TORNANO I LECCI AL PARCO DELLA RIMEMBRANZA

Ripristinata la spiritualità del luogo dopo un oblio settantennale

Nettuno, 21 Aprile – Nel giorno del Natale di Roma, un tempo dedicato alla Festa del Lavoro italiano, nel Parco della Rimembranza e dei Martiri delle Foibe di Nettuno sono stati piantati otto giovani lecci, recuperando una tradizione cancellata nel primo dopoguerra, quando il parco dell’amore patriottico venne smantellato dalla Giunta comunista. Il giardino era stato inaugurato nel 1923, dopo una nota del Sottosegretario alla Pubblica Istruzione Dario Lupi, che volle così ricordare i Caduti per la grandezza nazionale: ogni Comune d’Italia avrebbe piantato un albero per ogni suo figlio immolatosi per la Patria vittoriosa nella guerra di redenzione. Negli ultimi 75 anni questo ricordo è stato cancellato, fino all’intervento del Comitato 10 Febbraio che ha ripristinato la toponomastica e il decoro del luogo, comprendendo nel ricordo rivolto alle giovani generazioni anche l’olocausto delle popolazioni giuliano-dalmate travolte, nel 1943 e nel 1945, dalla pulizia etnico-politica dai partigiani slavo-comunisti.

L’operazione è stata possibile grazie al contributo del Dott. Flavio Costantino e della Pro Loco Nettuno nelle persone del Dott. Marcello Armocida e del Prof. Alberto Sulpizi, sempre sensibili alle iniziative a favore della cultura popolare e della storia nettunese, che nell’atto hanno rivolto un commosso pensiero al Mar. Loreto Sulpizi, fondatore delle Unità cinofili della Polizia di Stato, simbolo di una istituzione, del senso del dovere e di amor di Patria.

Gli otto alberi saranno iscritti a patrimonio del Comune di Nettuno.

«È con particolare emozione e raccoglimento che abbiamo piantato otto giovani lecci – ha dichiarato il Dott. Pietro Cappellari, fiduciario del C10F e Socio onorario della Fameia Capodistriana della Libera Provincia dell’Istria in Esilio – ripristinando la spiritualità del luogo dopo un oblio più che settantennale. Otto alberi, in quanto uno sarà dedicato alla memoria dei Caduti per la grandezza nazionale, mentre gli altri sette ad altrettante città irredente dell’Istria e della Dalmazia; sette come le stelle dell’Orsa Maggiore che ornavano il drappo vermiglio della Reggenza del Carnaro e della Provincia di Fiume. Un passo importante verso la pacificazione nazionale, un messaggio d’amore rivolto alle future generazioni che qui potranno venerare la Patria – la Terra dei Padri – e chi per essa ha sacrificato tutto. Seguire un esempio, per essere esempio».

Comitato 10 Febbraio

APOLOGIA DI REATO?

“Ammazzare un fascista” è sempre stato un crimine, anche durante la Resistenza.

Cosa si insegna oggi alle giovani generazioni?

Si ha notizia che il 17 Aprile 2021, nel centenario dell’eccidio, il Comune di Foiano della Chiana, con il patrocinio della Regione toscana, ha voluto ricordare quel che accadde cento anni fa, evocando Una pagina di storia italiana: i fatti di Renzino.

La presenza tra i partecipanti del Vice Segretario nazionale della CGIL, dello stesso Sindaco di Foiano della Chiana e della Signora Rosy Bindi (che si qualifica come “storica” pur non essendosi mai occupata di storia), lascia intendere che si tratta di una rievocazione a scopo celebrativo degli autori di una vera e propria strage, tra i quali il comunista Galliano Gervasi e dell’anarchico Bernardo Melacci condannati rispettivamente a 20 e 30 anni di reclusione per omicidio e poi graziati nel 1932 per effetto di amnistia voluta da Benito Mussolini.

Gli atti giudiziari dovrebbero essere ancora custoditi nell’Archivio provinciale dello Stato di Arezzo o nell’Archivio Centrale dello Stato a Roma, salvo che mani ignote li abbiano fatti scomparire come sono scomparsi molti documenti attestanti una storia ben diversa dell’Italia dal 1919 fino agli anni ’50.

Ma di come andarono veramente i fatti narrano i quotidiani dell’epoca in un momento in cui il Fascismo non era ancora al potere.

La conclusione, a stretto diritto, è che, rievocando fatti omicidiari accertati dalla magistratura con individuazione dei responsabili come si è detto, si pone in essere il delitto di istigazione a delinquere di cui all’art. 414 del Codice Penale sotto lo specifico profilo della pubblica apologia di delitti.

Nella esaltazione di fatti ascrivibili a giusto titolo nella categoria della strage preordinata, l’iniziativa del Comune di Foiano della Chiana potrebbe oggi essere ben intesa, pur indirettamente, come una forma di istigazione all’odio.

Resta, in ogni caso, la manifesta condotta dei responsabili del Comune di Foiano della Chiana e dei partecipanti al detto “convegno”, che merita la più irrevocabile censura poiché chiaramente rivolta alla falsificazione di un evento criminoso rappresentato come viceversa come l’esordio di un antifascismo in assenza ancora di Fascismo.

Un’operazione, dunque, di chiara e preordinata falsificazione della storia.

Una storia che aveva ben compreso il Presidente Alcide de Gasperi quando ebbe ad osservare che le tecniche di “combattimento” dei c.d. “rossi” nei tragici anni dal 1919 al 1922, erano quelle dell’agguato e della uccisione alle spalle con successiva fuga dei responsabili.

Esattamente quel che avvenne il 17 Aprile del 1921, periodo funestato dalle famose “settimane rosse” organizzate da comunisti ed anarchici.

Ciò che poi si ripetette in Spagna e che diede luogo ad una guerra civile che si concluse con la sconfitta, appunto, di comunisti ed anarchici.

Prof. Augusto Sinagra

(Prof. Ordinario f.r., Università “Sapienza”, Roma)

La fossa comune che accolse, tra gli altri, i corpi martoriati dei sette fratelli Govoni, barbaramente trucidati dai partigiani antifascisti

CANCELLARE LE VIOLENZE BOLSCEVICHE DEL BIENNIO ROSSO?

Un mestiere, quello di “sbianchettare” la storia e riscriverla a proprio uso e consumo, che è il vizietto genetico – lautamente retribuito – della sinistra italiana

Egregio Signor Salvatore Mannino,

leggendo il suo articolo nella “Nazione” dello scorso Sabato 10 Aprile, ho avuto l’impressione che invece di rievocare ai lettori le vicende aretine del Bienno Rosso, si trattasse invece di un “Bienno Nero”. Squadristi violenti, incursioni punitive, poveri militanti comunisti sopraffatti, dirigenti comunisti uccisi e via con le riprovevoli azioni di fascisti male intenzionati. Così Lei ha descritto quel tragico periodo!

Ma Lei, Signor Mannino, sa perfettamente che se il periodo 1920-1921 si chiama Bienno Rosso è perché sono avvenute delle contingenze di chiara connotazione comunista.

Cominciamo. All‘interno del Partito Socialista Italiano del momento, prende sempre più peso politico, la Confederazione Generale del Lavoro, con manifeste simpatie per Stalin e la rivoluzione sovietica. La FIOM, punta di diamante della Confederazione, vara i famosi Consigli di Fabbrica (denominazione mutuata dai sovietici), che sostenuti ideologicamente dal quotidiano comunista “Ordine Nuovo” di Antonio Gramsci, passa all’azione con le occupazioni delle fabbriche. Il triangolo industriale Genova-Torino-Milano, viene messo a ferro e fuoco e diviene il centro di manifestazioni rivoluzionarie; ma lo stesso avviene anche in altre provincie del Centro e del Sud, ma con minore intensità. Cortei di operai, bandiere rosse, scioperi, occupazione dell’Ansaldo, della FIAT, della Piaggio; nel complesso furono occupati e presidiati un centinaio di stabilimenti. Non mancarono le atrocità; due giovani ventenni, Mario Sonzini, operaio, e Costantino Simula, Guardia carceraria, vennero portati all’interno di alcune fabbriche occupate, condannati a morte dai “Tribunali del Popolo” perché antisovietici e sul posto fucilati.

Il clima era quello, una imprenditoria intimorita, proprietari terrieri sotto scacco dei propri mezzadri, militari consegnati nelle caserme, Carabinieri inibiti dall’intervenire, Ufficiali reduci dalla Vittoria nella Prima Guerra Mondiali derisi e malmenati. Un fatto simile avvenne ad Arezzo, in Piazza San Jacopo: un Ufficiale dell’87° Reggimento fu circondato e bastonato da un gruppo di comunisti. Ecco perché quel biennio è denominato Biennio Rosso!

Vede Mannino, non voglio assolutamente, né contestare quanto da lei ben descritto, né tantomeno trovare delle scusanti alle reazioni violente che seguirono ai fatti e al contesto che in quel momento dilagava in Italia, in Toscana ed anche ad Arezzo. Molte persone appartenenti a varie categorie sociali videro di buon occhio le squadre d’azione intervenire per ripristinare ordine, regole e comportamenti

sociali civili; magari erano suggestionate e sostenute da certa stampa di parte, ma principalmente dai fatti accaduti in Russia. Innegabile, infatti, che l’avvento del leninismo e la violenta brutalità con cui venne assassinata la famiglia Romanov, fu interpretata in tutta Europa come il totale sovvertimento violento delle strutture sociali. Molte persone erano impaurite ed il movimento fascista trovò terreno favorevole. E qui viene ben descritto da lei ciò che, di conseguenza accadde; scontri tra opposti partiti, violenze, uccisioni, agguati, imboscate, atti di prevaricazione, ma sia ben chiaro, da entrambi le parti, non da una parte sola!

Io non contesto ciò che lei scrive, io contesto ciò che lei non scrive!

Non deve dimenticare che nel Gennaio 1921, a Livorno, avviene la famosa scissione del Partito Comunista d’Italia (così iniziò a chiamarsi), immediatamente diventato la Sezione italiana della Terza Internazionale leninista. La sola presenza in Italia di una Sezione rivoluzionaria sovietica poteva destare qualche preoccupazione? Ne conviene su questo?

Se affermo che gli animi erano esagitati, che le azioni e le reazioni di entrambe le parti furono drammatiche, che ci furono bieche ritorsioni, violenze esecrabili, fredde e ciniche esecuzioni, agguati ed imboscate, affermò il falso?

Ecco, concludo con l’impegno, da parte mia ad essere il più oggettivo e documentato possibile, ma con la richiesta a Lei di voler raccontare con imparzialità e rigore storico non solo le vicende che hanno interessato la nostra città ben 100 anni or sono, ma soprattutto il clima sociale e politico che ha finito per generare quelle stesse vicende.

Distinti saluti.

Gen. Massimo Dal Piaz

Arezzo, 12 Aprile 2021

Il Martire fascista venticinquenne Ten. Antonio Fiorelli, ucciso dalla “delinquenza assassina dei negatori della Patria” a Fossombrone, il 2 Ottobre 1922,
insieme al camerata ventiduenne All. Pilota Furio Fabi

IL CENTENARIO DELLA STRAGE DI RENZINO: UNA BARBARIE ANTIFASCISTA

Oggi, 17 Aprile 2021, ricorre il centenario di uno dei più gravi fatti di sangue che si registrarono nel corso di quella tornata elettorale nel territorio aretino. Premetto che, nell’Autunno 1920 e inizio 1921, siamo nel periodo delle famose “settimane rosse” nelle quali comunisti ed anarchici – guidati e foraggiati da agenti bolscevichi – imponevano la chiusura delle fabbriche, dei negozi, fermavano i treni e – per quanto riguarda i generi alimentari – rimanevano aperte solo le cooperative rosse. Il tutto era reso possibile da Governi deboli e qualche volta anche collusi. In questo clima elettorale si crearono le condizioni per quella che è passata alla storia come l’imboscata tesa dai rossi a Renzino, piccola frazione del Comune di Foiano della Chiana. In questo clima, il 17 Aprile 1921, alle cinque di mattina, un camion (il famoso 18 BL della Prima Guerra Mondiale!) partì da Arezzo con a bordo una ventina di fascisti aretini e fiorentini guidati dal Capitano Fegino, reduce di guerra e in servizio presso l’87° Fanteria di Arezzo, per un giro di propaganda elettorale in Val di Chiana. A bordo portavano bandiere tricolori cucite artigianalmente da studentesse aretine per issarle nei Municipi in cui sventolava la bandiera rossa che aveva sostituito arbitrariamente quella nazionale.

Durante il giro elettorale, a Marciano e Pozzo della Chiana, rimase ferito il fascista Ettore Guidi, di Poppi, che venne ricoverato all’ospedale di Foiano della Chiana. Siccome si sparse la voce che c’era l’intenzione di assaltare l’ospedale per prelevare il ferito, sette fascisti armati rimasero a guardia del ferito, mentre gli altri dovevano rientrare ad Arezzo per impegni pomeridiani. Per esempio, il Capitano Figino doveva riprendere servizio; Bruno Dal Piaz, che giocava al calcio come portiere, aveva una partita a Città di Castello.

In località Renzino venne preparato l’agguato dal comunista Galliano Gervasi e dall’anarchico Melacci: nascosti dietro un’alta siepe di bosso e nella casa colonica del Sarri una cinquantina di comunisti.

Avvertiti dal suono di una campana posta su di un campanile a vela di una piccola chiesetta posta circa trecento metri prima di Renzino, non appena il 18 BL fu a tiro, una nutrita fucileria colse di sorpresa i fascisti. Purtroppo fu colpito a morte l’autista, Dante Rossi, fiorentino reduce e ferito di guerra. Il camion sbandò e s’inclinò sul fossato adiacente.

Con la prima scarica comunque tutti furono feriti, il Capitano Figino sbalzato fuori rimase incastrato sotto il camion, e gli altri in situazione di non poter più difendersi. Ebbe così inizio il massacro e l’oltraggio ai cadaveri. Con roncole e forconi venne attuata la caccia all’uomo anche da parte di donne. A Dante Rossi venne tagliata la testa; a Gabriele Quadri,  già ferito, vennero mozzate le dita per rubare gli anelli; il volto di Luigi Ciofini ridotto una maschera di sangue [morirà il 18 Dicembre successivo]; a Coppelli venne squarciata una guancia a colpi di roncola; Tolemaide Cinini, colpito fra i primi perché in piedi con il Tricolore, venne massacrato e morì poco dopo; Aldo Roselli, ferito alle gambe, venne raggiunto e torturato fino all’asportazione degli occhi; a Bruno Dal Piaz, ferito alla spalla da pallottola esplosiva “dum dum” venne spaccato il cranio con un colpo del calcio di fucile; Giambattista Romboli di Foiano ferito da fucile da caccia alle gambe e al viso;  feriti gravemente anche Giuseppe Narbona, Giuseppe Fiorineschi, Bertolotti, tutti  fascisti fiorentini; ferito leggermente Dante Lelli, che attraverso i campi raggiunse la fattoria di Rigutino nell’intento di dare l’allarme.

Un ragazzo segnalava quelli ancora vivi e il massacro sarebbe continuato se non fossero passati dei ciclisti che, alla vista di tale massacro, tornarono immediatamente a Foiano a dare l’allarme e solo così non poterono finire l’opera perché, ormai scoperti, lasciarono precipitosamente il luogo della strage.  

La ferocia dell’episodio fu un bumerang per i “rossi”. Furono fondati Fasci in Val di Chiana, nacque una consistente sezione a Foiano e addirittura cento operai del Fabbricone, la più importante industria di Arezzo di proprietà della Bastogi, aderirono al Fascio aretino.  

Su “Il Popolo d’Italia” del giorno dopo Mussolini scrisse sull’episodio un articolo intitolato La morale:

Il discorso che noi teniamo ai fascisti di tutt’Italia è molto semplice. Più che un discorso è un ordine categorico. Non prendere mai, se non in caso specifico, l’iniziativa di un’azione violenta. Eliminare dalla storia del Fascismo la cronaca delle piccole aggressioni individuali. Nel caso di incursioni in zone ostili prendere le più diligenti e rigorose misure di sicurezza. Ripetiamo ancora una volta che la violenza fascista deve essere rigorosa, ragionata, razionale, chirurgica. Non deve diventare un’esercitazione estetica o sportiva. Deve conservare il carattere di una bisogna ingrata alla quale è necessario sottoporsi finché certe condizioni di fatto non siano cambiate.

L’anarchico Melacci venne condannato a 30 anni di reclusione e il comunista Gervasi a 20 anni, che non scontarono interamente perché nel 1932, nel Decennale della Marcia su Roma, venne applicata una amnistia di cui poterono beneficiare.

Stelvio Dal Piaz

PS ripristinate le condizioni di libertà di movimento oggi conculcate, una delegazione del Comitato pro Centenario 1918-1922 renderà omaggio ai Caduti per la Patria nel luogo dove venne commesso l’orrendo crimine antifascista

Fonte: https://socialismonazionale.wordpress.com/2021/04/16/centenario/

Approfondimento 1: https://socialismonazionale.wordpress.com/2013/04/18/la-storia-dimenticata/

Approfondimento 2: https://www.ereticamente.net/2014/04/foiano-della-chiana-17-aprile-1921.html

VERANO: INTERVENTI DI PULIMENTO PER IL MONUMENTO DEI MARTIRI

Dopo decenni di attesa il primo intervento sul monumento del Decennale della Marcia su Roma

Roma, 10 Aprile – L’ associazione Acca Larentia, in collaborazione con l’Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi della RSI, ha annunciato la messa in opera di una serie di interventi per preservare la Cappella dei Martiri Fascisti presente nel Cimitero monumentale del Verano. Da diversi decenni il manufatto urgeva di importanti interventi di pulizia e ripristino. Grazie al contributo di Giovanbattista Vecchi disposto in memoria della famiglia Pilenga trucidata dai partigiani nella Primavera del 1945, è stato possibile finanziare un primo lotto di interventi.

«È con particolare emozione che presentiamo il risultato dei nostri sforzi – ha comunicato Giovanni Feola, responsabile dell’ associazione Acca Larentia -. Abbiamo posto in sicurezza l’intero manufatto proceduto ad una pulizia generale, ripristinandone il decoro e quindi la fisionomia originale. Un ringraziamento particolare va a tutti i volontari che si sono impegnati in questa opera meritoria in difesa della nostra memoria storica. La nostra associazione ha sempre curato la Cappella dei Martiri, dove ogni 8 Gennaio deponiamo tutti i fiori raccolti nell’omaggio ai Caduti di Acca Larentia. Una cerimonia cui teniamo in modo particolare, rivendicando una continuità ideale».

«Questa tomba monumentale venne eretta nel Decennale della Marcia su Roma (1932) – ha dichiarato il Dott. Pietro Cappellari, Direttore della Biblioteca di Storia Contemporanea “Coppola” – sul luogo ove sorgeva un precedente mausoleo fascista a pianta quadrata, del quale si è persa memoria storica. Fu consacrata alla presenza del Segretario Nazionale del PNF Achille Starace, delle organizzazioni del Partito e di una rappresentanza del Battaglione d’Assalto della 112a Legione della Milizia, il 24 Marzo 1933-XI. Al suo interno vennero collocate le salme di dodici Martiri Fascisti e, successivamente, altri due “Caduti per l’Idea”. Durante la Repubblica Sociale Italiana, qui trovarono posto anche i fascisti vittime degli attentati gappisti nella Capitale. Nell’Estate del 1944, venne distrutta la lapide posta al di sotto della Vittoria alata. Divelta la scritta in latino posta sull’entrata, gli antifascisti ebbero libero sfogo al loro odio e la Cappella venne profanata».

Con questa prima fase di lavori, l’opera d’arte – patrimonio di tutti gli Italiani – è tornata a disposizione dei Romani.

Ass. Acca Larentia

fonte: https://www.facebook.com/accalarenzia1

CENTENARIO DELLA STRAGE ANARCHICA DEL TEATRO “DIANA”: LA PRIMA BOMBA IN ITALIA

La “locomotiva” del terrore rosso dal 1921 arriva a Piazza Fontana?

Milano, 23 Marzo. Un nucleo di patrioti, su iniziativa del Comitato pro Centenario 1918-1922, ha deposto un omaggio floreale in Via Paolo Mascagni, a Milano, dove un tempo sorgeva il Teatro Diana, alla memoria delle ventuno vittime della bomba anarchica del 23 Marzo 1921, di cui oggi ricorre i centesimo anniversario tra il silenzio assordante delle Istituzioni.

Sarà chiesto ufficialmente al Sindaco di erigere una lapide in memoria delle vittime sul luogo del delitto sovversivo, un crimine per cento anni nascosto all’opinione pubblica, nonostante che mandanti ed esecutori siano stati identificati con certezza, a differenza di quanto avvenuto con le stragi della Prima Repubblica che godono di una ben strana quanto fantasiosa pubblicità.

La Strage del Teatro “Diana” fu l’ultimo colpo di coda del barbarico Biennio Rosso, ormai al tramonto per merito della mobilitazione fascista in atto in tutta Italia. Quel giorno, alcuni anarchici decisero di compiere l’atroce delitto piazzando 160 candelotti di gelatina esplosiva nel teatro, con la scusa di voler colpire il Questore, agendo in realtà motivati da un folle odio di classe tipicamente marxista.

Dopo l’attentato, Milano non fu più la stessa. Gli squadristi – appoggiati e sostenuti dall’opinione pubblica stanca delle violenze bolsceviche – passarono all’azione e distrussero diversi circoli sovversivi: i funerali delle vittime della più grave strage sovversiva fino ad allora verificatasi in Italia furono la prova dell’isolamento completo in cui erano stati confinati i socialisti. I fascisti che sfilavano nel corteo, con in testa Benito Mussolini, Umberto Pasella, Giovanni Marinelli, Luigi Freddi, Cesare Rossi ed altri membri del Comitato Centrale dei Fasci Italiani di Combattimento, vennero accolti dal popolo di Milano con “mormorii di ammirazione lungo tutto il percorso”.

Le Autorità di PS, con un’ondata di arresti, posero fine al movimento anarchico lombardo che si eclissò per sempre. Si dovranno attendere gli anni ’60 per sentir nuovamente parlare di anarchia a Milano, quando cominciarono di nuovo a scoppiare le bombe. Di cui una rimane ancor oggi, guarda caso, avvolta nel rosso mistero: quella di Piazza Fontana del 12 Dicembre 1969. Una “orchestra rossa” anche allora manovrò pupazzi e burattini, che rimasero però impuniti. Un’altra Italia, certamente.

I patrioti di Milano

ARTURO CONTI HA RAGGIUNTO I CAMPI ELISI

Il Presidente della Fondazione della RSI ha lasciato una eredità fatta di coraggio, onore e fedeltà

Bologna, 16 Marzo 2021. È tornato alla Casa del Padre, ieri sera, l’Ing. Arturo Conti, Presidente della Fondazione della RSI – Istituto Storico di Terranuova Bracciolini (Arezzo).

Conti, nato a Montepulciano (Siena) il 5 Settembre 1926, ottenuta con anticipo la maturità, nel 1943 chiese di andare Volontario al fronte, per fermare il nemico della Patria che minacciava la Nazione italiana. La domanda non ebbe risposta ed arrivò l’8 Settembre. Per lui fu un atto istintivo: si presentò alla caserma della Milizia di Arezzo e, finalmente, venne arruolato, iniziando così quell’esperienza che segnerà tutta la sua vita: Ufficiale della GNR durante la Repubblica Sociale Italiana, inviato sulla linea del fronte con la Divisione “Etna”. Si arrenderà con il suo reparto il 3 Maggio 1945 a Trento, dopo aver saputo della firma della resa e della fine della guerra in Italia.

Ristretto in vari campi di concentramento angloamericani, riuscirà a fuggire durante un trasferimento e stabilirsi prima a Firenze e poi a Torino, dove in soli tre anni riuscirà a laurearsi da latitante in Ingegneria mineraria. Infine, l’arresto “per collaborazionismo col Tedesco invasore” e cinque anni passati in vari istituti di pena, dai quali uscirà solo il 22 Dicembre 1953.

Riabilitato nel 1965, è stato Vicepresidente Nazionale dell’Unione Nazionale Combattenti della RSI dal 1981 al 1985 e componente del Comitato Centrale del Movimento Sociale Italiano dal 1982 al 1988.

Il 4 Settembre 1974, insieme ad alcuni Ufficiali della GNR, fondò il C.I.S.E.S. (Centro Italiano di Sviluppo Economico Sociale), il primo ed unico tentativo di realizzare la socializzazione delle imprese in Italia nel dopoguerra. Oltre ad avviare alcune attività imprenditoriali, riuscì anche ad aprire un proprio sportello bancario. L’attività del Centro, però, entrò subito nel mirino della Magistratura “rossa”, accusato falsamente di essere la “finanziaria delle trame nere”. La repressione – e un errore di investimento – portò alla fine di questa straordinaria esperienza.

Tra le sue più importanti iniziative vi è la fondazione dell’Istituto Storico della Repubblica Sociale Italiana il 16 Febbraio 1986, progetto maturato all’interno dell’attivissima Associazione Nazionale Scuole Allievi Ufficiali della GNR, che il 25 Giugno 2005 si è ufficialmente trasformato in Fondazione della RSI – Istituto Storico. Una vera e propria impresa, contro la quale erano insorti Istituti della Resistenza, associazioni partigiane, Sindaci da tutta la Toscana, Deputati e Senatori. Denunce, minacce, repressione… tutto è stato vano però. Una battaglia vinta in nome della libertà.

Per anni, la sede distaccata di Bologna in Via Marconi è stata un punto di riferimento culturale per la costruzione di una memoria storica libera dai condizionamenti politici e dalla strumentalizzazione partigiana.

Sempre presente alle conferenze e ai seminari nella sede ufficiale dell’Istituto, nella seicentesca Villa Municchi di Terranuova Bracciolini (Arezzo), Arturo Conti è stato l’animatore dell’ente e Presidente acclamato all’unanimità, nonché Direttore del trimestrale “Acta”, edito dal 1987.

Le borse di studio elargite dalla Fondazione della RSI agli studenti universitari in oltre vent’anni di concorsi hanno permesso a questi giovani di intraprendere ricerche innovative senza la minaccia persecutoria dei Professori, e il loro lascito costituisce una delle più belle ricchezze dell’Istituto Storico della RSI.

Della attività culturale dell’Ing. Conti si ricordano anche la monumentale storia della RSI e, soprattutto, il primo Albo d’Oro dei Caduti della Repubblica Sociale Italiana.

Strenuo difensore della memoria della RSI e dei suoi caduti, seppur caratterialmente spigoloso tanto che gli intimi lo chiamavano “il Feldmaresciallo”, ha saputo nei decenni attirare l’attenzione di molti studiosi di storia contemporanea liberi intellettualmente dalla sudditanza all’odio antifascista, aprendo nuove vie di interpretazione del fascismo repubblicano e della Repubblica di Mussolini.

Per sua espressa volontà sarà sepolto a Predappio, vicino all’Uomo al quale ha dedicato tutta la sua vita.

La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile certamente, ma ancor più eredità di affetti e di doveri: difendere sempre la realtà storica contro le manipolazioni dell’odio politico. Ce lo chiedono i nostri caduti. Ce lo chiede l’Italia.

I liberi ricercatori italiani

CENTO ANNI FA CADEVA GIOVANNI BERTA, VITTIMA DELL’ODIO ANTIFASCISTA

Firenze, 28 Febbraio 2021. In occasione del centenario del barbaro assassinio di Giovanni Berta – che cade nello stesso giorno dell’omicidio di Mikis Mantakas del 1975 – l’Associazione Famiglie Caduti e Dispersi della RSI, l’Associazione “Memento” ed il Raggruppamento Combattenti e Reduci della RSI – Continuità Ideale, su iniziativa del Comitato pro Centenario 1918-1922, hanno predisposto l’apposizione di piccole targhe commemorative e fiori nei luoghi simbolo di questa tragedia.

In primis al Ponte della Vittoria (all’epoca Ponte sospeso) dove materialmente si consumò l’aggressione culminata con l’omicidio del giovane patriota da parte dei comunisti.

Poi, alla Fonderia delle Cure (poi rinominata Fonderia “Berta”) dove il giovane lavorava dopo il ritorno dai campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale. Attività di famiglia che sorgeva nell’omonimo quartiere che ha prodotto fino agli anni ’70 tombini, fontane, sculture e lampioni per tante città della penisola.

Infine, allo stadio progettato dal genio di P.L. Nervi, oggi “Artemio Franchi”, ma all’epoca della sua costruzione intitolato all’eroico combattente fiorentino Giovanni Berta.

Incarnando i postulati mazziniani di “pensiero e azione”, i militanti delle Comunità nazional-popolari fiorentine, autori degli omaggi al giovane Caduto per la Causa nazionale, si sono portati al Cimitero Monumentale delle Porte Sante. In occasione del centenario del martirio, hanno deciso di iniziare un’opera di ripulitura e ritorno al decoro, dovuto ad ogni sepolcro, della Cappella di Famiglia dei Berta, dove Giovanni è stato traslato dal Famedio dei Martiri fascisti della Basilica di S. Croce, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Il Portavoce

GIORNO DEL RICORDO: ONORE A CHI DIFESE IL CONFINE ORIENTALE DAL COMUNISMO

Nettuno, 13 Febbraio. Si sono concluse questa mattina al Campo della Memoria, sotto la direzione del Dott. Alberto Indri, le cerimonie per il Giorno del Ricordo 2021 sul litorale del Basso Lazio.

Davanti ad un numeroso pubblico, contingentato in rispetto alle norme anti-Covid, il Prof. Augusto Sinagra ha tenuto l’orazione ufficiale insieme al Dott. Pietro Cappellari, fiduciario del Comitato 10 Febbraio e Socio onorario della Fameia Capodistriana della Libera Provincia dell’Istria in Esilio.

Presenti, tra gli altri, il Prof. Massimo Magliaro già Direttore di RAI International e Presidente di RAI Corporation; il Dott. Roberto Gigli fondatore del primo Comitato nettunese per le onoranze ai Martiri delle Foibe in tempi in cui parlare di queste cose era “vietato”; Emiliano Ciotti Presidente dell’Associazione Nazionale Vittime della Marocchinate; il Paracadutista Bruno Sacchi Comandante del locale Reparto dell’Associazione Nazionale Arditi d’Italia; Alvaro Sassaroli della Sezione di Aprilia dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia; l’ex-Consigliere Comunale Ermanno Stampeggioni; Daniele Combi responsabile territoriale di CPI.

È stato ricordato il sacrificio di tanti Italiani innocenti sull’altare dell’odio comunista, nel folle progetto di edificazione del socialismo. Insieme agli Italiani caduti per la loro fedeltà alla Patria, sono state ricordate anche le centinaia di migliaia di Sloveni, Serbi, Croati, Tedeschi ed Ungheresi assassinate dalle milizie di Tito contestualmente alla pulizia etnica effettuata in Istria, a Fiume e in Dalmazia.

Ancora qualcuno tenta di giustificare queste stragi che hanno fatto, ad esempio, della Slovenia il più grande cimitero a cielo aperto d’Europa. Ancora qualcuno tenta di fuorviare l’analisi oggettiva dei fatti parlando di snazionalizzazione delle comunità slave residenti in Italia, addirittura parlando di crimini commessi dagli Italiani nella ex-Iugoslavia. Si tratta di strumentalizzazioni, di disinformatja che la “nomenklatura bulgara” infiltrata nelle nostre scuole, nelle nostre università, nelle redazioni dei grandi giornali, tenta di gettare nel dibattito per creare confusione. Come ha detto il noto giornalista Fausto Biloslavo, gli Italiani sono stati vittime del sogno socialista. A lui ha fatto eco anche Marcello Veneziani che non ha avuto timore di affermare: “Non menatela per favore coi fanatismi nazionalistici per spiegare e al contempo per deviare la tragedia delle foibe. Non fu semplicemente il frutto di una guerra tra odii nazionalistici. L’orrore delle foibe fu perpetrato dai partigiani comunisti di Tito con l’appoggio del comunismo mondiale e dei comunisti italiani, che sposarono – come scrissero in un documento infame dell’epoca, ‘la tattica delle foibe’. Abbiate l’onesto coraggio di citare il comunismo a proposito delle foibe, senza reticenze”.

La cerimonia al Campo della Memoria di Nettuno ha avuto un doppio significato, quello di ricordare anche chi ha difeso in armi il confine orientale italiano dal comunismo: i combattenti della RSI.

L’ultima bandiera tricolore a sventolare in Istria, a Fiume, in Dalmazia fu il tricolore della Repubblica Sociale Italiana. L’ultimo soldato italiano a sparare contro le milizie comuniste illegittime belligeranti agli ordini di Tito che invadevano le millenarie terre italiane della Venezia Giulia fu un soldato della Repubblica Sociale Italiana.

Per gli Italiani vi è sempre stata una sola parte giusta: quella dell’Italia.

In ricordo del loro volontario sacrificio per la Patria, superando ogni odio di parte, con il sorriso sulle labbra e nella speranza del raggiungimento di una compiuta pacificazione nazionale, oggi riaffermiamo l’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.

Lemmonio Boreo