ENEA, IL FONDATORE DELLA STIRPE ROMANA

Un nuovo studio sull’Eroe per tornare alle origini della nostra Civiltà

Milano, 26 Aprile – Le edizioni Ritter, nella collana “Quaderni di Thule”, hanno dato alle stampe l’ultimo lavoro del Dott. Pietro Cappellari, Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Coppola” di Paderno (Forlì), sulla figura di Enea, il fondatore della stirpe romana.

«In questa epoca di decadimento – ha dichiarato Cappellari – sembrano sprofondare tutti i valori sui quali la Civiltà europea ha creato il suo imperio nel mondo. Tipico di questo periodo è l’“inversione dei significati”, per cui le tenebre diventano la luce, il brutto si trasforma in bello, le devianze in virtù, il vile in eroe. Una grottesca metamorfosi della realtà, di cui è espressione il neo-linguaggio progressista ad esempio, che getta l’Uomo negli abissi di un inferno dantesco. Già Evola e Guenon avevano cantato la loro rivolta contro il mondo moderno e lo stesso Spengler parlava di “tramonto dell’Occidente”, ossia della Civiltà europea. Quella Civiltà che ha costituito l’asse portante dell’umanità per millenni, costruita sul mito degli Eroi, sembra sempre più sprofondare nella palude del quotidiano indistinto, senza passato, senza futuro. In questo scenario, gli Eroi vengono cancellati o addirittura trasformati nel loro opposto. Per questo, l’indignata constatazione di Adriano Romualdi rimane, drammaticamente, sempre più attuale: “Quel che non perdono al mio tempo è di aver costruito l’alibi della propria viltà diffamando gli Eroi”. Davanti tutto ciò, sembra impossibile vedere la luce del mattino nell’oscurità del tramonto in cui viviamo. Per questo, il mito di Enea – dell’Enea-Eroe, il fondatore della stirpe romana – è fondamentale. L’Uomo sano deve ripartire per la reconquista dalle proprie radici. Smascherando la vulgata che diffama appositamente Enea dipingendolo come un profugo apolide, riscoprendo invece la sua storia, il suo messaggio, il suo eroismo solare. Questo breve saggio su Enea assuma la funzione del fulmine durante il wagneriano Crepuscolo degli Dei che siamo costretti ad osservare. L’“uomo primitivo”, che incarna questa epoca di decadenza, ha paura del tuono che squarcia il cielo e si schianta dietro la collina. Ha paura perché non comprende. Ha paura perché dietro quella collina ci sono gli Uomini che inizieranno la reconquista. Sono i figli di Enea».

Per info: aresagenziadistampa@gmail.com

Lemmonio Boreo

NETTUNO: UN MONUMENTO AD ENEA, IL FONDATORE DELLA STIRPE ROMANA

Nettuno, 26 Aprile – Il Dott. Pietro Cappellari, Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Coppola” di Paderno (Forlì) ha avanzato l’idea di costruire un monumento ad Enea, il fondatore della stirpe romana che, all’alba della civiltà, passò davanti le coste di Nettuno prima di approdare alle foci del Tevere. L’iniziativa nasce all’indomani dell’uscita dell’ultimo studio di Cappellari, edito dalle edizioni Ritter, nella collana “Quaderni di Thule”.

«In questa epoca di decadimento – ha dichiarato Cappellari – sembrano sprofondare tutti i valori sui quali la Civiltà europea ha creato il suo imperio nel mondo. Tipico di questo periodo è l’“inversione dei significati”, per cui le tenebre diventano la luce, il brutto si trasforma in bello, le devianze in virtù, il vile in eroe. Una grottesca metamorfosi della realtà, di cui è espressione il neo-linguaggio progressista ad esempio, che getta l’Uomo negli abissi di un inferno dantesco. Già Evola e Guenon avevano cantato la loro rivolta contro il mondo moderno e lo stesso Spengler parlava di “tramonto dell’Occidente”, ossia della Civiltà europea. Quella Civiltà che ha costituito l’asse portante dell’umanità per millenni, costruita sul mito degli Eroi, sembra sempre più sprofondare nella palude del quotidiano indistinto, senza passato, senza futuro. In questo scenario, gli Eroi vengono cancellati o addirittura trasformati nel loro opposto. Per questo, l’indignata constatazione di Adriano Romualdi rimane, drammaticamente, sempre più attuale: “Quel che non perdono al mio tempo è di aver costruito l’alibi della propria viltà diffamando gli Eroi”. Davanti tutto ciò, sembra impossibile vedere la luce del mattino nell’oscurità del tramonto in cui viviamo. Per questo, il mito di Enea – dell’Enea-Eroe, il fondatore della stirpe romana – è fondamentale. L’Uomo sano deve ripartire per la reconquista dalle proprie radici. Smascherando la vulgata che diffama appositamente Enea dipingendolo come un profugo apolide, riscoprendo invece la sua storia, il suo messaggio, il suo eroismo solare. Questo breve saggio su Enea assuma la funzione del fulmine durante il wagneriano Crepuscolo degli Dei che siamo costretti ad osservare. L’“uomo primitivo”, che incarna questa epoca di decadenza, ha paura del tuono che squarcia il cielo e si schianta dietro la collina. Ha paura perché non comprende. Ha paura perché dietro quella collina ci sono gli Uomini che inizieranno la reconquista. Sono i figli di Enea».

Per info: aresagenziadistampa@gmail.com

Lemmonio Boreo

25 APRILE NEL SEGNO DELLA PACIFICAZIONE NAZIONALE, PER LA FINE DELL’ODIO POLITICO

Significativa manifestazione promossa dall’Istituto per la Storia dell’Umbria Contemporanea – ex Istituto della Resistenza – nel capoluogo umbro

Perugia, 25 Aprile – Quando ancora non si erano spenti gli echi dell’immane conflitto, a Perugia, nel lontano 1° Gennaio 1947, il partigiano Corrado Sassi e il combattente della RSI Bruno Cagnoli tributarono insieme un omaggio a tutti i Caduti per la Patria, senza distinzioni di sorta, nel segno della pacificazione nazionale e della rinascita.

Va da sé che l’atto venne ben presto dimenticato.

Il nuovo Presidente dell’ISUC, lo stimato Avv. Valter Biscotti, ha intesto recuperare il forte segnale simbolico di quella manifestazione e, per il 25 Aprile di quest’anno, ha rinnovato quel gesto: i figli degli autori dell’omaggio comune del 1947 hanno ripetuto la manifestazione d’amore patriottico.

L’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI, che da più di 70 anni si batte per la pacificazione nazionale e la fine dell’odio politico, ha aderito ufficialmente alla cerimonia, invitando il Sig. Claudio Pitti di Perugia a presenziare in nome del sodalizio alla manifestazione.

Ci auguriamo che anche in altre zone d’Italia si possa ripetere questo gesto, riscoprendo il valore della riconciliazione nello spirito del Risorgimento, una riconciliazione che porti alla fine delle discriminazioni, delle violenze e dell’odio politico: decine di migliaia di morti attendono ancora giustizia, mai più antifascismo.

ANFCDRSI

Claudio Pitti, rappresentante dell’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI, insieme ad Alberto Cagnoli figlio di Bruno

I CIMELI MISSINI DI GIGINO GATTUSO

Cronaca di un salvataggio a cento anni dal martirio del giovane fascista

Caltanissetta, 24 Aprile – Esattamente cento anni fa, il 24 Aprile 1921, cadeva ucciso a Caltanissetta il diciottenne Luigi Luciano Gattuso, detto Gigino. Destinato a diventare il martire fascista siciliano per antonomasia, a lui vennero dedicate strutture del PNF, un monumento, una via della sua città (attualmente esistente) ed anche un borgo rurale, simbolo della rivoluzione sociale promossa dal Fascismo nel 1939-1940, in quella che sarà la stagione dell’“assalto al latifondo”.

La guerra impedì il raggiungimento degli straordinari obiettivi del Regime. Borgo Gattuso fu ribattezzato poi Borgo Petilia e tristemente, quanto emblematicamente, lasciato in rovina dallo Stato che di quella rivoluzione non sapeva che farsene. E insieme a quella rivoluzione venne cancellato tutto “quel” passato, Gigino Gattuso in primis.

La memoria del giovane Martire venne quindi mantenuta nella piccola comunità di fascisti che stringeva, in quegli anni di persecuzioni e violenze generalizzate, nel neonato Movimento Sociale Italiano. E così fu per quasi cinquant’anni.

Nel 1995, l’improvvisa comparsa sulla scena politica di Alleanza Nazionale, un partito di destra liberal-democratica che accettava l’antifascismo e che assorbì annichilendolo il MSI, comportò una censura ufficiale con quello “scomodo e maledetto” passato che venne, con una velocità che lascia ancor oggi perplessi, cancellato. Le Sezioni del Movimento Sociale Italiano – trasformatesi come per incanto in Circoli di AN – che fino ad allora conservavano ancora una chiara continuità con il fascismo storico oltre che politico, subirono un’improvvisa opera di rinnovamento: via labari e quadri di chiaro stampo fascista che per un cinquantennio avevano adornato, senza soluzione di continuità, quelle strutture territoriali. Una mano di fresca e giovanile vernice bianco-azzurra scese a coprire – soprattutto: cancellare! – qualsiasi cosa che sapesse di “storia”.

Molti labari e quadri, molti cimeli storici, vennero gettati nella spazzatura; altri finirono in collezioni private di qualche dirigente ex-missino, che si “trastullava” in privato quello che non poteva più fare in pubblico; alcuni vennero salvati da colpi di mano effettuati dai ribelli rautiani che stavano rifondando il MSI sotto le vesti della Fiamma Tricolore.

A Caltanissetta, nella storica Sezione “Gigino Gattuso” del Movimento Sociale Italiano, sita in Piazza Garibaldi e successivamente trasferitasi in Via Libertà n. 112 diventando la Federazione provinciale di AN, venne trovata una soluzione di compromesso: tutta quella “scomoda paccottiglia” fu ammassata in una “stanza segreta”, perennemente chiusa a chiave, e di lei si perse memoria.

Gli anni passarono, Alleanza Nazionale raggiunse vette inimmaginabili in termini di rappresentanza politica, i circoli si moltiplicarono all’infinito, i siciliani affollarono quelle strutture territoriali, inquadrandosi nell’organizzazione Azione Giovani che, però, era “tarata” dall’entusiasmo di questi ragazzi che li portava a guardare a “quel” passato con simpatia e certamente non si vedevano solo come “portaborse” dei rampanti politici liberal-democratici espressione di AN.

La “stanza segreta” del Circolo di Alleanza Nazionale di Caltanissetta, intanto, rimaneva sempre chiusa. E quel divieto di entrata, in stile “non aprite quella porta”, imposto ai giovani destava un senso di curiosità che mai trovava risposta nei dirigenti.

Nell’Agosto 2010, AN “capitalizzò” tutto il suo successo in quello che passò alla storia come “scandalo di Montecarlo” che ebbe ripercussioni in tutta Italia, anche in Sicilia, dove la mala gestione del partito, ad esempio, portò ad un ordine di sfratto esecutivo del Circolo di Caltanissetta. Fu proprio in questo clima di smobilitazione generale che, per la prima volta, i giovani riuscirono ad entrare nella famosa “stanza segreta” ed osservare tutto quello storico materiale che era stato, per quindici lunghi anni, lì nascosto. Fu un attimo. Guidati da Peppe Fiocco, presero tutti i cimeli missini, e li posero in salvo. Oggi, quei cimeli sono gelosamente custoditi dalla Comunità militante Audaces, che rivendica e rinnova la continuità ideale a quel glorioso passato.

Pietro Cappellari

Il quadro di Gigino Gattuso conservato dai missini di Caltanissetta. Un tempo era posizionato all’interno della cappella di famiglia. Poi, dato il valore del manufatto, fu portato in Sezione ed esposto nella tomba nei giorni 1-2 Novembre di ogni anno, quando i militanti del MSI commemoravano il Martire con una cerimonia pubblica e con un servizio di guardie d’onore

TORNANO I LECCI AL PARCO DELLA RIMEMBRANZA

Ripristinata la spiritualità del luogo dopo un oblio settantennale

Nettuno, 21 Aprile – Nel giorno del Natale di Roma, un tempo dedicato alla Festa del Lavoro italiano, nel Parco della Rimembranza e dei Martiri delle Foibe di Nettuno sono stati piantati otto giovani lecci, recuperando una tradizione cancellata nel primo dopoguerra, quando il parco dell’amore patriottico venne smantellato dalla Giunta comunista. Il giardino era stato inaugurato nel 1923, dopo una nota del Sottosegretario alla Pubblica Istruzione Dario Lupi, che volle così ricordare i Caduti per la grandezza nazionale: ogni Comune d’Italia avrebbe piantato un albero per ogni suo figlio immolatosi per la Patria vittoriosa nella guerra di redenzione. Negli ultimi 75 anni questo ricordo è stato cancellato, fino all’intervento del Comitato 10 Febbraio che ha ripristinato la toponomastica e il decoro del luogo, comprendendo nel ricordo rivolto alle giovani generazioni anche l’olocausto delle popolazioni giuliano-dalmate travolte, nel 1943 e nel 1945, dalla pulizia etnico-politica dai partigiani slavo-comunisti.

L’operazione è stata possibile grazie al contributo del Dott. Flavio Costantino e della Pro Loco Nettuno nelle persone del Dott. Marcello Armocida e del Prof. Alberto Sulpizi, sempre sensibili alle iniziative a favore della cultura popolare e della storia nettunese, che nell’atto hanno rivolto un commosso pensiero al Mar. Loreto Sulpizi, fondatore delle Unità cinofili della Polizia di Stato, simbolo di una istituzione, del senso del dovere e di amor di Patria.

Gli otto alberi saranno iscritti a patrimonio del Comune di Nettuno.

«È con particolare emozione e raccoglimento che abbiamo piantato otto giovani lecci – ha dichiarato il Dott. Pietro Cappellari, fiduciario del C10F e Socio onorario della Fameia Capodistriana della Libera Provincia dell’Istria in Esilio – ripristinando la spiritualità del luogo dopo un oblio più che settantennale. Otto alberi, in quanto uno sarà dedicato alla memoria dei Caduti per la grandezza nazionale, mentre gli altri sette ad altrettante città irredente dell’Istria e della Dalmazia; sette come le stelle dell’Orsa Maggiore che ornavano il drappo vermiglio della Reggenza del Carnaro e della Provincia di Fiume. Un passo importante verso la pacificazione nazionale, un messaggio d’amore rivolto alle future generazioni che qui potranno venerare la Patria – la Terra dei Padri – e chi per essa ha sacrificato tutto. Seguire un esempio, per essere esempio».

Comitato 10 Febbraio

APOLOGIA DI REATO?

“Ammazzare un fascista” è sempre stato un crimine, anche durante la Resistenza.

Cosa si insegna oggi alle giovani generazioni?

Si ha notizia che il 17 Aprile 2021, nel centenario dell’eccidio, il Comune di Foiano della Chiana, con il patrocinio della Regione toscana, ha voluto ricordare quel che accadde cento anni fa, evocando Una pagina di storia italiana: i fatti di Renzino.

La presenza tra i partecipanti del Vice Segretario nazionale della CGIL, dello stesso Sindaco di Foiano della Chiana e della Signora Rosy Bindi (che si qualifica come “storica” pur non essendosi mai occupata di storia), lascia intendere che si tratta di una rievocazione a scopo celebrativo degli autori di una vera e propria strage, tra i quali il comunista Galliano Gervasi e dell’anarchico Bernardo Melacci condannati rispettivamente a 20 e 30 anni di reclusione per omicidio e poi graziati nel 1932 per effetto di amnistia voluta da Benito Mussolini.

Gli atti giudiziari dovrebbero essere ancora custoditi nell’Archivio provinciale dello Stato di Arezzo o nell’Archivio Centrale dello Stato a Roma, salvo che mani ignote li abbiano fatti scomparire come sono scomparsi molti documenti attestanti una storia ben diversa dell’Italia dal 1919 fino agli anni ’50.

Ma di come andarono veramente i fatti narrano i quotidiani dell’epoca in un momento in cui il Fascismo non era ancora al potere.

La conclusione, a stretto diritto, è che, rievocando fatti omicidiari accertati dalla magistratura con individuazione dei responsabili come si è detto, si pone in essere il delitto di istigazione a delinquere di cui all’art. 414 del Codice Penale sotto lo specifico profilo della pubblica apologia di delitti.

Nella esaltazione di fatti ascrivibili a giusto titolo nella categoria della strage preordinata, l’iniziativa del Comune di Foiano della Chiana potrebbe oggi essere ben intesa, pur indirettamente, come una forma di istigazione all’odio.

Resta, in ogni caso, la manifesta condotta dei responsabili del Comune di Foiano della Chiana e dei partecipanti al detto “convegno”, che merita la più irrevocabile censura poiché chiaramente rivolta alla falsificazione di un evento criminoso rappresentato come viceversa come l’esordio di un antifascismo in assenza ancora di Fascismo.

Un’operazione, dunque, di chiara e preordinata falsificazione della storia.

Una storia che aveva ben compreso il Presidente Alcide de Gasperi quando ebbe ad osservare che le tecniche di “combattimento” dei c.d. “rossi” nei tragici anni dal 1919 al 1922, erano quelle dell’agguato e della uccisione alle spalle con successiva fuga dei responsabili.

Esattamente quel che avvenne il 17 Aprile del 1921, periodo funestato dalle famose “settimane rosse” organizzate da comunisti ed anarchici.

Ciò che poi si ripetette in Spagna e che diede luogo ad una guerra civile che si concluse con la sconfitta, appunto, di comunisti ed anarchici.

Prof. Augusto Sinagra

(Prof. Ordinario f.r., Università “Sapienza”, Roma)

La fossa comune che accolse, tra gli altri, i corpi martoriati dei sette fratelli Govoni, barbaramente trucidati dai partigiani antifascisti

CANCELLARE LE VIOLENZE BOLSCEVICHE DEL BIENNIO ROSSO?

Un mestiere, quello di “sbianchettare” la storia e riscriverla a proprio uso e consumo, che è il vizietto genetico – lautamente retribuito – della sinistra italiana

Egregio Signor Salvatore Mannino,

leggendo il suo articolo nella “Nazione” dello scorso Sabato 10 Aprile, ho avuto l’impressione che invece di rievocare ai lettori le vicende aretine del Bienno Rosso, si trattasse invece di un “Bienno Nero”. Squadristi violenti, incursioni punitive, poveri militanti comunisti sopraffatti, dirigenti comunisti uccisi e via con le riprovevoli azioni di fascisti male intenzionati. Così Lei ha descritto quel tragico periodo!

Ma Lei, Signor Mannino, sa perfettamente che se il periodo 1920-1921 si chiama Bienno Rosso è perché sono avvenute delle contingenze di chiara connotazione comunista.

Cominciamo. All‘interno del Partito Socialista Italiano del momento, prende sempre più peso politico, la Confederazione Generale del Lavoro, con manifeste simpatie per Stalin e la rivoluzione sovietica. La FIOM, punta di diamante della Confederazione, vara i famosi Consigli di Fabbrica (denominazione mutuata dai sovietici), che sostenuti ideologicamente dal quotidiano comunista “Ordine Nuovo” di Antonio Gramsci, passa all’azione con le occupazioni delle fabbriche. Il triangolo industriale Genova-Torino-Milano, viene messo a ferro e fuoco e diviene il centro di manifestazioni rivoluzionarie; ma lo stesso avviene anche in altre provincie del Centro e del Sud, ma con minore intensità. Cortei di operai, bandiere rosse, scioperi, occupazione dell’Ansaldo, della FIAT, della Piaggio; nel complesso furono occupati e presidiati un centinaio di stabilimenti. Non mancarono le atrocità; due giovani ventenni, Mario Sonzini, operaio, e Costantino Simula, Guardia carceraria, vennero portati all’interno di alcune fabbriche occupate, condannati a morte dai “Tribunali del Popolo” perché antisovietici e sul posto fucilati.

Il clima era quello, una imprenditoria intimorita, proprietari terrieri sotto scacco dei propri mezzadri, militari consegnati nelle caserme, Carabinieri inibiti dall’intervenire, Ufficiali reduci dalla Vittoria nella Prima Guerra Mondiali derisi e malmenati. Un fatto simile avvenne ad Arezzo, in Piazza San Jacopo: un Ufficiale dell’87° Reggimento fu circondato e bastonato da un gruppo di comunisti. Ecco perché quel biennio è denominato Biennio Rosso!

Vede Mannino, non voglio assolutamente, né contestare quanto da lei ben descritto, né tantomeno trovare delle scusanti alle reazioni violente che seguirono ai fatti e al contesto che in quel momento dilagava in Italia, in Toscana ed anche ad Arezzo. Molte persone appartenenti a varie categorie sociali videro di buon occhio le squadre d’azione intervenire per ripristinare ordine, regole e comportamenti

sociali civili; magari erano suggestionate e sostenute da certa stampa di parte, ma principalmente dai fatti accaduti in Russia. Innegabile, infatti, che l’avvento del leninismo e la violenta brutalità con cui venne assassinata la famiglia Romanov, fu interpretata in tutta Europa come il totale sovvertimento violento delle strutture sociali. Molte persone erano impaurite ed il movimento fascista trovò terreno favorevole. E qui viene ben descritto da lei ciò che, di conseguenza accadde; scontri tra opposti partiti, violenze, uccisioni, agguati, imboscate, atti di prevaricazione, ma sia ben chiaro, da entrambi le parti, non da una parte sola!

Io non contesto ciò che lei scrive, io contesto ciò che lei non scrive!

Non deve dimenticare che nel Gennaio 1921, a Livorno, avviene la famosa scissione del Partito Comunista d’Italia (così iniziò a chiamarsi), immediatamente diventato la Sezione italiana della Terza Internazionale leninista. La sola presenza in Italia di una Sezione rivoluzionaria sovietica poteva destare qualche preoccupazione? Ne conviene su questo?

Se affermo che gli animi erano esagitati, che le azioni e le reazioni di entrambe le parti furono drammatiche, che ci furono bieche ritorsioni, violenze esecrabili, fredde e ciniche esecuzioni, agguati ed imboscate, affermò il falso?

Ecco, concludo con l’impegno, da parte mia ad essere il più oggettivo e documentato possibile, ma con la richiesta a Lei di voler raccontare con imparzialità e rigore storico non solo le vicende che hanno interessato la nostra città ben 100 anni or sono, ma soprattutto il clima sociale e politico che ha finito per generare quelle stesse vicende.

Distinti saluti.

Gen. Massimo Dal Piaz

Arezzo, 12 Aprile 2021

Il Martire fascista venticinquenne Ten. Antonio Fiorelli, ucciso dalla “delinquenza assassina dei negatori della Patria” a Fossombrone, il 2 Ottobre 1922,
insieme al camerata ventiduenne All. Pilota Furio Fabi

IL CENTENARIO DELLA STRAGE DI RENZINO: UNA BARBARIE ANTIFASCISTA

Oggi, 17 Aprile 2021, ricorre il centenario di uno dei più gravi fatti di sangue che si registrarono nel corso di quella tornata elettorale nel territorio aretino. Premetto che, nell’Autunno 1920 e inizio 1921, siamo nel periodo delle famose “settimane rosse” nelle quali comunisti ed anarchici – guidati e foraggiati da agenti bolscevichi – imponevano la chiusura delle fabbriche, dei negozi, fermavano i treni e – per quanto riguarda i generi alimentari – rimanevano aperte solo le cooperative rosse. Il tutto era reso possibile da Governi deboli e qualche volta anche collusi. In questo clima elettorale si crearono le condizioni per quella che è passata alla storia come l’imboscata tesa dai rossi a Renzino, piccola frazione del Comune di Foiano della Chiana. In questo clima, il 17 Aprile 1921, alle cinque di mattina, un camion (il famoso 18 BL della Prima Guerra Mondiale!) partì da Arezzo con a bordo una ventina di fascisti aretini e fiorentini guidati dal Capitano Fegino, reduce di guerra e in servizio presso l’87° Fanteria di Arezzo, per un giro di propaganda elettorale in Val di Chiana. A bordo portavano bandiere tricolori cucite artigianalmente da studentesse aretine per issarle nei Municipi in cui sventolava la bandiera rossa che aveva sostituito arbitrariamente quella nazionale.

Durante il giro elettorale, a Marciano e Pozzo della Chiana, rimase ferito il fascista Ettore Guidi, di Poppi, che venne ricoverato all’ospedale di Foiano della Chiana. Siccome si sparse la voce che c’era l’intenzione di assaltare l’ospedale per prelevare il ferito, sette fascisti armati rimasero a guardia del ferito, mentre gli altri dovevano rientrare ad Arezzo per impegni pomeridiani. Per esempio, il Capitano Figino doveva riprendere servizio; Bruno Dal Piaz, che giocava al calcio come portiere, aveva una partita a Città di Castello.

In località Renzino venne preparato l’agguato dal comunista Galliano Gervasi e dall’anarchico Melacci: nascosti dietro un’alta siepe di bosso e nella casa colonica del Sarri una cinquantina di comunisti.

Avvertiti dal suono di una campana posta su di un campanile a vela di una piccola chiesetta posta circa trecento metri prima di Renzino, non appena il 18 BL fu a tiro, una nutrita fucileria colse di sorpresa i fascisti. Purtroppo fu colpito a morte l’autista, Dante Rossi, fiorentino reduce e ferito di guerra. Il camion sbandò e s’inclinò sul fossato adiacente.

Con la prima scarica comunque tutti furono feriti, il Capitano Figino sbalzato fuori rimase incastrato sotto il camion, e gli altri in situazione di non poter più difendersi. Ebbe così inizio il massacro e l’oltraggio ai cadaveri. Con roncole e forconi venne attuata la caccia all’uomo anche da parte di donne. A Dante Rossi venne tagliata la testa; a Gabriele Quadri,  già ferito, vennero mozzate le dita per rubare gli anelli; il volto di Luigi Ciofini ridotto una maschera di sangue [morirà il 18 Dicembre successivo]; a Coppelli venne squarciata una guancia a colpi di roncola; Tolemaide Cinini, colpito fra i primi perché in piedi con il Tricolore, venne massacrato e morì poco dopo; Aldo Roselli, ferito alle gambe, venne raggiunto e torturato fino all’asportazione degli occhi; a Bruno Dal Piaz, ferito alla spalla da pallottola esplosiva “dum dum” venne spaccato il cranio con un colpo del calcio di fucile; Giambattista Romboli di Foiano ferito da fucile da caccia alle gambe e al viso;  feriti gravemente anche Giuseppe Narbona, Giuseppe Fiorineschi, Bertolotti, tutti  fascisti fiorentini; ferito leggermente Dante Lelli, che attraverso i campi raggiunse la fattoria di Rigutino nell’intento di dare l’allarme.

Un ragazzo segnalava quelli ancora vivi e il massacro sarebbe continuato se non fossero passati dei ciclisti che, alla vista di tale massacro, tornarono immediatamente a Foiano a dare l’allarme e solo così non poterono finire l’opera perché, ormai scoperti, lasciarono precipitosamente il luogo della strage.  

La ferocia dell’episodio fu un bumerang per i “rossi”. Furono fondati Fasci in Val di Chiana, nacque una consistente sezione a Foiano e addirittura cento operai del Fabbricone, la più importante industria di Arezzo di proprietà della Bastogi, aderirono al Fascio aretino.  

Su “Il Popolo d’Italia” del giorno dopo Mussolini scrisse sull’episodio un articolo intitolato La morale:

Il discorso che noi teniamo ai fascisti di tutt’Italia è molto semplice. Più che un discorso è un ordine categorico. Non prendere mai, se non in caso specifico, l’iniziativa di un’azione violenta. Eliminare dalla storia del Fascismo la cronaca delle piccole aggressioni individuali. Nel caso di incursioni in zone ostili prendere le più diligenti e rigorose misure di sicurezza. Ripetiamo ancora una volta che la violenza fascista deve essere rigorosa, ragionata, razionale, chirurgica. Non deve diventare un’esercitazione estetica o sportiva. Deve conservare il carattere di una bisogna ingrata alla quale è necessario sottoporsi finché certe condizioni di fatto non siano cambiate.

L’anarchico Melacci venne condannato a 30 anni di reclusione e il comunista Gervasi a 20 anni, che non scontarono interamente perché nel 1932, nel Decennale della Marcia su Roma, venne applicata una amnistia di cui poterono beneficiare.

Stelvio Dal Piaz

PS ripristinate le condizioni di libertà di movimento oggi conculcate, una delegazione del Comitato pro Centenario 1918-1922 renderà omaggio ai Caduti per la Patria nel luogo dove venne commesso l’orrendo crimine antifascista

Fonte: https://socialismonazionale.wordpress.com/2021/04/16/centenario/

Approfondimento 1: https://socialismonazionale.wordpress.com/2013/04/18/la-storia-dimenticata/

Approfondimento 2: https://www.ereticamente.net/2014/04/foiano-della-chiana-17-aprile-1921.html

VERANO: INTERVENTI DI PULIMENTO PER IL MONUMENTO DEI MARTIRI

Dopo decenni di attesa il primo intervento sul monumento del Decennale della Marcia su Roma

Roma, 10 Aprile – L’ associazione Acca Larentia, in collaborazione con l’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI, ha annunciato la messa in opera di una serie di interventi per preservare la Cappella dei Martiri Fascisti presente nel Cimitero monumentale del Verano. Da diversi decenni il manufatto urgeva di importanti interventi di pulizia e ripristino. Grazie al contributo di Giovanbattista Vecchi disposto in memoria della famiglia Pilenga trucidata dai partigiani nella Primavera del 1945, è stato possibile finanziare un primo lotto di interventi.

«È con particolare emozione che presentiamo il risultato dei nostri sforzi – ha comunicato Giovanni Feola, responsabile dell’ associazione Acca Larentia -. Abbiamo posto in sicurezza l’intero manufatto proceduto ad una pulizia generale, ripristinandone il decoro e quindi la fisionomia originale. Un ringraziamento particolare va a tutti i volontari che si sono impegnati in questa opera meritoria in difesa della nostra memoria storica. La nostra associazione ha sempre curato la Cappella dei Martiri, dove ogni 8 Gennaio deponiamo tutti i fiori raccolti nell’omaggio ai Caduti di Acca Larentia. Una cerimonia cui teniamo in modo particolare, rivendicando una continuità ideale».

«Questa tomba monumentale venne eretta nel Decennale della Marcia su Roma (1932) – ha dichiarato il Dott. Pietro Cappellari, Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Coppola” – sul luogo ove sorgeva un precedente mausoleo fascista a pianta quadrata, del quale si è persa memoria storica. Fu consacrata alla presenza del Segretario Nazionale del PNF Achille Starace, delle organizzazioni del Partito e di una rappresentanza del Battaglione d’Assalto della 112a Legione della Milizia, il 24 Marzo 1933-XI. Al suo interno vennero collocate le salme di dodici Martiri Fascisti e, successivamente, altri due “Caduti per l’Idea”. Durante la Repubblica Sociale Italiana, qui trovarono posto anche i fascisti vittime degli attentati gappisti nella Capitale. Nell’Estate del 1944, venne distrutta la lapide posta al di sotto della Vittoria alata. Divelta la scritta in latino posta sull’entrata, gli antifascisti ebbero libero sfogo al loro odio e la Cappella venne profanata».

Con questa prima fase di lavori, l’opera d’arte – patrimonio di tutti gli Italiani – è tornata a disposizione dei Romani.

Ass. Acca Larentia

fonte: https://www.facebook.com/accalarenzia1