Roma, 24 Dicembre – Nel centesimo anniversario del Natale di Sangue (24-29 Dicembre 1920), si è tenuta a Roma, presso il Tempio nazionale del perpetuo suffragio di tutti i Caduti di tutte le guerre, in Piazza Salerno, una Santa Messa in memoria dei Legionari dannunziani e dei soldati del Regio Esercito morti durante quei giorni di battaglia e di tutti gli Italiani caduti per l’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Il 24 Dicembre di cento anni fa si concludeva, con il sangue dello scontro fratricida, l’esperienza di Fiume d’Italia retta da Gabriele d’Annunzio capace di salvare l’onore che l’Italia si era guadagnata con la Vittoria nella Prima Guerra Mondiale e di lasciare una testimonianza indelebile di “poesia al potere”, di italianità creatrice e di sogni capaci di rimanere vivi al sorgere del sole. “Abbiamo chiamato questo evento Baciami fratello, non mi maledire – dichiara Emanuele Merlino, presidente del Comitato 10 Febbraio – non per ricordare le colpe ma solo l’amore per l’Italia. Sono orgoglioso per le numerosissime adesioni pervenute e nonostante la situazione pandemica abbia limitato le presenze grandissima è stata la partecipazione in spirito. In fin dei conti – prosegue Merlino – è lo stesso d’Annunzio ad averci ricordato che Si spiritus pro nobis qui contra nos. Ringrazio tutte le associazioni che immediatamente hanno voluto condividere l’evento e, soprattutto, Benito D’Eufemia e lo storico Pietro Cappellari per aver proposto e, nei fatti, permesso il ricordo di questo momento della storia d’Italia che, seppur tragico, è nostro dovere commemorare, omaggiare, fare nostro.” L’iniziativa, ispirata dal Comitato pro Centenario 1918-1922, è stata realizzata dal Comitato 10 Febbraio insieme alla Federesuli, alla Lega Nazionale, all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, all’Associazione Nazionale Dalmata, al Movimento Nazionale Istria Fiume Dalmazia, alla Società di Studi Fiumani, all’Associazione Nazionale Volontari di Guerra, all’Associazione Nazionale Arditi d’Italia, all’Associazione Nazionale Carabinieri Sezione Roma EUR, all’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci “Enrico Toti”, all’Associazione Bersaglieri d’Italia “Guglielmotti”, alla Società Dalmata di Storia Patria, all’Associazione Guardie d’Onore al Pantheon e al Circolo Rex.
Ferrara, 20 Dicembre. In occasione del centesimo anniversario dell’Eccidio di Ferrara (20 Dicembre 1920), i patrioti dell’Emilia e della Romagna si sono recati, su iniziativa del Comitato pro Centenario 1918-1922, a rendere omaggio a tutti Caduti di quella tragica giornata, quando nelle strade si scontrarono i fascisti con i socialisti. Le Guardie Rosse, appostate sul Castello Estense per tendere un’imboscata ai fascisti, non esitarono a sparare sulla folla. Al termine degli scontri, restarono sul terreno un totale di sei caduti: due socialisti, un passante (Giuseppe Salani) e tre fascisti: Franco Gozzi di 20 anni, Angelo Pagnoni di 24 anni e Natalino Magnani di 15 anni. La cittadinanza, stanca di due anni di violenze anarco-massimaliste, condannò con decisione l’ennesimo atto di barbarie commesso dai sovversivi: una folla di migliaia di persone accompagnò i funerali dei tre fascisti e gli stessi famigliari del passante ammazzato dalle Guardie Rosse vollero celebrare insieme alle camicie nere l’addio al loro congiunto. Da quel giorno, Ferrara non fu più la stessa: il socialismo aveva capitolato, era finito il Biennio Rosso. In occasione di questo Centenario, i patrioti dell’Emilia e della Romagna hanno deposto un omaggio floreale davanti al Castello Estense, dove un tempo sorgeva una lapide ricordo dei Caduti, emblematicamente distrutta dai comunisti nel dopoguerra. Poi, si sono recati presso la Basilica di S. Maria in Vado, dove sono ricordati tutti i ferraresi immoltatisi per la gloria della Patria immortale, sostando in silenzio davanti alle lapidi che ne tramandano alle generazioni future l’esempio. Infine, il “Presente!” alla tomba di Gozzi nel cimitero cittadino.
Ferrara, Castello Estense. Il luogo ove sorgeva la lapide in memoria del Martiri del XX Dicembre, divelta dall’odio politico nel dopoguerraFerrara, Basilica di S. Maria in Vado. L’omaggio commosso ai Caduti per la grandezza della PatriaFerrara, Basilica di S. Maria in Vado. Mosaico del fascio fiammeggiante su fondo tricolore, simbolo dei Martiri fascistiFerrara, Certosa. Il “Presente!” alla tomba di Franco Gozzi, il primo caduto dei tragici eventi del 10 Dicembre, assassinato dai sovversivi
Da oggi la memoria dei Martiri di Ferrara non sia più nascosta nella “fossa comune” della storia cittadina, ma sia posta alla base dell’educazione di tutti i ferraresi, perché nell’amor della Patria si possa raggiungere l’agognata pacificazione nazionale.
Bologna, 13 Dicembre 2020 – I patrioti dell’Emilia e della Romagna, su iniziativa del Comitato Pro Centenario 1918 – 1922, in occasione del Centenario dei “fatti di Palazzo D’Accursio” del 21 Novembre 1920, hanno ricordato la figura di Giulio Giordani depositando un mazzo di fiori con i colori della Patria presso la targa commemorativa posta ove il Martire abitava, in Via Guerrazzi. Poco dopo, la stessa delegazione si è recata presso la prima sede del Fascio di Combattimento di Bologna, in Via Marsala n. 30 – quella sede che vide personaggi come Leandro Arpinati, Dino Zanetti, Pietro Nenni, Mario e Giudo Bergamo – deponendo un altro omaggio floreale in ricordo di tutti i Caduti per la Nazione.
Il Consigliere comunale Giulio Giordani, assassinato dai sovversivi in Aula
La mitizzazione che la vulgata resistenziale ha fatto della vicenda storica in questione ha sempre tralasciato due importanti profili. In primo luogo, lo sdegno che scatenò la piazza dei fascisti e dei combattenti a fronte delle scelte dell’Amministrazione socialista neoeletta di issare in luogo del Tricolore la bandiera dell’Internazionale nel Palazzo Comunale; in secondo luogo, la barbara uccisione del Consigliere liberale Giulio Giordani, Avvocato e decorato al Valor Militare della Grande Guerra, nonché fondatore del Comitato d’Azione dei Mutilati di Guerra.
L’omaggio a Via Marsala, prima sede del Fascio di Combattimento di Bologna
L’omaggio in Via Guerrazzi, sull’abitazione del Consigliere Giulio Giordani assassinato dai negatori della Patria
I patrioti bolognesi hanno anche scritto al Sindaco della Città per chiedere che venga ripristinata nell’Aula consigliare l’antico manufatto che ricordava il più tragico episodio mai avvenuto in quell’assise, manufatto poi fatto “sparire” nel dopoguerra. La lapide con busto eretta in Palazzo d’Accurso il 22 Novembre 1925-III recitava solenne: “Giulio Giordani / due volte combattente e due volte Martire / del destino d’Italia / Mutilato di Guerra / vindice della Santa Vittoria / fu colpito in questa Aula consigliare del Comune / ma risorse nel cielo della Patria / per benedire alla riscossa della romana virtù / per vivere eterno nella luce della sua gloria”.
Il manufatto commemorativo di Giulio Giordani del 1925-III, “scomparso” nel dopoguerra
L’avere ricordato con un semplice gesto l’eroismo di coloro che tornati dal fronte intesero difendere il valore della Vittoria dalle forze politiche antinazionali è oggi motivo per il quale la stessa storiografia debba avviare una rivalutazione di queste vicende superando la retorica antifascista.
Nettuno, 6 Dicembre – Con una simbolica cerimonia patriottica, questa mattina è stato ufficialmente inaugurato il Parco della Rimembranza e dei Martiri delle foibe. Hanno aderito l’Assessore Claudio Dell’Uomo, il Consigliere comunale Genesio D’Angeli, il Paracadutista Bruno Sacchi Comandante del Reparto di Nettunia dell’Associazione Nazionale Arditi d’Italia e gli ex-Consiglieri comunali Roberto Gigli e Rodolfo Turano.
«È con particolare emozione – ha dichiarato il Dott. Pietro Cappellari, cittadino onorario del Libero Comune di Capodistria in Esilio e fiduciario locale del Comitato “10 Febbraio” – che riconsacriamo questo giardino al culto della Patria. Dal 1946 si era persa questa memoria storica. Oggi, con questo atto, compiamo un gesto dall’alto valore spirituale che unisce simbolicamente i 600.000 Caduti per il raggiungimento dei sacri confini d’Italia con i Martiri delle foibe. È solo il primo passo. Questo parco, che prossimamente sarà oggetto di un profondo recupero, sarà negli anni a venire il cuore pulsante della nostra Nettuno, meta dei pellegrinaggi delle scolaresche nelle date sacre alla Patria. Abbiamo mantenuto e potenzieremo la proiezione di parco giochi, perché il sorriso dei bambini possa allietare questo ricordo d’amore verso i Caduti della nostra Nazione. Un luogo di amore patriottico che sia da esempio per tutti i Comuni d’Italia. C’è bisogno di una pacificazione nazionale. In tutte le città dove ancor compaiono vie dedicate a Stalin, Tito e Togliatti, si inaugurino vie ai Martiri delle foibe, a Norma Cossetto, agli Eroi dell’ARMIR. Il caso di Reggio Emilia, dove è stata respinta l’intitolazione di una via alla Medaglia d’Oro Cossetto stuprata ed infoibata dai partizan titini, deve far riflettere tutti. Siamo in Italia e Reggio Emilia è e rimarrà la patria di nascita della nostra sacra bandiera tricolore».
Una storia d’amore e d’avventura di Pietro Cappellari, ambientata anche a Nettuno e Rieti
Dopo una trentina di saggi, studi storici profondi, ineccepibili ed irripetibili (…un altro Cappellari non lo troveremo mai) “esce” a dispetto del covid e della “dittatura di regime”, il primo romanzo, Tora Tora, “storia d’ amore e d’avventura”, ambientato nel periodo del cosiddetto “golpe Borghese”, proprio dell’amico Cappellari. Dottore in Scienze Politiche, Dottore magistrale in Storia e Società, collabora con la Fondazione della R.S.I., è il Direttore del periodico “L’Ultima Crociata” e della Biblioteca di Storia Contemporanea “Coppola” di Paderno (Forlì); cittadino onorario di Capodistria (in esilio) e, come già accennato, autore di fondamentali studi e saggi sul nostro territorio, ma non solo. Adesso è alla prova con quello che può definirsi un romanzo storico.
In questo racconto, ambientato negli anni Settanta, gli interpreti sono a volte facilmente riconoscibili, almeno per chi conosce le vicende ed i protagonisti, altre volte possono apparire più misteriosi e nascosti, quasi di fantasia.
Proprio in questi giorni ricorre il 50° anniversario degli eventi presi in esame ed il Dottor Cappellari è un classe ‘75, nasce mentre si chiude la guerra del Vietnam, viene inaugurata Gardaland, esce nelle sale Amici miei, muore Pasolini, i Queen pubblicano A night at the opera, il loro quarto album, che consacrerà la band britannica nel panorama del rock mondiale. Nascono oltre al Cappellari, anche Drew Barrymore, Angelina Jolie, Anna Valle, Charlize Theron, Martina Colombari (per fortuna): il Torino vincerà, dopo 27 anni, quello che ad oggi è il suo ultimo titolo nel calcio.
Veniamo ai fatti in cui si ambienta Tora Tora: nella notte tra il 7 e l’8 Dicembre 1970, il Principe Junio Valerio Borghese – ex Comandante della Decima MAS, a capo del Fronte Nazionale – guida un tentativo di colpo di stato, definito in codice Operazione “Tora Tora”. Il riferimento è all’attacco giapponese a Pearl Harbor del 1941.
Il golpe verrà definito come un atto “iscritto in un disegno lucido” ma “velleitario”, nonostante esponenti di Avanguardia Nazionale fossero penetrati, con il consenso delle Forze dell’Ordine (?), fin dentro il Ministero degli Interni, impossessandosi di ben 200 mitra. Si eviterà, inoltre, presumibilmente, di sottolineare il ruolo giocato dai Servizi segreti e i rapporti con le Forze Armate. Le poche condanne comminate (per cospirazione politica e associazione a delinquere) saranno assai miti. La Corte d’Assise d’Appello nel Novembre 1984 assolverà comunque tutti da ogni accusa. Il 24 Marzo 1986, la Cassazione confermerà definitivamente l’assoluzione generale. Per la giustizia, il “golpe Borghese” non era mai avvenuto.
Ai tempi dei fatti, sera del 7 Dicembre 1970, io facevo le scuole medie presso l’Istituto “San Franceso d’Assisi” di Nettuno. Ricordo distintamente mio padre, Loreto Sulpizi, Maresciallo di P.S. e cinofilo alla Caserma “Piave” di Nettuno, rientrare con faccia seria, contrariamente al solito, e dire a mia madre: «Stasera dormo in caserma, ordine di servizio ci rivediamo dopodomani!»…
Duecentoventiquattro pagine, un antefatto, 13 capitoli ed un epilogo: si parte da Nettuno, Marzo 1945, dalla mai dimenticata Piazza Regina Margherita. Io abitavo in Via Bainsizza che dallo stradone del cimitero americano, incrociando Via Ala, Via Zara, Via Monte Grappa e Via IV Novembre, dopo aver accarezzato il bar dei Mille, defluisce in quella che oggi qualcuno tenta di chiamare, nel disinteresse generale, Piazza Garibaldi, davanti al forno dove il mitico Aristodemo “faceva la guardia”… Poi le vicende si spostano a Roma, in Via Quattro Fontane, dove ci sarà il primo, ma non ultimo “tutti a casa”, un copione destinato a ripetersi. Poi, a Bergamo nel 1953, ma soprattutto a Trieste, con Leone estasiato dalle notizie e dal clima patriottico che si viveva in Piazza Unità d’Italia. Il Leone dell’Ultima Crociata, delle notti insonni a comporre articoli e giornali. E, poi, l’Italia del ’69. Dopo gli anni passati in Congo dal nostro Leone, sono anni rivoluzionari; gli incidenti di Genova; il Concilio Vaticano (purtroppo) II, che cancellerà una Tradizione millenaria, si vende l’anima al diavolo, per esser al passo coi tempi; l’Ungheria; l’invasione della Cecoslovacchia, i ragazzi di Buda, i ragazzi di Pest; Bolzano ‘61, gli attentati dinamitardi, ma anche, per chi come me aveva dieci anni, l’Italia che vince a Roma contro la Jugoslavia il suo unico Europeo di calcio.
Il 12 Dicembre ‘69, un ordigno esplode nella sede milanese della Banca Nazionale dell’Agricoltura; il 18 Aprile 1970 a Genova il Volontario Ugo Venturini, sarà il primo di una lunga serie di caduti fascisti, mentre difende il palco del comizio di Giorgio Almirante. In un clima di crisi, “strane ombre si aggirano per Roma, con strani cappucci, nonostante scivolino fra piazze religiose, non sono uomini di Chiesa”…
Il romanzo, nella Primavera del ’70, si sposta in luoghi dove ho consumato decine di scarpe da ginnastica: Rieti, il “Quattro Stagioni”, Via Roma, Viale Maraini, il cimitero comunale e poi Posta, Vindoli, Leonessa, Spoleto, Poggio Bustone. Il triangolo Rieti-L’Aquila-Terni non aveva per me segreti: a Rieti, molti militavano in movimenti neofascisti, cameratescamente, tanto e vero che la sede di Avanguardia Nazionale era nei medesimi locali della Federazione del MSI.
Si arriva e si torna nella Capitale, Estate 1970, si intreccia con Firenze, Peschiera e siamo a Settembre, Torino, Sarmana: Autunno caldo, quello che molti speravano stesse per compiersi o forse no!
Ne abbiamo già parlato: i militanti di Avanguardia Nazionale si devono recare in Via dell’Arco della Ciambella, nel cuore di Roma… e le pagine scorrono sotto forma di romanzo, intorno all’Operazione “Tora Tora”, sullo sfondo di una Italia in fermento, fra ribelli giovani e meno, pronti a sacrificarsi per la Causa a prescindere, ignari di molte cose.
Roma o Mosca, faceva freddo, pioveva, delusione, dubbi, non resta che raggiungere le macchine e riparare a casa… “Saliamo in auto, scompariremo nella nebbia della Salaria”: rimarranno solo due souvenir, per collezione… del resto, il 24 Marzo 1986 la Cassazione confermerà definitivamente l’assoluzione generale.
Bello come un romanzo, teso come un thriller, affascinante e cupo come un noir, misterioso come un giallo di Maigret, scorrono fluide e veloci le oltre 200 pagine. Io l’avrei condito con qualche pagina alla Il postino suona sempre due volte o come Torbido inganno di Lana ed Andy Wachowski: scusa Pietro! Ma fa niente, tanto per la Giustizia, il “golpe Borghese” non è mai avvenuto.
Poggio Bustone, 28 Novembre 2020 – “La famiglia di Lucio Battisti dovette abbandonare Poggio Bustone nel 1947 perché colpita dall’odio comunista.”
Lo afferma il ricercatore storico Pietro Cappellari, che stamattina nel cimitero di Poggio Bustone (Rieti) ha reso omaggio alla tomba di Alfiero Battisti, padre del noto cantautore Lucio.
“Il padre di Lucio Battisti, Alfiero, classe 1913, militò nella RSI come Brigadiere della Guardia Nazionale Repubblicana. Nel dopoguerra fu arrestato, a seguito di denunce, poi risultate non veritiere, presentate contro di lui da due esponenti del PCI.
Sembra che subì anche un’aggressione personale. A causa dell’odio dei comunisti, con la famiglia dovette abbandonare Poggio Bustone e spostarsi nel 1947 a Vasche di Castel Sant’Angelo, sempre in provincia di Rieti.
Nel 1950 avvenne il definitivo trasferimento nella Capitale della famiglia Battisti, emigrazione forzata che portiamo a conoscenza degli abitanti di Poggio Bustone, i quali giustamente vorrebbero creare un museo e altre iniziative in ricordo di Lucio.”
Lo afferma il ricercatore storico Pietro Cappellari
Nettuno (Roma), 25 Novembre 2020 – Ieri, il giornalista Paolo Giordano sulle pagine del quotidiano “Il Giornale”, ha sollevato la questione dei presunti finanziamenti alla destra politica del cantautore Lucio Battisti. In un articolo pubblicato oggi, il giornalista torna sull’argomento e porta testimonianze che indicano il padre di Battisti come facente parte delle Camicie Nere e vittima di un “pestaggio” da parte di alcuni partigiani.
Nella questione si inserisce il ricercatore storico Pietro Cappellari. Nel suo libro Rieti Repubblicana 1943-1944, edito da Herald Editore nel 2015, dedicato alla storia della Repubblica Sociale Italiana nel territorio reatino, lo scrittore attesta che Alfiero Battisti era un Brigadiere in servizio presso la 116a Legione della GNR di Rieti.
“Nel dopoguerra – racconta Pietro Cappellari – due esponenti del PCI locale lo denunciarono alle Autorità per essere stato Volontario nelle Campagne di guerra in Grecia e Albania, inquadrato nella Milizia fascista, promosso per meriti fascisti e proposto al grado di Ufficiale sempre per meriti eccezionali. I due comunisti lo accusarono di essere un ‘usurpatore’ e una ‘spia’, benché il Battisti avesse aiutato alcuni sbandati alla macchia [durante la RSI]. Nonostante fosse stato ammonito dai ribelli, il Battisti aveva proseguito il servizio nella Guardia Nazionale Repubblicana e quindi il PCI e i sedicenti partigiani si auguravano nella loro denuncia che al più presto questa ‘feccia d’Italia’ potesse essere ‘distrutta’.
A seguito di questo esposto, il 6 Marzo 1945 Alfiero Battisti fu arrestato, ma rilasciato tre giorni dopo poiché le indagini effettuate nei mesi precedenti fecero cadere tutte le accuse. Anzi, i due firmatari smentirono le loro stesse dichiarazioni – conclude Cappellari – uno ammise «di aver firmato la denuncia in buona fede» mentre l’altro, Segretario del locale PCI, dichiarò di essere stato lontano da Puggio Bustone all’epoca dei fatti e di aver firmato la denuncia «basandosi unicamente su delle voci pervenutegli al suo ritorno»”.
Nettuno, 2 Novembre. Nel giorno che la Tradizione dedica al ricordo dei defunti, il Comune di Anzio, rappresentato dal Consigliere comunale Angelo Mercuri, ha deposto un omaggio floreale al Campo della Memoria, il cimitero di guerra italiano ove riposano il sonno degli eroi i Caduti della Repubblica Sociale Italiana.
Dopo le preghiere di rito e la benedizione del Diacono, i convenuti si sono stretti in commosso raccoglimento intorno alle tombe che ricordano chi si sacrificò per l’onore e la libertà della Patria.
Hanno rappresentato la comunità nettunese l’ex-Consigliere comunale Dr. Roberto Gigli e il Dott. Pietro Cappellari, Direttore del periodico “L’Ultima Crociata”.
Al termine della breve ma sentita cerimonia religiosa, Giuseppe Mindopi, a nome dei Volontari del Campo della Memoria, ha ringraziato tutti i presenti, dando l’appuntamento alla prossima cerimonia patriottica.
“Italia ‘90”: l’eclissi dello sport più bello del mondo
Diciamolo subito, chi fa ricerca storica divora libri con passione, a livello industriale. E, seppur per passione, la fornace brucia libri finalizzati ad un obiettivo: la ricerca. Per questo, poco spazio c’è per la lettura d’amore, ossia il leggere per leggere, per provare emozioni. Magari davanti ad un camino acceso, senza più quella matita in mano, pronta a sottolineare questo o quel passaggio. Un lusso che noi ricercatori, probabilmente, non ci possiamo permettere. Eppure, ogni tanto sogniamo di perderci in un libro. Per questo sono stato tentato di prendere un volume edito dall’amico Alessandro Amorese, a capo della Eclettica Edizioni, che mi ricordava un tempo in cui si sognava con molta facilità.
Si tratta del libro di Matteo Fontana, Un’Estate in Italia, che racconta il mondiale di calcio del 1990, perso dalla nostra nazionale, un mondiale legato alla mia giovinezza, perché io c’ero… e c’ero in prima fila quella notte dell’8 Luglio 1990, in mezzo ai tifosi germanici ad esultare per quella vittoria. Mi ci aveva portato mio papà, grande ultras del Milan in giacca e cravatta, come premio per il rendimento scolastico e come “consolazione”. Infatti, mio fratello, anche lui milanista, era reduce dalla gloriosa trasferta di Barcellona del 24 Maggio 1989, quando il Milan stellare di Arrigo Sacchi aveva vinto la Coppa dei Campioni. Un’esperienza unica… e per un tifoso della Roma quale ero io… impossibile. Mio padre, “per carità di patria”, volle essere magnanimo e generoso e far vivere anche a me un’emozione irripetibile. Fu così che venni catapultato nella bolgia trinceresca dell’Olimpico dell’amaro mondiale del 1990, col cuore che batteva insieme alle gradinate che tremavano al grido teutonico di battaglia «D!» (Deutschland), urlato dagli ultras tedeschi, con al collo la sciarpetta giallo-nera del Borussia Dortmund, frutto di un improvvisato gemellaggio con un biondo germanico esaltato, che aveva accettato in cambio la mia della magica Roma.
Davanti all’invitante libro pubblicato da Amorese, all’atto della scelta, avevo preferito aspettare. C’erano decine di libri che dovevo ancora studiare, quando avrei avuto il tempo di rilassarmi con il volume di Fontana? E, poi, diciamo la verità, la nostalgia non è un sentimento che mi piace. Tanto meno essere nostalgici a 45 anni!
Eppure, quella «D!» urlata allo stadio olimpico come un guerriero di Arminio prima della battaglia, ancora risuonava nelle mie orecchie e, un giorno, liberatomi improvvisamente da pressioni editoriali, sono “schizzato sulla fascia” e ho preso il libro.
Il tratto di Fontana è sublime, riesce a portare il lettore in quel mondo fatato che era l’Italia degli anni ’80. Gli anni del benessere economico, dei paninari, degli hambuger. Di Rocky e di Rambo. Il 1990 doveva essere solo il primo anno di un nuovo decennio di gloria e benessere e il destino, così benigno con quegli Italiani, aveva fatto sì che questo nuovo periodo aureo si aprisse con una corona iridata di portata storica: il mondiale. Che l’Italia, la grande Italia, non poteva che vincere.
Eppure, tutto questo castello disneyano crollerà un giorno, quella maledetta sera del 3 Luglio 1990, quando l’Italia, in semifinale, perse ai rigori contro l’Argentina. Una cicatrice indelebile sul volto della nostra Nazione, una crepa che, di lì a poco, farà crollare la diga. Tutto sarà spazzato vita, in un vortice pauroso durante il quale nessuno pensò mai a quali vascelli si era dato fuoco, quali ponti erano stati fatti saltare, cosa e chi era rimasto indietro.
I mondiali degli anni ’90 vanno ricordati per essere gli ultimi in cui giocarono la Germania Ovest, la Iugoslavia, l’Unione Sovietica! Ma anche gli ultimi con Cossiga alla Presidenza della Repubblica ed Andreotti come Presidente del Consiglio. Quel mondo e quell’Italia, sarà destinato alla scomparsa, ma nessuno, in quel 1990, interessava tutto ciò, nessuno. Nessuno poteva immaginare il tramonto di Craxi, “sagace Primo Ministro e grande estimatore e consumatore del gentil sesso”, come ama sovente ricordare l’amico Alberto Sulpizi, in tempi in cui questa non era un’offesa, ma un vanto dell’italico valor. E, il calcio, lo sport per eccellenza, era “roba da uomini”, quando questa definizione non era sanzionata per legge, ma una costatazione di natura. E sugli spalti c’erano anche gli hooligans, perché il calcio, anche quello non giocato, rimaneva “roba da uomini”. E i violenti non erano solo loro. Perché il mondiale italiano lasciò sulle strade numerosi feriti ed anche un morto, un tifoso britannico finito sotto un’auto mentre fuggiva da un Italiano… armato di accetta!
Di bambini allo stadio non se ne vedevano certo. Non era mica il circo quello. E se qualche adolescente andava, lo faceva a suo rischio e pericolo. Ricordo ancora le corse con mio padre fuori lo Stadio Olimpico durante i frequenti scontri tra milanisti e romanisti, per schivare i sanpietrini che volavano sulle nostre teste, tra le bombe carta che scoppiavano, i fumogeni che trasformavano in Ade quei giardinetti… corsa che finiva davanti al primo cancello dello stadio, non importava quale, dove si entrava a spinta, mostrando biglietti di tutt’altro settore. Nessuno si scandalizzava. Il calcio era anche quello. Il futuro avrebbe cancellato tutto ciò. In campo, come sugli spalti. Ma nel 1990 tutto ciò sembrava impossibile.
Eppure la sentenza era stata già scritta. Ma nessuno l’aveva letta. O aveva avuto tempo di leggerla, perdendosi nell’esaltazione di una stagione storica straordinaria. I gradoni dello Stadio Olimpico, umidi e freddi, dal sapor di littorio, erano scomparsi per uno stadio futuristico da sogno. Era la speranza di un domani migliore. Il risultato di una evoluzione verso il futuro. Nessuno avrebbe mai immaginato che, finiti i mondiali, quelle strutture sarebbero diventate obsolete e il calcio un investimento per Società per Azioni.
Ma chi ci pensava a queste cose?
Chi avrebbe mai pensato che tutta quella “costruzione” – che dietro i fasci di luce abbagliante, lasciò l’amaro conto di 24 morti sul lavoro – potesse creare un disastroso buco di bilancio che avremmo continuato a pagare per decenni?
Ma quella era l’Italia che costruiva, andava avanti, donava speranza, creava lavoro, fiumi di miliardi – delle care e vecchie Lire! – con cui si fabbricava il futuro, quotidianamente. E tutti ne gioivano. L’Italia era una locomotiva, quinta potenza mondiale, che andava veloce, inarrestabile, con un combustibile camorristico da favola chiamato “tangenti”. E chi sarebbe mai stato quel pazzo che avrebbe fermato questa corsa verso la gloria?
Il calcio, abbiamo detto. Quel calcio romantico. Fatto di bandiere e di passioni. Di fedeltà ad una maglia, ad una squadra, ad un simbolo. Per tutti era così. Doveva essere così. Ma la sentenza di morte era stata già pronunciata ed anche questa volta nessuno ci aveva fatto caso. Del resto, il Milan di Berlusconi – una squadra stellare come mai nella storia di questo sport – era solo l’espressione più genuina dell’Italia di quegli anni. Chi avrebbe mai pensato allo sport come un investimento, alle televisioni a pagamento che avrebbero sostituito le gracchianti radioline, ai giocatori che sarebbero diventati semplici impiegati di questa o quella società, viziati ventenni, magari analfabeti ma con tanti soldi “da scatenare una guerra”?
Eppure gli ingredienti di questa trasformazione, di questa esecuzione pubblica, c’erano già tutti. Ma nessuno ci fece caso. L’Italia avrebbe vinto il mondiale, del resto. Ed aperto una nuova era, una progressione in linea col passato, non certo la sua negazione. Come, però, poi fu. La Coppa Campioni, il simbolo stesso del dominio continentale, scomparve così, in nome di un campionato europeo da sostituire a quello nazionale, ormai considerato “provinciale”. Nel 1990, un’affermazione del genere avrebbe fatto ridere. Una manciata di anni dopo, fu la triste e vuota realtà.
In quel mondiale italiano, in ogni senso, gli arbitri avevano ancora la tradizionale divisa nera – non erano dei canarini multicolori come quelli di oggi – e furono i portieri a disegnare l’eleganza sportiva con maglie straordinariamente variegate che faranno, per la prima volta, storia. In campo v’erano leggende del tempo: Higuita, Gascoigne… e, per l’Italia Baggio e Schillaci. Saranno questi due “Signori del calcio” a trascinare la Nazionale in semifinale, conducendo un sogno che si infrangerà traumaticamente al San Paolo di Napoli, dove mancherà – tra l’altro – la spinta propulsiva del pubblico di Roma.
I napoletani, del resto, amavano troppo il loro Maradona, simbolo del riscatto di un’intera città. Il Vesuvio, quella notte, rimase silenzioso. L’intera Italia attendeva il suo ruggito. Purtroppo, andò così. Quel silenzio, dopo tanto chiasso e tanta festa, fu funereo. Rimase negli anni successivi, come a simboleggiare il volto del nuovo decennio che stava per cominciare. Un decennio che, secondo le previsioni dei giornalisti di sinistra, sempre pronti a lordare il proprio Paese ed esaltare il Terzo Mondo, avrebbe visto il sorgere del calcio africano. Nemmeno questa funerea – per il calcio europeo – previsione si avverò. Assisteremo, invece, all’africanizzazione delle Nazionali d’Europa e l’Africa rimarrà al palo, a contare ancora i chilometri che separano i villaggi dal primo pozzo d’acqua potabile…
All’indomani dell’eclissi dell’Italia di Azelio Vicini – eclissi che sarà poi quella di un’intera Nazione e non solo calcisticamente parlando – un gigante del giornalismo come Gianni Brera evidenziò la “insoddisfazione morale che ci veniva dall’andazzo del nostro sport: il totale disprezzo dell’etica via via assunto dai nostri club, intesi a un mercenarismo del tutto deteriore, insensibili agli stessi diritti del vivaio”. “Un sistema che si rifà allo spreco e alla grandigia anziché alla ricerca e alla preparazione del meglio”. E, infine, la condanna: “Giochiamo [nel nostro campionato] con tutti gli assi stranieri, assicurando loro comprimari indigeni: e proprio con questi, ai mondiali, vorremmo prevalere?”.
Parole che resteranno inascoltate. Da quel giorno, l’Italia non sarà più la stessa. Una manciata di anni spazzarono via un mondo, l’Europa, il calcio, ridotto oggi ad un circo spettacolare fatto di posti numerati al coperto e riscaldati, pronti ad ospitare bambini addobbati come alberi di Natale con i loro genitori vestiti griffati. Asettici. Disinfettati. Tutto, del resto, ha un prezzo. Anche il cestino di pop corn a 25 Euro.
Chi non ha vissuto quegli anni, non ha vissuto il calcio inteso come sport, come sfida. Al San Paolo si spense non solo una Nazionale, ma un mondo che forse aveva fatto il suo tempo. Ma il calcio, no, forse si poteva salvare. Vogliamo credere che fosse possibile. E anche quando nel 2006, l’Italia vinse il mondiale, con quella divisa con inserti blu scuro e numeri stranamente d’oro, beh, quella non era solo una divisa inusuale. Era un altro calcio. Che con lo sport non c’entra nulla. E, per una volta, possiamo dirlo. Con supponenza e fastidio: «Ma che ne sanno i duemila?».
Importante riconoscimento concesso al famoso ricercatore di Nettuno
L’ Avv. Piero Sardos Albertini, Presidente della Fameia Capodistriana, l’associazione costituita nel 1956 dagli esuli fuggiti dalla ferocia slavo-comunista e, nel 1969, costituitasi in Libero Comune di Capodistria in Esilio, ha insignito il Dott. Pietro Cappellari del prestigioso quanto esclusivo titolo di “socio onorario”.
Cappellari, Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Coppola” di Paderno (Forlì), che da 25 anni si batte in difesa dell’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, ha all’attivo numerose manifestazioni culturali in ricordo dei Martiri delle foibe e dell’esodo istriano-fiumano-dalmata. Autore nel 2006 del “raid motociclistico” Nettuno-Trieste-Pola-Fiume-Zara-Ragusa-Bar-Nettuno, nel 2013 è stato il fondatore, insieme al Prof. Alberto Sulpizi, del Comitato Nettunese Pro Gabriele d’Annunzio e curatore della mostra Fiume-d’Annunzio-Nettuno: il Poeta armato e le sue città (Forte Sangallo di Nettuno, 18-22 Settembre 2013). Alla storia del confine orientale ha dedicato due importanti volumi della sua vasta produzione letteraria: Fiume trincea d’Italia. Il diciannovismo e la questione orientale: dalla protesta nazionale all’insurrezione fascista 1918-1922 (Herald Editore, Roma 2019); e Crimini partigiani in Balcania. Documenti della Mostra della Rivoluzione fascista (Edizioni del Centenario, Roma 2020). Nel Febbraio 2020, è stato invitato dal Comune di Ciampino (Roma) a tenere una conferenza in Aula consigliare per il Giorno del Ricordo, esibendosi in un monologo che ha avuto anche l’apprezzamento della Presidenza della Repubblica. Infine, nel Settembre del 2020, in qualità di fiduciario del Comitato “10 Febbraio”, è stato autore della proposta che ha portato all’istituzione del Parco della Rimembranza e dei Martiri delle foibe nella sua Nettuno.
Il 25 Settembre 2020, all’unanimità, l’Assemblea Generale della Fameia Capodistriana – associazione aderente all’Unione degli Istriani – Libera Provincia dell’Istria in Esilio – ha concesso il titolo di “socio onorario” al Cappellari con la seguente motivazione: “[…] Per la Sua attività in difesa dell’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia ed, in particolare, per la ricerca storica da Lei effettuata sulla tragica vicenda del martirio della giovanissima capodistriana Iolanda Dobrilla, barbaramente assassinata dai partigiani nel mese di Aprile del 1944, in località Cottanello (Rieti)”.
«È con particolare emozione – ha dichiarato Cappellari – che apprendo della concessione della cittadinanza onoraria del Libero Comune di Capodistria in Esilio, la città della Medaglia d’Oro Nazario Sauro. Città cui mi lega la storia di Iolanda Dobrilla, vicenda cancellata dalla memoria collettiva, riscoperta durante le mie ricerche sulla Repubblica Sociale Italiana nel Reatino. Si tratta di un riconoscimento davvero importante, se si pensa che l’ultima concessione riguardò nientemeno che Maria Pasquinelli, una gigante della storia d’Italia. Essere al suo fianco, ora, è per me qualcosa di incredibile. Ringrazio di vero cuore il Presidente Avv. Piero Sardos Albertini e tutti i fratelli della Fameia Capodistriana, ponendomi al loro fianco per la difesa dell’italianità della nostra Capodistria. Un atto di Civiltà, compiuto per amor di Patria, nel ricordo di tutti coloro che difesero i sacri confini della nostra Nazione».