’America. In questo quadro, proprio a Trieste, grazie all’opera di Francesco Giunta, il Fascio si impose come un elemento nuovo della scena politica cittadina, capace di attirare le simpatie di una parte non trascurabile del popolo triestino, superando il piccolo consenso di nicchia che raccoglieva tra i Volontari di Guerra e gli irredentisti. Nasceva quello che passò alla storia come il “fascismo di frontiera”, un fascismo caratteristico, nuovo se vogliamo, in grado di essere un vero e proprio “laboratorio politico” dal quale prenderanno ispirazione, nei mesi a seguire, tutti gli “altri” fascismi che si stavano organizzando in Italia.
Il fascismo di frontiera triestino, infatti, fu il primo a costituire delle squadre d’azione con le quali rintuzzare le violenze massimaliste e porre sulla difensiva le organizzazioni slave e del Partito Socialista messo infine in ginocchio con la successiva costituzione dei Sindacati Economici Nazionali fascisti, che svuoteranno progressivamente i sindacati rossi di iscritti.
Nell’ottica di una pacificazione tra le parti un tempo in lotta, Cappellari ha ricordato come la reazione italiana nacque a seguito dei decennali soprusi che le comunità slave esercitarono contro l’elemento italiano nella regione, culminati – poi – nei fatti di Spalato e Trieste che rappresenteranno un punto di svolta decisivo nella storia della nostra Nazione.
A proposito del “Balkan”, sono state citate le parole dello storico Apollonio, che ben evidenzia cosa rappresentava, all’epoca, l’edificio per tutti quei Triestini che non avevano svenduto al massimalismo il loro innato sentimento nazionale:
Collocato com’era al centro della città, rappresentava il simbolo dell’avanzata slava a Trieste agli inizi del secolo. Era la manifestazione tangibile dell’importante posizione economica e culturale raggiunta dagli Slavi in città – non solo dagli Sloveni, ma dai Croati, dai Serbi, da Cechi. Era il monumento alla Slavia futura, quella del trialismo austro-slavo-ungherese che avrebbe fatto di Trieste la massima città slava sul mare dell’Impero. […] All’inizio del secolo nessun Italiano, per quanto tiepido fosse il suo spirito nazionale, poteva passare innanzi alla Narodni Dom senza provare un senso di malessere, di stizza, di ostilità e di sottile timore. […] Per i nazionalisti italiani simboleggiava un’epoca di timori mai venuti meno, era il segno tangibile delle aspirazioni slave su Trieste, era le testa dell’idra balcanica annidata nella città latina, civilissima.
Qualcosa che si dimentica troppo spesso. Comunque, la reazione contro il “Balkan” non fu solo opera dei fascisti, ma del popolo triestino che quel fatidico giorno affollava la piazza per protestare contro l’ennesima impunita violenza slava anti-italiana.
Cappellari ha incitato a superare lo scontro e gli odi, in nome della riconciliazione tra i popoli, perché oggi è necessario difendere l’Europa, la sua storia, la sua civiltà, tutti insieme, senza più divisioni. E ha ricordato il contributo degli Slavi, cittadini italiani, all’edificazione della nuova Italia, come al loro sacrificio nei ranghi delle Regie Forze Armate su tutti i fronti di guerra. Ma non solo. A chi ha parlato di un fascismo anti-slavo per genetica, Cappellari ha ricordato le chiare parole del già citato Apollonio, che nei suoi studi non dimenticò il contributo degli Sloveni e dei Croati alla Rivoluzione fascista:
Gli iniziatori del movimento [slavo filo-italiano] furono dei modesti pubblicisti che fin dal 1919-20 avevano fatto apparire a Gorizia un periodico, parzialmente finanziato, di tempo in tempo, dal Governo italiano. Erano gli Sloveni che ritenevano la collaborazione con l’Italia indispensabile e che trovavano sostenitori […].
Quando il gruppo passò al fascismo nel 1921, il grosso degli aderenti – si disse – proveniva da tutt’altra direzione; erano spesso degli Sloveni rossi che, delusi dalla scissione di Livorno, avevano abbandonato il movimento classista per cercare altrove una promessa di riscatto. In quelle valli abbandonate, in quelle terre carsiche confinarie, la politica assumeva strane configurazioni e a degli ex-rossi poteva esser piaciuto quel movimento che era guidato da un socialista originale, come poteva apparire, da lassù, Benito Mussolini.
[…] L’idea, poi, di formare delle squadre fasciste slovene, deve aver galvanizzato molti giovani, che sfilarono in Centurie per Gorizia, fin dall’Ottobre – mentre le squadre slovene dell’Istria nord-occidentale cooperavano alla conquista della Prefettura di Trieste [durante la Marcia su Roma]!
É interessante un intervento di Giunta a Montecitorio, in risposta alle consuete lagnanze di Wilfan per il mancato rispetto della lingua slava: «Onorevole, venga alle sfilate fasciste e sentirà come si usi impeccabilmente lo sloveno nel dare ordini alle squadre dei suoi connazionali in camicia nera».
[…] In Istria il fascismo slavo non nacque nel 1922, ma nei due anni precedenti, a fianco di quello italiano e fu quasi coevo. […] Il fascismo nei centri con prevalenza etnica croata non fu quasi mai capeggiato dagli Italiani locali, ma per lo più da autoctoni croati. E così le squadre fasciste periferiche furono spesso etnicamente omogenee.
È stato ricordato come la cosiddetta “snazionalizzazione delle minoranze” – che sembrerebbe un crimine addossabile al solo Fascismo – era, invece, una prassi comunemente accettata da tutti gli Stati in quegli anni e che le prime leggi in proposito risalgono a ben prima dell’avvento del Fascismo, applicate con rigore dallo Stato liberale e democratico del tempo. Effettivamente, esisteva un’altra prassi per la “gestione” delle minoranze: era quella della deportazione e dell’espulsione coatta, come avvenne, per esempio, per la comunità greca da millenni insediata sulla costa occidentale della Turchia. Molto strano, oggi, che tutti coloro che parlano di “violenza antislava fascista”, non dicano nemmeno una parola sulle tragiche deportazioni delle minoranze che hanno effettuato tutti gli Stati (anche democratici), come sospetta è la rimozione radicale della snazionalizzazione subita dagli Italiani residenti nel Nizzardo, in Tunisia, a Malta, tanto per citare i casi meno conosciuti. Si tratta delle stesse persone che giustificano lo sterminio delle popolazioni istriano-fiumano-dalmate da parte degli Slavo-comunisti, ma non hanno tentennamenti nel denunciare la “violenza bestiale” della snazionalizzazione della comunità slava da parte del Regime fascista. In realtà, l’Italia considererà degni di uguali diritti gli Slavi abitanti nella regione. Assimilandoli, li considerò “uguali” agli Italiani. Se non fosse stato così, li avrebbe espulsi e deportati. Sta di fatto che dopo un Ventennio di “soprusi”, “violenze”, “angherie” – e chi ne ha, più ne metta – compiuti dai fascisti – in realtà dal legittimo Governo italiano – sulla minoranza slava presente nei confini nazionali, nel 1945 queste minoranze erano ancora tutte là, con la loro lingua (un dialetto sloveno), i loro costumi, le loro case, i loro beni, le loro proprietà. Bastarono “quindici giorni” di “liberazione comunista” perché l’intera civiltà italiana presente da millenni sulle coste nord-orientali dell’Adriatico venisse cancellata per sempre. Nel sangue di un olocausto senza precedenti nella storia della regione.
Due pesi, due misure, evidentemente. Ma noi, no, non dimentichiamo.
Il portavoce
Il sepolcro ritrovato di Ariella Rea
L’Ara dei Martiri fascisti nel cimitero di S. Anna a Trieste
AL VITTORIALE NEL CENTENARIO DEI FATTI DI SPALATO
Il 13 Luglio 2020, un nucleo di patrioti bresciani, guidati da una delegazione ufficiale del Centro Studi “Walter Spedicato” di Brescia e del Comitato pro Centenario 1918-1922, si è recato presso il Vittoriale degli Italiani per rendere omaggio alla memoria del Cap. Tomaso Gulli e del Marinaio Aldo Rossi, assassinati a Spalato l’11 Luglio 1920, per mano croata.
I responsabili del gruppo si sono recati sulla Nave “Puglia” ed hanno deposto una rosa bordata del tricolore della Patria sulle lapidi che riportano le motivazioni delle Medaglie al Valor Militare concesse ai due martiri italiani.
Il Cap. Gulli fu decorato di Medaglia d’Oro con la seguente motivazione:
Comandante della Regia Nave “Puglia” a Spalato, avendo avuto notizia che i suoi Ufficiali erano assaliti da una folla di dimostranti, si recava prontamente a terra con motoscafo, consciamente esponendosi a sicuro rischio di vita, col solo nobile scopo di proteggere e ritirare i suoi Ufficiali. Fatto segno a lancio di bombe e scarica di fucileria, benché ferito a morte, nascondeva con grande serenità di spirito la gravità del suo stato e, con contegno eroico e sangue freddo ammirabile, manteneva l’ordine e la disciplina fra i suoi subordinati, evitando che nell’eccitazione degli animi il MAS con cannone e poi la “Puglia” colle artiglierie usassero rappresaglia. A bordo sottoposto ad urgente operazione chirurgica, moriva poco dopo, fulgido esempio di alte virtù militari.
Il portavoce
L’omaggio a Gulli e Rossi sulla Nave “Puglia” al Vittoriale degli Italiani
TRIESTE, 13 LUGLIO 2020: NONOSTANTE I DIVIETI I DALMATI E I PATRIOTI GIULIANI RICORDANO IL MARTIRIO DI NINI E CASCIANA, CADUTI PER LA CAUSA NAZIONALE
A chiusura delle importanti manifestazioni per il centenario dei “fatti del Luglio 1920”, l’On. Renzo de’Vidovich ha promosso una cerimonia in ricordo del Ten. Casciana e del patriota Nini assassinati dagli Slavi.
Nonostante le limitazioni imposte dalle Autorità, un corteo silenzioso si è snodato per le vie di Trieste, da Piazza della Borsa ove sorge la statua “depotenziata” di d’Annunzio fino ai portici del Comune in Piazza Unità, ove fu vigliaccamente accoltellato Giovanni Nini.
Una nuova corona d’alloro, simbolo di eroismo, è stata deposta in ricordo di tutti gli Italiani vittime dell’odio politico slavo.
Alla cerimonia ha partecipato anche un rappresentate del Comitato pro Centenario 1918-1922.
Il portavoce
OCCULTATE E PROIBITE LE MANIFESTAZIONI PER RICORDARE IL CENTENARIO DEI MORTI PER LA DALMAZIA ITALIANA
In una Trieste blindata è stato impedito di portare in una Piazza Unità d’Italia spettrale e senza persona alcuna, nella tarda mattinata di oggi 13 Luglio 2020, una corona d’alloro in ricordo di Giovanni Nini, ucciso in Piazza Unità il 13 Luglio 1920, mentre protestava per l’uccisione della MdOVM Tommaso Gulli e della MdAVM Aldo Rossi, assassinati a Spalato l’11 Luglio 1920, per evitare che potesse essere contestato l’operato del Governo nei confronti della Slovenia, avvallato dalla presenza dei Presidenti delle Repubbliche italiana e slovena.
Una striminzita delegazione che poteva contenere al massimo 12 persone ha potuto, però, ugualmente deporre una corona d’alloro sotto il Porticato del Municipio di Trieste, dove cent’anni fa era stato ucciso il diciassettenne Giovanni Nini. È stato impedito dalle forze dell’ordine di attraversare i 30 metri di Piazza Unità sotto il Municipio e la delegazione ha dovuto di nascosto e alla chetichella portare la corona con il labaro di Dalmazia ed i pannelli raffiguranti i quattro italiani uccisi cent’anni or sono, passando sul retro del Municipio e tenendo la Commemorazione dei quattro Caduti nella parte retrostante i portici municipali.
L’On. de’Vidovich ha, infatti, iniziato il suo intervento, senza microfoni e amplificatori tassativamente vietati, dicendo: «Di nascosto, come ladri, ricordiamo sul posto dove Giovanni Nini di 17 anni fu assassinato a colpi di baionetta da un commando jugoslavista che è poi fuggito riparando nell’Hotel “Balkan”. Rincorso dalla gente disarmata che partecipava alla manifestazione di protesta per l’eccidio di Spalato, si è formata sotto l’Hotel “Balkan” una folla di Italiani che andava crescendo, per cui il Tenente Luigi Casciana chiamava i soldati italiani della vicina caserma, oggi non più esistente, che addirittura con una postazione di mitragliatrice proteggeva l’hotel dalla folla inferocita, tenuta a debita distanza da Carabinieri e Guardie Regie. Un gruppo di terroristi, dalle finestre del secondo piano, affittate all’organizzazione jugoslavista denominata Narodni dom, gettava incomprensibilmente bombe a mano e sparavano colpi d’arma da fuoco, ferendo a morte il Tenente Casciana che li proteggeva e ferendo il Commissario di Pubblica Sicurezza Ernesto Valentino oltre ad un’altra ventina di cittadini inermi. Quindi, prima di fuggire provocavano l’incendio dell’intero edificio, partito infatti dal secondo piano, come le numerose foto del tempo dimostrano».
L’On. de’Vidovich ha espresso in quest’occasione lo sdegno dei Dalmati e degli Italiani di Trieste per il fatto che, per ordine di qualche alto funzionario, sia stata asportata la corona d’alloro che era stata deposta qualche giorno prima in ricordo dei Caduti di Spalato e di Trieste, in particolare, del Tenente Luigi Casciana, assicurando che verrà presentata una denuncia penale alla Magistratura per individuare il responsabile di operazione dell’illecita operazione e provvedere ad intentare contro di lui un procedimento penale.
Nel mentre ha espresso ancora una volta la solidarietà e la simpatia dei Dalmati e degli Italiani di Trieste verso le forze dell’ordine, ha sottolineato l’amarezza e la delusione per il fatto che i Caduti del 1920 siano stati dimenticati ed occultati da parte del Presidente della Repubblica italiana che, ha detto de’Vidovich, trova sempre più difficile chiamare come aveva fatto in passato, “il nostro Presidente della Repubblica”.
Tra le pagine “dimenticate” della nostra storia nazionale, quelle in cui sono elencati i crimini contro l’umanità commessi dai guerriglieri italiani tra il 1943 e il 1945 sono le più “pesanti”. Come hanno illustrato coraggiosi studiosi del calibro di Giorgio Pisanò, Gianfranco Stella, Antonio Serena o Giampaolo Pansa, troppe violenze commesse impunemente contro innocenti sono state cancellate o, quando non era possibile dimenticarle: giustificate, minimizzate, “contestualizzate”. Si è finiti così per uccidere due volte degli innocenti, sepolti nella fossa comune della memoria scavata dai famosi “gendarmi” al servizio del comunismo, anche quando questa ideologia fallimentare di odio e terrore si è eclissata.
Tra il Marzo e il Giugno 1944, lungo il confine tra le provincie di Terni e di Rieti si verificarono episodi di violenza inenarrabile, dettati da odio politico, che colpiranno persone innocenti cui nulla poteva essere addebitato. Tra le numerose vittime di questo “odio inestinguibile” come lo ha definito Marcello Marcellini in suo pregevole studio, particolare impressione hanno destato gli assassini di cinque donne. Azioni partigiane da sempre occultate e, quando non era possibile nasconderle, presentate sotto un “filtro” che conduceva molto lontano dalla realtà dei fatti. Un filtro politico, giustificazionista ovviamente, che esulando dal fatto principale che le donne uccise nulla avevano fatto per meritare tale violenza, finiva per infangare la stessa memoria delle vittime, ridotte a “spie” senza dignità umana o semplici prostitute al soldo dell’invasore.
Tali eventi sono riemersi dalla “fossa comune” della memoria in cui erano confinati grazie al progetto di ricerca La Repubblica Sociale Italiana sull’Appennino Umbro-Laziale condotto dal Dott. Pietro Cappellari, opera monumentale in tre “sezioni” che vuole analizzare nei dettagli la storia della RSI nelle provincie di Rieti, Terni e Perugia. Un’opera della quale sono a tutt’oggi usciti i primi due volumi: Rieti repubblicana 1943-1944 (Herald Editore, Roma 2015) e Terni repubblicana 1943-1944 (Herald Editore, Roma 2020).
Nell’ambito di questa ricerca, Cappellari ha voluto “isolare” i cinque omicidi di donne avvenuti, per l’appunto, sul confine ternano-reatino, dando alle stampe un pregevole studio dal titolo Femminicidi” partigiani. Questo volume ripropone quanto già scritto nei due volumi citati e rilanciato sulla piattaforma http://www.academia.edu
Il lettore perdoni il termine politicizzato di “femminicidio” che serve solo a far comprendere la tematica oggetto di questa rapida analisi. La società risponde a degli “istinti” e l’utilizzo di questi termini permette una più agevole recezione al grande pubblico di quanto si narra.
Con questo piccolo gesto si è salvata la memoria di cinque donne, dimenticate e vilipese per troppo tempo. No. La memoria non può più essere ostaggio dei “gendarmi” del pensiero unico. La libertà e la realtà storica sono beni troppo preziosi.
Il 26 Giugno 1920, dopo che un reparto di Bersaglieri si era ammutinato per non partire per l’Albania, la città di Ancona insorse, scatenando una violenta rivolta che coinvolse tutta la regione, guidata da elementi anarchici, nella convinzione che fosse giunta l’ora della rivoluzione bolscevica.
L’insurrezione fu repressa nel sangue dalle Forze Armate inviate appositamente da Giolitti: oltre venti morti, centinaia di feriti. Lo Stato liberale e democratico aveva proceduto come sempre, sparando sui rivoltosi e annichilendo sul nascere ogni progetto rivoluzionario.
Tra i nove caduti delle Forze Armate si annoverano anche due militari che, durante il Regime fascista, furono annoverati tra i “Caduti per la Causa nazionale”, ossia quegli Italiani che si erano opposti al dilagare della violenza socialista-massimalista: il S.Ten. Giovanni Ramella e il soldato Ubaldo Marchiani che, secondo le ricostruzioni, fece scudo con il suo corpo all’Ufficiale nel mirino dei “rossi”.
Ramella è da considerarsi come il primo fascista assassinato dai sovversivi durante il Biennio Rosso. Infatti, fu ricordato per essere stato il fondatore del Fascio di Ostiano, in provincia di Cremona.
Nel ricordo di tutti i caduti e le vittime di quei giorni, il Comitato pro Centenario ha patrocinato due manifestazioni in omaggio dei Caduti per la Causa nazionale Ramella e Marchiani.
Ad Ancona è stato effettuato un omaggio floreale presso il Monumento ai Caduti della città, mentre ad Ostiano – dove, dopo una ricerca del Comitato, è stata finalmente ritrovata la tomba dell’Ufficiale caduto – è stato organizzato un “presente” nella Cappella dove il S.Ten. Ramella riposa il sonno degli eroi.
Per la prima volta, dopo 76 anni, il tricolore della Patria è tornato a svettare sui sepolcri di chi è caro alla Nazione.
Comitato pro Centenario 1918-1922
GIOVANNI RAMELLA, PRESENTE!
Ostiano, 27 Giugno. In veste del Comitato pro Centenario 1918-1922, vari militanti di realtà locali e limitrofe si sono dati appuntamento al cimitero di Ostiano (Cremona) per ricordare, esattamente a cent’anni dalla sua scomparsa, il primo caduto fascista antecedente all’avvento della Marcia su Roma. Il Sottotenente di Fanteria Giovanni Ramella, nato ad Ostiano il 17 Settembre 1898 e fondatore del Fascio locale nel piccolo Comune cremonese. Egli, durante i moti rivoluzionari delle Marche, perse la vita durante la rivolta di Ancona, in giorni di grande agitazione e scene di barbarie inaudite tipiche del Biennio Rosso. Disarmato e intento a parlamentare coi rivoltosi per sedare l’assedio di forte Savio e poter raggiungere lo scopo di far recapitare vettogliamento a dei soldati asserragliati all’interno, venne assalito e ucciso dai sovversivi. Guadagnandosi ai posteri l’alto riconoscimento di Caduto per la Causa nazionale. Siamo qui per ricordare chi, a distanza di un secolo, ci precedette nel grande percorso di amor patrio, sacrificio e spirito invitto.
Il portavoce
Il S.Ten. Ramella, primo martire fascista assassinato dai sovversivi durante il Biennio Rosso
RAMELLA E MARCHIANI, PRESENTI!
Ancona, 28 Giugno. I patrioti delle Marche, in nome del Comitato pro Centenario 1918-1922, si sono recati oggi pomeriggio presso il Monumento ai Caduti di Ancona, per ricordare il termine della violenta rivolta anarco-bolscevica del 1920 e rendere omaggio ai martiri di quei giorni, con particolare riferimento al S.Ten. Giovanni Ramella e al soldato Ubaldo Marchiani. I due saranno annoverati tra i Caduti per la Causa nazionale e, in loro memoria, sui luoghi dell’evento delittuoso compiuto dagli anarchici, venne eretta una lapide ad eterna memoria, perché le future generazioni non dimenticassero la barbarie rossa e chi cadde per un’Italia libera, unita, grande.
Il Monumento ai caduti, straordinaria opera dell’architetto Guido Cirilli inaugurata nel 1930-VIII, decorata di elmi, spade e fasci littori, rappresenta un manufatto unico nel suo genere, affacciato sul mare, costruito a mo’ di tempio per il culto agli eroi d’Italia. Al suo interno, conservata una pergamena, ancor oggi monito ai nemici della Patria, guida per i patrioti tutti: “Dal sangue degli eroi sorsero nei secoli le opere che più altamente affermano la nobiltà dello spirito umano. Dal sangue purissimo e generoso dei figli che prima d’ogni altra città Ancona diede alla grande guerra redentrice, sorga perenne il monumento che sta a simbolo d’amore agli Italiani. Fiero ed austero ammonimento agli stranieri”.